L’ElzeMìro – Delitti e vendette 8

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                                                              Cagnacccio di San Pietro (1897-1946) – Ritratto della signora Vighi (1930)

                                        La siòra Pràssede e Mimosa 

Nata all’afflato creativo, pensava lei di sé, e nella convinzione dunque d’avere qualcosa da esprimere destinato al mondo, quando la biologia, l’angelo quel solido dell’annunciazione, principiò a gonfiarle e la pancia e le mammelle e a farla divorare da una fame divorante, sentendosi nell’intimo da Diòniso toccata, che per lei all’orecchio era Dionìsio lo sposo suo di letto, confortata da un’attitudine profetica, ossia da pitonessa, ché di ciascuno amava combinare auspici sapendone di nascita la data, l’ascissa e l’ordinata, Te tu se’ proprio’n toro ma l’ascendente ohi ohi, la siòra Pràssede – là sulla prà accentata – predicò d’essere incinta, d’un piccolo pitone anzi pitóna, credito dato all’ecogràmma; per i dovuti mesi sonnecchiò occhio per occhio alla bilancia e con l’orecchio alla panciona, e poi dell’òvo all’avvenuta schiusa e successivi hueueuè, La mi’ gesùbbambina, dal sen la voce le fuggìa; con ciò pose l’ignara creatura non sull’asse ma sulla croce d’un equilibrio improprio, gravido di metafore e d’aspettative e la chiamò Mimosa. Mimosa, mimosa, Mimosa, litania di divinazioni, al primo vento bioccolìno giallo, malaugurale ma adorato.

La siòra Pràssede, cui non mancava niente, causa del Dionìsio la posizione alta e dirigente, amava sonnecchiare bordo piscina alla Canottieri Ignoti, con sulla pancia la piccina, come una pitomamma fa, lungo il suo fiume, tra asole di sole e d’ombra, con li piccini sua minuti, quasi larve della carne che all’occorrenza ella stritola e, dicono divori; che cosa occorra per arrivare a questo è un mistero ma lei, la Pràssede madréssa, che pur di sé diceva d’essere junghiana, alchemica e maghéssa e che per mitologia aveva una beh stessa nello specchio, complici un’intelletto alto-brianzolo e il suo Atelier Immaginàle e Màntico, si compiacque nel comminare alla figlia tuttavia il preventivo di futuri allori, e ogni decisione per la vita sua via via cosicché, divinando la Pràssede in ogni singolare scioccherìa della bimba e nella voce della fanciulla poi, un fato, a dispetto dell’emissione pallida, sottile, facile a scomparire al primo sprizz d’insetticida, non richiesta la destinò a studi astiosi, musicali e impervi di cantante ma, inadatta alla ribalta la bambina, molle, ritrosa, cancellata sul nascere ad essere presente, dopo i primi battimano dei parenti e l’amichevole presenza di compiaciuti compiacenti, via che scivolò, dietro, un sipario la Mimosa; prona al desiderio di cibi grossi e grassi, da fiore si mutò ma in melanzana, quindi’n zucca. La Pràssede s’affligge ma presagisce, consulta gl’astri, Nostradàmo, rincorre d’ogni tipo i candonblé, vorrebbe ma trovare un toccasana indiano o cosissìa; bordo piscina osserva la Mimosa che in disparte, dietro gli occhiali scuri rosa lo sguardo d’altri inganna e, com’al ritmo del rosario d’una strega una grossa zana, dóndola e si storta e piega le ginocchia la Mimosa sotto il pancione e l’offensivo pondo di natiche e di poppe. Ciuccia frappé alla vaniglia e aspetta.  

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a. Pietro Metastasio ( 1698-1782) Ipermestra A2/S1 Voce dal sen fuggita/Poi richiamar non vale:/Non si trattien lo strale, Quando dall’arco uscì. 

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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