Il cargo giapponese – Giorgio Manacorda

Titolo: Il cargo giapponese
Autore: Manacorda Giorgio
Casa Editrice: Voland
Genere: romanzo giallo
Pagine: 168
Prezzo: 14.00 €

Il giallo Il cargo giapponese  dello scrittore Giorgio Manacorda, edito dall’editrice Voland nella collana Intrecci, per essere presentato necessita di uno sguardo preliminare alla biografia dell’autore. Infatti Manacorda, germanista e letterato, ci mostra come sia possibile applicare critica e saggistica nel raccontare. Inoltre, giocando con la letteratura – in particolare quella di lingua tedesca – è in grado di far ruotare tutto l’enigma attorno ad una poesia di Ingeborg Bacham nei cui versi è celata la soluzione del caso.

Il romanzo è molto classico nella trama, ma al suo interno racchiude una narrazione che si imbeve della cultura giapponese e tedesca attraverso simboli e disegni. L’autore ci presenta il libro come se  l’unica cosa importante fosse quella di arrivare ad acciuffare il colpevole in una corsa contro il tempo; in realtà sia il colpevole sia il movente non hanno poi tutta la valenza che siamo soliti attribuire ad un libro del genere.

Protagonista del racconto è il commissario Sperandio che vive in un paesino tranquillo dove non succede mai nulla, sperduto nei monti della Sardegna, Gavoi. Si tratta della seconda indagine di questo commissario, uomo “fuori dalle righe”, poeta per passione e persona simpatica che opera in modo del tutto particolare arrivando anche a chiarire misteri molto intricati. Manacorda ce lo aveva già fatto conoscere in un precedente romanzo: Delitto a Villa Ada. Trasferito in Sardegna, come punizione per i modi non graditi ai suoi superiori, non frequenta quasi nessuno e vive praticamente in simbiosi con un cane labrador di nome Scotch. E proprio la passione per la poesia lo aiuterà a risolvere l’enigma.

Un giorno un cargo battente bandiera giapponese si schianta su una banchina del porto di Cagliari. È completamente vuoto: nessun carico e niente equipaggio, sembra una nave fantasma. Il questore  Gavino Zurru chiama Sperandio, suo antico compagno di corso, ad indagare. Il commissario inizia le indagini e, interrogando un vecchio marinaio, scopre che nel porto si aggira una strana figura: un fantasma giapponese. -“Un fantasma in carne e ossa? – Oddio, proprio in carne e ossa forse no, ma per essere un fantasma, pare che lo sia davvero. l’hanno visto in tanti, insomma due o tre, e una volta era vestito da samurai ma un’altra invece da marinaio tutto blu e tutto bagnato e pare si aggirasse sempre dalle parti del cargo…”(pag.65). Esaminando l’interno dell’imbarcazione scopre che quella nave è stata utilizzata per il trasporto di schiavi. E di qui prendono il via le indagini, a dir il vero poco ortodosse, quasi un saltare di palo in frasca, prive di qualsiasi rapporto causa effetto, solo associazioni libere di pensiero e rimandi nascosti. Il lettore dapprima ne è spiazzato, ma il sistema poetico utilizzato da Sperandio lo aiuterà nell’arrivare alla soluzione.

Il cargo giapponese non è solo un giallo, ma un bel romanzo che parla di letteratura, poesia e amore. Infatti Sperandio proprio a Cagliari ritrova Francesca, una donna che aveva conosciuto a Roma e che ora insegna nell’Università della città sarda e con lei intesserà una storia d’amore.

Romanzo piacevole, scritto in modo semplice e scorrevole, ci presenta personaggi mai banali. Molti dialoghi e alcuni monologhi, in particolare quelli con il cane, hanno il sapore del teatro dell’assurdo. Insomma un giallo distensivo  – se pur vengono rinvenuti vari cadaveri di giapponesi – in cui predominano i rapporti umani. Una nota particolare: anche la copertina è la riproduzione di una tempera dell’autore, perfetta aderenza tra testo e immagine.

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