L’anno che Bartolo decise di morire – Valentina Di Cesare

Titolo: L'anno che Bartolo decise di morire
Casa Editrice: Arkadia
Genere: Romanzo, romanzo breve, Romanzo sociale
Pagine: 108
Prezzo: 13 Euro

Bartolo è un uomo generoso di sé e del suo tempo. Vive in una piccola città che non viene nominata – un luogo in cui, si intuisce, passa sporadico, poco turismo giornaliero – e lavora in un museo.

Tutti lì lo conoscono fin dall’infanzia e alle vicende di tutti lui presta orecchio attento, partecipe. Senza richiedere esplicitamente contropartita: presi ognuno chi da matrimoni in via di sfaldamento, chi dalla perdita del lavoro, chi dalla mancata organizzazione di un evento sportivo che avrebbe portato un cenno di vitalità alla sonnecchiante cittadina, gli altri personaggi che gli ruotano attorno, gli amici di sempre, non paiono cogliere i segni di un disagio, di un malessere dell’anima che lo sta divorando.

Era più forte di lui lanciarsi in mezzo agli altri, […] illudersi di conoscere uno per uno i suoi meravigliosi amici e tutte quelle persone che incontrava da sempre, era quella la sua vita. Chissà come sarebbe stato, si era chiesto alcuni anni prima Bartolo una sera tornando a casa, come sarebbe stato essere diverso, non rispondere, non ascoltare, non prendere le parole degli altri ma lasciarle fluttuare con un breve transito di vento, non ragionarci sopra, chissà come sarebbe trascorso il suo tempo se non si fosse piegato a seguire i dolori altrui. Bartolo sapeva che avrebbe rimpianto se avesse mancato di gentilezza e ascolto di fronte a un altro essere umano addolorato, perché, diceva, se non ascolto le parole degli altri, non ascolto neanche le mie.

Di chi conduce un’esistenza accorta, di chi passa in punta di piedi accanto alle vite altrui, non si accorge nessuno: fino a quando, del tutto inaspettatamente, queste persone scompaiono, scuotendo nel profondo chi fino ad allora aveva vissuto in un mondo ristretto, autoreferenziale.

Nella sua imprescindibile ma del tutto inosservata presenza, nella prima parte del romanzo è Bartolo che definisce e contorna gli amici del bar, il vecchio maestro, il proprietario della casa attigua al museo, i personaggi che popolano il suo microcosmo e la sua città, che Valentina Di Cesare, giovane scrittrice di Sulmona alla sua terza prova letteraria, lascia volutamente non identificata; così come il periodo in cui si svolge questa storia, che si presume, pur non essendo a rigore definito con data precisa e categorica (né definitivo né definitivo, dunque) essere a cavallo tra gli ultimi anni del secolo scorso e i primi del Duemila.

Tempi complessi, dove la parola che dovrebbe portare soccorso manca, perché svilita e abusata, così come i concetti sottesi. Di Cesare consegna a Nino, un maestro in pensione, unico personaggio in possesso degli strumenti per comprendere Bartolo e la vita stessa, una spiegazione: in uno dei loro preziosi dialoghi, disquisendo dell’assenza ormai generalizzata di bontà, Nino azzarda

Ogni cosa è nata dall’abuso che si fa della parola. Ricordati che quando una parola è abusata, vuol dire che chi la pronuncia non ci fa più attenzione, sa di non essere solo e di poterselo permettere, perché molti tutt’intorno fanno la stessa cosa, e quindi la declama a rotta di collo, la mette dovunque come si fa con il sale in cucina. E questa leggerezza vedi, questa facilità nell’enunciarla la svilisce, sembra un maglione indossato da troppe persone, c’è chi lo allarga, chi lo stringe, chi lo accorcia, chi lo macchia, chi lo ricuce. È l’uso eccessivo che se n’è fatto il primo guaio, perché ormai tutti ce l’hanno e ne reclamano il possesso, tutti ce l’hanno in bocca, e allora, per esempio, dicono bontà come direbbero tavolo, caldaia, asciugamani, ma non capiscono di sbagliare, che una parola del genere andrebbe misurata, che non è un oggetto, un arnese riutilizzabile al posto di un altro. Lo sai tu vero, che le parole hanno un peso? […] Le parole sono contenitori e, a seconda del concetto che contengono, devono farsi resistenti e forti. […] tu ci credi alla bontà? Non rispondere, perché rispondo io, che sono sicuro al cento per cento e ti conosco bene, so tutto e non c’è bisogno che parli. Certo che ci credi, e lo sai perché? Perché sei buono tu, perché la bontà la conosci, abita in te, la usi e non ne parli, non ne hai bisogno, tu sai che lei può esistere perché esiste in te, la puoi immaginare perché sai com’è fatta. Uno che diffida non è mai completamente buono, vuol dire che si è già spostato dalla linea bianca.

A metà del breve romanzo accade qualcosa di inatteso che sposta il baricentro della lettura altrove: mentre Bartolo decide che fare della sua vita, uno degli amici fraterni – vittima della crisi economica in cui aveva perso il lavoro e si era piegato a occupazioni occasionali indegne – decide di porre fine alla propria, lasciando l’empatico Bartolo in preda all’autoanalisi, alla coscienza di non aver saputo cogliere – per una volta – né segnali né richieste di aiuto. Forse è giunta anche per lui l’ora di un giro di vento, di cambiare: cosa e come è bene qui non dire.

In questo suo secondo romanzo, pubblicato da Arkadia Editore (dopo Marta la sarta per le Edizioni tabula fati, tradotto in spagnolo e rumeno, e il racconto lungo Le strane combinazioni che fa il tempo per Edizioni Urban Apnea), Valentina Di Cesare padroneggia con maturità le tematiche della mancanza di empatia e comprensione, del ripiegamento su sé stessi come comune, facile via d’uscita.

Il suo è un mondo orgogliosamente di provincia e quasi esclusivamente maschile, di personaggi senza età, in assenza di descrizioni fisiche (quasi un rischio in termini letterari): svincolati dalla descrizione minuziosa, senza fisicità plastica, fotografica, potrebbero essere chiunque e riguardarci da vicino.

Valentina Di Cesare ha uno stile già riconoscibilissimo e personale, puntuale e lieve, misurato: non sconfina nella retorica nemmeno quando sceglie di non scrivere del male, affascinante ma facile, ma di bontà, di un cuore puro, senza scadere in sentimentalismi.  Prende la via più ripida e aspra con una scrittura che risente di un parlato accorto, ritmata dall’iterato avvio di ogni capitolo che si apre sempre con le parole l’anno che Bartolo decise di morire (un omaggio a Tabucchi, a Sostiene Pereira?): come a ricordare a chi legge, con il ritmo ipnotico e ineluttabile di una bella ballata popolare, la centralità imprescindibile della tenera, piccola, necessaria figura di Bartolo e delle persone come lui.

 

Anna Vallerugo

 

 

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