Il padre infedele – Antonio Scurati

Titolo: Il padre infedele
Autore: Scurati Antonio
Casa Editrice: Bompiani editore
Genere: Romanzo
Pagine: 208
Prezzo: 17.00 €

Antonio Scurati, esperto di teorie del linguaggio, nel suo ultimo romanzo decide di indagare l’animo umano e, in particolare, la solitudine dei tempi moderni.

Il protagonista del romanzo è Glauco Revelli, chef di un ristorante milanese che apparteneva al padre. Quest’uomo, ormai quarantenne e padre di una bimba di tre anni, incappa nella classica crisi di mezz’età, insoddisfatto del suo lavoro e della sua esistenza si mette alla ricerca della vera essenza della vita.

La crisi si scatena quando d’improvviso la moglie scoppia a piangere “erano le dieci in punto. […] in quel preciso istante, come se si fosse convenuto un segnale con un regista occulto, Giulia ha erotto in un pianto convulso. Per lunghissimi secondi sarebbe stato del tutto inutile chiederle la ragione. D’altronde, io mi sono ben guardato dal farlo(pag. 7).

Quel pianto, però risveglia Glauco che finalmente si accorge che sono mesi, forse anni, che tra lui e la moglie le cose non vanno per il verso giusto e avrebbero dovuto capirlo dalle posizioni che assumevano una volta a letto, solitarie e lontane, insomma: “In quel momento mia moglie Giulia e io ci conoscevamo da otto anni, ci amavamo da sette (sette io, a dire il vero sei lei), eravamo fidanzati ufficialmente da cinque, sposati da quattro, madre e padre di nostra figlia da tre. Ora, però, non c’era niente da fare. Tutto era già accaduto e il nostro scopo lo avevamo mancato. In quanto moglie e marito, non ci restava che decidere se vivere o morire per qualcosa in cui, comunque, non credevamo più” (pag.9).

Glauco comincia a raccontare la sua vita fin da quando, dopo essersi laureato in filosofia, sceglie di dedicarsi alla cucina nel ristorante del padre, stravolgendo, però, la vera anima del luogo. Continuamente alla ricerca del riconoscimento ufficiale del suo lavoro e della stella Michelin, anche il lavoro è una delusione. Decide così di tuffarsi nelle serate milanesi, in balia di donne in carriera molto mascoline e avventure di una sera, ma che lo deluderanno.

L’unico rapporto che sembra andare per il verso giusto è quello con la figlia “forse mia figlia, quando dal futuro si volterà indietro, guardando oltre la spalla della tormentata narrazione paterna di questa loro comune infanzia, non ritroverà a consuntivo di tutto, il trascurabile turbamento di queste mie pagine, ma il ricordo di un uomo gentile e della sua bambina amatissima che siedono fianco a fianco sullo stesso muretto basso, a contemplare sorbendo lei il suo succo di frutta alla pesca e lui la sua sigaretta, la ruspa che demolisce un grande edificio per poi ricostruirne uno più bello e più grande. Ecco cosa è stato, penserà, mio padre per me. Un uomo grande e grosso, accovacciato su un muretto basso, magari incapace d’altro ma capace, con la sua rassicurante, inesorabile presenza, di trasformare un’opera di demolizione nell’incantevole spettacolo del mondo. Chissà, forse saremo fortunati, forse Anita penserà questo di me. Io certo l’ho pensato di lei. Il resto è strepito sciocco. Vanità di vanità. Il resto non ci riguarda” (pag. 185).

Una delle immagini finali di nonno, padre e figlia che fanno l’inserimento alla scuola materna e affrontano insieme questo momento di distacco, lascia il lettore con il sorriso sulle labbra e ci fa pensare che forse la solitudine moderna e la futile disperazione che ogni tanto ci coglie si possono superare solo con un ritorno alle origini e con un po’ di amore vero, come quello che scorre nelle vene di un padre e di un figlio.

 

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