Intervista a “Racconti Edizioni”, presente all’Incubatone del Salone del Libro di Torino

Il Salone Internazionale del Libroracconti edizioni di Torino si prefigge di incoraggiare e accompagnare i nuovi editori nel mondo dell’editoria. per questo scopo nasce dieci anni fa l’Incubatore, l’area, del Salone dedicata alle case editrici con meno di 24 mesi di vita e non legate a grandi gruppi editoriali. Un’iniziativa che dalla sua prima realizzazione è riuscita nell’impresa di dare un po’ di spazio alla editoria del futuro, valorizzando una delle risorse più importanti del patrimonio culturale del Paese. Tra gli ospiti di quest’anno figura la Casa Editrice “Racconti Edizioni”. Abbiamo intervistato il publisher stefano Friani, per rivolgergli qualche domanda sul progetto:

Considerato lo stato del mondo dell’editoria in Italia, cosa vi ha spinto a voler creare una nuova casa editrice?
Citando il nostro nume tutelare, Corrado Guzzanti, direi degli SPINGITORI di case editrici! Non saprei, ma a naso escluderei la volontà di trovare una scorciatoia per diventare ricchi. Diciamo che lo stato dell’editoria in Italia, al netto dei piagnistei tipici della filiera, è uno stato infinitamente più divertente e piacevole in cui stare rispetto a chessò allo stato del comparto agroalimentare o a starsene su un tetto di una fabbrica in attesa che qualcuno prema un bottone e sposti la produzione in Botswana. Siamo cresciuti in mezzo ai libri, siamo inguaribilmente innamorati dei libri, e abbiamo pure quel pizzico di incoscienza che serve per infilarsi di testa in una cosa del genere. La casa editrice è, se vogliamo, un po’ la storia di un’amicizia: io e Emanuele Giammarco ci siamo conosciuti al master in Editoria giornalismo e management culturale della Sapienza. E di tirare su una casa editrice, tra accenni e sottecchi, prima divertiti poi via via più seri, ce lo siamo detti da subito. Il momento dell’agnizione s’è dato in un pub di San Lorenzo alla quarta pinta. Eravamo entrambi di ritorno dai nostri tirocini (io a Einaudi, lui al Saggiatore) e ci siamo detti che sì, era il caso di farlo, di provarci. L’idea dei racconti invece era nell’aria, ci si è materializzata come un dono ed era troppo ghiotta per farsela scappare. Specie per due amanti della scrittura breve. Sullo stato dell’arte nel mondo dell’editoria poi non posso non dire che si è trattato di uno sprone, più che di un freno.

Quale è l’obiettivo che vi prefiggete come giovani editori? Cioè, quale obiettivo di fondo si pone la vostra casa editrice?
L’idea di base non può che essere quella di creare una comunità, di lettori, di collaboratori, d’intenti. Tradizionalmente è questo ciò che fanno le case editrici di progetto: agglomerare attorno a un’idea una comunità di persone. Vorremmo pubblicare libri che altrimenti non avrebbe chance presso altri editori; vorremmo pubblicare letteratura senza prendere il lettore per uno sprovveduto, ma anzi cercando di stimolarlo e intrigarlo con scelte anche spiazzanti. Soprattutto vorremmo creare una piattaforma entro la quale i racconti possano trovare la loro dimensione e il loro pubblico, che c’è, esiste e lotta insieme a noi.

