L’ElzeMìro – Favolette brechtiane-Jakarta’s epic

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                                                                               Sandro Botticelli – Madonna della Melagrana – Firenze-Uffizi

 

C’erano una volta e due e tre un bambinetto, e ancora c’è il bambinetto di Jakarta detto Pinjn in dialetto, e suo padre Jeppy detto, sempre in dialetto. Come si chiama il dialetto la risposta è chi lo sa. Vivevano i due, non in una casa di preciso, e su una delle anse di uno dei canali della città, o altrove, secondo che il monsone l’allagasse, o la polizia o i signori dei quartieri pulissero la piazza ossia facessero piazza pulita. I signori dei quartieri sono certi tipacci ameni, tutti co’ baffi e sempre in movimento in sella a certe moto piccole che non le pagheresti du’ rupie e che invece volano volano per le stradine le più strettine e loro, i tipacci, come ognuno per il caldo sempre scamiciati o, all’opposto, con giacche e giacchetti e una pagliuzza che gli spunta a fior di labbra, tra’ denti d’oro stretta. A quelli, ai tipacci non ai denti, tutto è permesso e dovuto tutto, specie dei guadagni che i poveri mercanti come Jeppy tirano in cassa, per mangiare specialmente, ché di questo pare vivere a Jakarta la più parte della gente, di solo pane e qualche gamberetto con verdure e riso. Ed è il benessere si creda; ci sono quelli che vivono con meno, naturale, grufolando tra le tonnellate di rifiuti che la città produce, da farne il proprio prodotto interno lordo. Come le scarpe, la spazzatura è la maggiore tra le risorse dell’industria locale e planetaria; però le scarpe le mettono solo i principi a Jakarta, lassù sui grattacieli, e i loro faccendieri e i traders on e off line, le loro principesse arroccate su certi tacchi da cascar di sotto e, nel suo bel costume col baschetto, la polizia. La spazzatura invece è un bene diffusissimo e comune, come le infradito. Insomma delle somme, Pinjin aveva sei o sette oppure anche undic’anni ma si può dire che sia nato così come potete immaginarlo, un gancio corto e ossuto, pelle di carta e foglie di banano nei punti più ruvidi come i gomiti e i talloni soprattutto. Pinjin lavorava tutto il giorno fino dall’alba, attimo più che momento, in cui tirano un poco il fiato i corpi o lo perdono per sempre, dopo l’ansia della notte tropicale senza l’aria che innumerabili negli alberghi e su pei grattacieli condizionano operosi i kilowatt; e prima che levandosi il sole o precipitandosi la pioggia rendano ogni atto simile a quel di un topo che annaspi nell’acqua unta tra le banchine al porto; acqua che sembra non si muova mai, che nessuna corrente possa scostarne la coltre di lerciume da’ bordi di banchine e tra le palafitte, tanto gommosa e tanto oscura pare. È all’alba che Jeppy desta Pinjin perché prepari il banchetto delle loro mercanzie. Lui il padre, non è diverso dal figlioletto all’apparenza, solo più vecchio e, più che vecchio, un ingranaggio monco nel cesto dei pezzi scartati in fabbrica ma non fuori produzione; non meno non più di certi che stanno in apparenza tutto il giorno a fumar la pipa sull’uscio delle lamiere e dal cartone che è la loro casa e che non fanno niente. Solo ogni tanto qualcuno, uno di quei che cavalcano le moto, si ferma accanto a loro, non guarda non dice, allunga una mano e via che vola e va. Allora il tipo con la pipa e con sorprendente agilità si alza e sparisce chissà per dove con ponderato passo, e ben stretto in mano un fogliolino con un indirizzo o un ordine, da eseguire se modesto, se grave da comandare ad altri. Chi osservasse con pazienza potrebbe coglierlo al suo ritorno, vederlo che si risiede il tipo lì dov’era prima, per ore di vedetta; e come tale rimettersi a fumare. Di che pipa si tratti e che tabacco e se ad accenderlo ogni volta sia zippo o zolfanello non è di nessun interesse per chi legga. 

Ebbene, mentre Pinjinn apre le imposte e tira le tende del banchetto, che sta in piedi retto, più che dai cavalletti, da una specie di tenacia tutta sua privata, ed espone, levandole da dentro innumerevoli sacchetti per la spesa (si deduce qui così ch’ogni mondo è paese e viceversa), eccole qua pinze, trance, torchietti, punte e cacciaviti; mole abrasive e seghe circolari e cardini, viti,  bulloni e dadi, e chiodi; lime di ogni grana e raspe, martelli e forbici di ogni risma e certi coltelli che non altrove si possono trovare e lame taglienti, solo per un’ingenua fantasia destinate a stroncar tronchi, scartocciar cortecce e decapitare, rami naturalmente. La più parte, il totale più che una percentuale, è merce di recupero. Vivono di quello Pinjin e Geppy che, per arrotondare, intaglia nel legno, anche nella plastica talvolta, non è difficile trovarne, soprammobili inutili all’uso, ma che, in cerca di fotografie sentendosi reporter e di pittoresco sentendosi toccato dal raro dono di saper interpretare il mondo e le sue manifestazioni, nessun turista di passaggio pel mercato oserebbe non comprare; omaggio alla cultura, ah la cultura la cultura, si dice, del paese dove con poco si è felici, dice altresì in cuor suo; faticando molto e di più, questo non lo dice. Ricordino del suo viaggio, o chissà se dirlo piuttosto avvertimento, consegnerà il balocco a figlioletti e nipotini, appagato il turista dal ritornare lassù nei suoi paesi di frescura. Pinjn è l’anima preziosa del banchetto, contratta su ogni cosa, un martello, un cacciavite, una mannaia, anche in inglese è ovvio se il caso vuole o un turista gli chieda un elefantino, una tigre o un buddhino in estasi. Intagliati dal padre Geppy. Quando a fine settimana arrivano i signori del quartiere è lui che dà loro la maggior parte dei soldi guadagnati e ahinói se per un’occhiata o se per distrazione il viso, benché all’immobilità delle cortecce aduso, fa indovinare al bravo che qualche soldo in più è nascosto, che la verità non è un rotolino di banconote fermato con l’elastico. Pinjin deve stare attento o gli ribaltano il banchetto e gli rompono e disperdono le cose; una volta gliele gettarono a canale e ridevano sì sì, ridevano. Jeppy lo picchierà dopo che avranno picchiato lui per primo; non tanto, una labbrata due cazzotti, un colpo di coltello tanto per farlo sanguinare, cavargli il fiato, o farlo vomitare; ma, benché quasi non ricordi quando ha cominciato a prenderle, e quasi ci sia abituato, a Jeppy le botte fanno ancora male. Anche Pinjin sa che per quanto tempo passi le botte fanno male, forse più male. È questa una catena di certezza che li lega. Non abbastanza però da non lasciarli dormire un po’ a mezzogiorno quando il mercato si spopola e tutti si celano o cedono all’ implacabile ironia del sole e del calore fino alla sera. Che sembra non possa mai arrivare. Come le agonie.

 

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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