Grandi riflessi – Camus: La peste

Albert Camus

Titolo: La peste

Autore: Albert Camus

Prima edizione: 1947

Edizione consigliata per la recensione: Albert Camus, La Peste, ed. Bompiani 2013

(Recensione a cura di Emanuela Gervasini) 

Nel  romanzo La Peste (1947), Camus immagina che un’epidemia di peste si abbatta sulla città di Orano, in Algeria. Attraverso la cronaca di un  medico, il Dr. Rieux, assistiamo all’evoluzione drammatica del flagello, dalla comparsa dei ratti portatori del contagio fino al momento in cui, nella città che ha visto migliaia di morti , tra cui bambini, il male sembra essere sconfitto.

Il protagonista, il Dr. Rieux, traccia , con dovizia di particolari, la cronaca di un’epidemia: i sintomi, la lotta contro il male attraverso la ricerca di un antidoto e le sofferenze della  gente comune. Gli eroi del romanzo si adoperano senza tregua per lottare contro un male che sembra non aver  fine: Grand, impiegato, insegue una santità laica;  Rambert rinuncia a lasciare l’infelice città “per vergogna di essere felice solo per se stesso”; Padre Paneloux  cerca di trovare una spiegazione metafisica all’epidemia che ha colpito la città, confidando nella bontà divina; Tarrou, intellettuale, dapprima testimone passivo degli avvenimenti, si ribella, in seguito,  alla situazione, impegnandosi volontariamente nella dura battaglia; infine, Rieux, protagonista indefesso del romanzo e personaggio pragmatico, è l’interprete del pensiero di Camus. L’intera azione collettiva dei personaggi può essere riassunta parafrasando il pensiero di Cartesio “Cogito ergo sum” (Penso dunque sono) in “Io mi ribello dunque noi siamo”. L’azione individualistica di Sartre si trasforma in Umanesimo collettivo in Camus: non più la lotta del singolo individuo ma lotta collettiva contro il male, contro la peste. E’ una lotta continua, in una tensione infinita senza vincitori né vinti. Il male esiste da sempre e per sempre come “il bacillo della peste (che) non muore né mai scompare”.

Camus affida la lotta a Tarrou e al Dr. Rieux. Esponenti di un’azione umanitaria, non credenti, si oppongono alla visione del mondo di Padre Paneloux, che definisce la peste un castigo inviato da Dio per convertire l’umanità. Per Tarrou e Rieux la peste, cioè il male, rappresenta un’ingiustizia tale che non può conciliarsi con l’idea di un Dio buono e onnipotente. Per Camus il male e l’assurdo che ne scaturiscono esistono sin dalla creazione dell’umanità;  è un male metafisico spesso paragonato al peccato originale del Cristianesimo. Rieux è convinto che il male non potrà mai essere definitivamente sconfitto perché è intrinseco nell’umanità. Tuttavia è possibile limitarlo,  ritardare il triste destino  a cui gli uomini sono ingiustamente condannati. Si pensi alla morte di bambini innocenti,  argomento già presente in Voltaire e Dostoevskij . E in La Peste è proprio la morte di un bambino, vittima innocente del male, che porta Rieux e Paneloux ad argomentare su di esso. Alla frase di Padre Paneloux, che afferma come  la morte “sia rivoltante perché oltrepassa la nostra dimensione…( ed è per questo che ) dobbiamo probabilmente amare ciò che non possiamo comprendere accettando di rimetterci nelle mani di Dio” , il medico replica: “Io ho un’altra idea dell’amore. E rifiuterò sino alla morte d’amare questa creazione in cui sono torturati dei bambini”.

Paneloux, colpito anche’egli dalla peste, non cercherà aiuto nella scienza, ma aspetterà la  triste sorte affidandosi completamente a Dio. Tarrou, dopo aver militato in un partito contro la pena di morte, scopre come quest’ultimo ammetta l’omicidio come modalità di vittoria. Lascia allora l’azione politica per evitare di diventare anch’egli un appestato. La peste è infatti nella politica, nelle logiche totalitarie come il Nazismo, nella menzogna, nell’orgoglio. Tarrou diventa un santo laico, senza Dio, che si purifica allontanandosi da tutto ciò: “Si può essere un santo senza Dio, è il solo problema concreto che mi interessi”. E’ un limite per Rieux, che non pretende di diventare santo, ma vuole solo essere uomo in mezzo agli uomini  e mettere a frutto le proprie conoscenze per combattere il flagello, lo scandalo del male, inteso etimologicamente come ostacolo alla realizzazione dell’Umanesimo, cioè della vittoria dell’Uomo sul male.  Rieux non è come Caligola  che, dopo aver scoperto l’assurdità dell’esistenza e del mondo,  decide  di comportarsi come gli Dei, in modo incoerente, ordinando ai sudditi di  portargli la luna per renderli consapevoli di tale assurdità  e condurli  così alla rivolta.  

Una volta presa coscienza del male, che mal si sposa con il desiderio di razionalità e di giustizia dell’Uomo  – si pensi al Mito di Sisifo – Camus invita a pensare alla rivolta in L’homme révolté (1951),  ribellione  che esalta l’intelligenza dell’uomo, consapevole che il male esiste, che non è possibile sconfiggerlo definitivamente ma solo limitarlo nella consapevolezza di esserne vittima, una vittima cogitans.

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