Grandi riflessi – Arthur Schnitzler: Doppio sogno

 

Arthur Schnitzler


Titolo: Doppio sogno

Titolo originale: Traumnovelle

Autore: Arthur Schnitzler

Prima edizione: 1926

Edizione usata per la recensione: Mondolibri, 1999 (a cura di Giuseppe Farese)

La novella conosciuta in Italia come Doppio sogno fu scritta dal viennese Arthur Schnitzler negli anni di incredibile fermento successivi alle innovative scoperte di Sigmund Freud intorno alla natura tripartita e conflittuale della psiche umana e alla funzione del sogno come rivelatore delle pulsioni dell’inconscio. Il rapporto tra l’opera dell’autore viennese e le teorie sulla psiche di Freud è immediatamente esibito dalla scelta del titolo, in lingua originale Traumnovelle, Novella del sogno, che sembra consapevolmente fare l’occhiolino alla Traumdeutung, L’interpretazione dei sogni freudiana.

In realtà il racconto onirico di Schnitzler, sebbene tematicamente affine alle ricerche freudiane, si pone in una posizione nettamente indipendente, giungendo autonomamente a conclusioni che lo stesso Freud riconoscerà con viva ammirazione. Da uno scambio epistolare tra i due, ormai noto agli studiosi, emerge infatti non soltanto il forte interesse manifestato da Freud per le opere del suo concittadino, ma addirittura una sorta di “timore del doppio” nei confronti dello scrittore che, solo per via intuitiva e attraverso la sua arte, era giunto a risultati sorprendenti, molto simili ai propri che erano frutto invece di faticosi anni di studio.

La novella, costruita magistralmente secondo un’architettura duplice e simmetrica, mette in scena la crisi del rapporto tra Fridolin, giovane e promettente medico, e la moglie Albertine, figura apparentemente rassicurante di donna e di madre. La situazione iniziale, l’idilliaco quadro familiare che ritrae la coppia in perfetta armonia nella camera della figlia dormiente, è immediatamente turbata dall’irruzione nel racconto del ricordo della sera precedente: una festa in maschera, i due coniugi lontani l’uno dall’altra e sedotti da sconosciuti, la possibilità, questa volta soltanto sfiorata, del tradimento. È solo l’inizio: a partire dalla reciproca confessione di fantasie amorose del passato, marito e moglie intraprenderanno un percorso vorticoso che li porterà a sperimentare nell’arco di una sola notte il distacco, l’incomunicabilità, l’estraneazione dall’altro e la perdita della propria integrità. “Si stese vicino ad Albertine che sembrò già essersi assopita. Una spada tra noi, pensò di nuovo. E poi: sdraiati fianco a fianco come nemici mortali. Ma erano solo parole” (pag. 81).

Se in un primo momento ogni spinta trasgressiva sembra provenire da Fridolin, personaggio complesso e inquieto in cui confliggono impulsi contraddittori, dopo poco ci si dovrà rendere conto che nemmeno Albertine, che nella stessa notte giace addormentata entro le sicure mura domestiche, è immune dalle dinamiche ambigue del desiderio. Infatti, mentre il giovane medico si lascia sedurre ad occhi aperti dalle peripezie surreali della notte viennese in cui enigmatiche figure femminili tentano la sua fedeltà, Albertine si abbandona alla dimensione del sogno in cui ogni desiderio represso, inesprimibile poiché perverso, assume sensuale concretezza. Sonno e veglia si sfiorano, si scambiano, l’una e l’altro accomunati dal medesimo grado di realtà. E anzi, sembra dimostrare Schnitzler, il sogno appare ancor più insidioso della vita reale poiché in esso l’io si esprime a pieno, libero dalle censure della coscienza, mostrando le sue contraddizioni e il suo volto dissoluto.

“Quanto più lei procedeva nel suo racconto, tanto più ridicole e insignificanti gli apparivano le proprie avventure, almeno sino al punto in cui erano giunte, e giurò di portarle a termine tutte, di raccontargliele poi fedelmente e vendicarsi così di quella donna infedele, crudele e traditrice, che aveva rivelato nel sogno la sua reale natura, e che in quel momento credette di odiare più profondamente di quanto l’avesse mai amata” (pag. 80).

Fridolin insegue i fili della notte appena trascorsa, ricerca il tradimento, la vendetta nei confronti di Albertine, ma soprattutto si mette sulle tracce di quella donna dalla bellezza magnetica che la notte precedente ha sacrificato se stessa per amor suo nell’episodio drammatico quanto misterioso del ricevimento in maschera nella villa, momento che segna il culmine del distacco tra marito e moglie. La donna misteriosa di cui Fridolin non conosce il volto, personificazione delle pulsioni più irrazionali, sarà infine ritrovata priva di vita all’obitorio, divenuta ormai “il cadavere pallido della notte passata, destinato irrevocabilmente alla decomposizione” (pag. 111). Così svanisce, con l’arrivo del giorno, ogni ambigua tentazione.

Con una scrittura raffinata e seducente, in grado di condensare in pochi tratti un’atmosfera, Schnitzler mette a nudo le pieghe più nascoste dell’io, smaschera le contraddizioni dell’apparenza, dimostra l’impossibilità di conoscere realmente l’altro. Così, in una scena di straordinaria potenza visionaria, Fridolin ritrova sul suo cuscino, accanto ad Albertine addormentata, la mascherina da lui indossata la notte precedente, simbolo inquietante della doppiezza dell’io. La scelta, l’unica possibile per ritrovarsi, sebbene non realmente risolutiva, sarà allora quella di svegliarsi.

“Che dobbiamo fare, Albertine?” Lei sorrise e, dopo una breve esitazione rispose: “Ringraziare il destino, credo, di essere usciti incolumi da tutte le nostre avventure….da quelle vere e da quelle sognate” (pag. 114). 

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