Voi pubblicate solo Short Stories? come mai questa scelta?
In realtà pubblicheremo solo racconti, il che prevede e prevederà anche le cosiddette novellas, ossia i racconti lunghi. Si tratta di un universo sterminato, a cui è particolarmente insidioso mettere paletti di sorta. L’unico confine che sicuramente non invaderemo sarà certamente quello del romanzo (e chiaramente quello della poesia; sarei già meno categorico su quello fittizio tra fiction e non-fiction). Sinora le case editrici di progetto hanno quasi sempre privilegiato un’area letteraria geografica, penso al Sudamerica o al nord Europa, oppure l’est Europa; hanno privilegiato generi magari di nicchia, ma nemmeno poi troppo, come il fantasy, la fantascienza o l’horror; mai nessuno che abbia puntato sulla forma letteraria, salvo forse le case editrici di saggistica o poesia. Inspiegabile che nessuno c’abbia mai pensato prima. Sicuramente dev’essere il retaggio del vecchio adagio che «i racconti non vendono». Ecco, Racconti vuole essere una casa per i racconti, affinché possano finalmente avere un catalogo interamente dedicato ed essere valorizzati degnamente. Inoltre, i racconti sono la forma letteraria che meglio risponde alle sfide del tempo: proprio quando siamo assediati dall’orologio, dalle mail, dall’invadenza degli smartphone e il tempo di lettura si va irrimediabilmente contraendo, quale soluzione migliore di un racconto che riesce a darci tutta la soddisfazione di un libro nel minor tempo possibile?

Quale sarà il genere letterario a cui vi dedicherete maggiormente?
È esattamente questo il bello: possiamo variare genere, autori, nazioni, continenti. Non ci sono vincoli se non quello della durata, del valore letterario e della nostra scelta. Possiamo e di fatto pubblicheremo un meraviglioso autore horror – Stephen Graham Jones –, che negli Stati Uniti è considerato un formidabile autore di racconti e che da noi non è arrivato esattamente per questo motivo, assieme a un’autrice che ha sperimentato ogni combinazione possibile su pagina e che da Jones è lontana anni luce come Virginia Woolf. La nostra idea è, inevitabilmente, quella di costruire un catalogo in cui i titoli si richiamino l’un l’altro come in una biblioteca borgesiana o come, più prosaicamente, in una famiglia con tanti, bellissimi figli e mille e più rivoli di parentela. Leggendo e rileggendo i nostri primi tre libri: Appunti da un bordello turco di Philip Ó Ceallaigh; Lezioni di nuoto di Rohinton Mistry e Sono il guardiano del faro di Éric Faye; ci siamo stupiti di quante consonanze e quanti rimandi abbiano tra loro, ma anche e soprattutto del gioco che hanno instaurato con noi come persone, risuonandoci dentro un po’ come se fossimo strumenti a percussione e agglutinandosi tra loro come facessero parte tutti della stessa orchestra. Certe volte in casa editrice ci sembra quasi di assistere a un conciliabolo tra i tre autori: un indiano, un francese e un irlandese naturalizzato romeno in un caffè.

Avete da poco aperto un blog di approfondimento culturale, Altri Animali. Come mai avete scelto un nome così per un blog che si occupa di cultura? Di che cosa tratta in particolare?
Il blog è letteralmente un’esondazione della casa editrice, e come suggerisce il nome propone, o meglio si propone d’essere, un altro animale (anzi, al plurale: perché sarà un blog fatto da scritture e persone diverse, che darà spazio e voce a varie sensibilità). Insomma, animali diversi, altri perl’appunto, ma pur sempre animali. Del blog si occupa il nostro redattore web Leonardo Neri, che viene da un’esperienza all’Huffington Post e un percorso che l’ha visto passare per i banchi di un master in Digital Journalism. Dentro al blog ci si trovano un po’ tutte le anime della casa editrice: dalla politica nella sua accezione meno avvilente a ragionamenti sui libri e attorno ai libri, cronache di viaggi (se mi legge la mia ufficio stampa Giulia Marzetti che sappia che sto attendendo il suo primo pezzo!), fino a tentativi di parlare di arte scrollandosi di dosso un po’ di polvere museale. Inoltre, il martedì quando siete fortunati vi può capitare di beccarvi gratis un bel racconto, che non è male, no? La cosa che più mi preme dire è che il blog è soprattutto un laboratorio, un aprirsi della casa editrice a tutti quelli che vorranno seguirci in questa bella avventura.

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