IL MIO NOME E’ KATERINA – Aharon Appelfeld

Titolo: IL MIO NOME E’ KATERINA
Autore: Aharon Appelfeld
Data di pubbl.: 2022
Casa Editrice: Guanda editore
Genere: Narrativa
Traduttore: Elena Loewenthal
Pagine: 240
Prezzo: 18,00

“La vecchiaia avvicina l’uomo a se stesso e ai morti, senza che se ne renda conto. I morti ai quali abbiamo voluto bene ci avvicinano al Signore.”

A Natale dell’anno scorso una collega mi ha regalato un libro e mi ha detto: “Spero ti piaccia almeno la metà di quanto è piaciuto a me. Però è triste, ma a noi piacciono i libri tristi.” Da tempo sappiamo quali libri regalarci a vicenda. Io però ho barato all’ultimo regalo, lei invece no.
“Il mio nome è Katerina”, il libro di cui sto per raccontare, è molto simile a quello che ho ricevuto in regalo, e non è triste. Scritto da Aharon Appelfeld, tradotto da Elena Loewenthal e pubblicato da Guanda, è un libro forte, potente, che emana coraggio da tutti i pori, determinazione, voglia di andare avanti ed è per questo che la protagonista, Katerina, approssimandosi al traguardo della sua lunga vita, ricomincia da capo e condivide con il lettore tutto ciò che ha vissuto, le tante fatiche, le tante prove, vere e proprie avventure, affrontate con uno spirito indomito, con una forza travolgente contro tutto e tutti contro ogni tentazione di abbandonare la corsa.
“Un tempo qui era pieno di vita, ora solo silenzio. Quando ascolto il silenzio, dai prati risalgono immagini remote, che mi riempiono gli occhi. Ieri ho visto una scena con immensa chiarezza.”
Katerina, ritornata nei luoghi natii, con la vista ormai gravemente compromessa, vede però con il cuore e mai considerazione fu più vera, così che l’autore con un linguaggio elegantissimo traduce le sue visioni e ce le riporta trasferendoci nel tempo di Katerina bambina, a casa con i suoi genitori.
Pensavo a quando ero ragazzo io, e come quasi tutti i miei coetanei, mi sembrava che il tempo non passasse mai, non si diventava mai grandi. Katerina invece diventa grande in un lampo, grande e soprattutto sola. A quattordici anni ha già percorso strade durissime, faticose, ed è una bambina. Perde prestissimo la madre, il rapporto con il padre esce stravolto dal cambio di passo, e peggio ancora sarà quello con la matrigna. Non c’è soluzione: Katerina se ne va, e si rifugia dai più poveri, dai mendicanti, dalle persone a loro volta sole e dimenticate. Tocca il fondo con ancora in bocca i denti da latte, ma chissà come e perché ha dentro una forza incredibile, una personalità già definita, una determinazione mai vista.
Forse per caso, forse per fortuna, forse per fede incontra in una stazione che come ai giorni nostri è il primo rifugio dei più miseri, quello che lei chiama un angelo. Una persona appartenente ad una famiglia ebrea la invita a lavorare e vivere da lei. Non sarà l’unica, e questa nuova fase della sua vita introduce l’elemento chiave, il “fil rouge” del romanzo di Appelfeld: il rapporto degli ebrei con tutti gli altri esseri umani, in particolare in questa storia con i “ruteni”, popolazione di slavi orientali che diedero origine agli attuali popoli russo, bielorusso, ucraino e ruteno, stanziatesi sia nella regione compresa tra i bacini dei fiumi Bug e Dnestr e il medio bacino del Dnepr, sia nelle foreste a nord-est di quella steppa.
I parenti, gli amici di Katerina fanno di tutto, insistono in tutti i modi per riportare Katerina nella cerchia della loro tribù, e il principale metodo usato è denigrare pesantemente, sempre ed ovunque le persone ebree. Chissà, ho pensato mentre leggevo, queste popolazioni e molte altre che si comportavano nello stesso modo becero, preparavano senza rendersene conto una tragedia che sarebbe poi stata pensata scientemente, pianificata, voluta e praticata. Dall’insulto, dalla derisione, dall’offesa si è arrivati all’Olocausto. Pazzesco. Una pandemia di atroci e indefinibili gesti umani a danno di altri umani, nell’Olocausto e in tante altre tragedie dalle quali sembra non impariamo mai nulla. Ma Katerina sta bene con le famiglie ebree presso cui lavora, è rispettata, è aiutata anche a costruirsi una propria vita, e lei ricambia svolgendo con grande dedizione il suo lavoro, conosce, approfondisce e entra a far parte del modo d’essere di un popolo, sempre però assillata da venti e tuoni carichi di parole come queste:
“Gli ebrei sono cattivi, gli ebrei sono corrotti, bisogna estirparli alla radice…”
Durante il periodo di vita e lavoro presso una seconda famiglia ebrea, Katerina affronta il peggio, e in questi passi del libro, appaiono evidenti i rimandi alla biografia dell’autore stesso, che tante simili atrocità si è trovato ad affrontare nella sua vita fin da bambino.
In un continuo andirivieni di fatiche, tragedie e bagliori di luce, prosegue la vita di Katerina, “ogni giorno nuovi miracoli, e io che avevo detto troppo presto: qui c’è solo bruttura, solo buio.”
“I giorni scorrevano grevi, come al traino di una pigra locomotiva.”

Sta per giungere il momento della tragedia, ma Aharon Appelfeld, testimone diretto del dramma, continua a raccontare anche il peggio con la stessa eleganza, graffiando con la più dura verità, ma lasciando sempre entrare un filo di pallida luce, e se lo fa lui dobbiamo seguirlo, cercare di imparare, leggendo innanzitutto questa grande storia di coraggio e determinazione.
“Ho trovato dei fogli e una matita, e sto qui a mettere per iscritto qualche parola, per illuminare la mia tenebra.”
Buona lettura.
Claudio Della Pietà

IL MIO NOME È KATERINA
Aharon Appelfeld

GUANDA EDIZIONI
Traduzione di Elena Loewenthal

Pag. 240
Euro 18,00

ISBN 9788823529878

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