A tu per tu con… Silver

Uno splendido quarantenne. Divertente, brillante. E azzurro. Come il principe. Con la differenza che è un lupo. No, non “un” lupo. Ma Lupo Alberto. Uno dei personaggi più popolare, amati e ancora “sulla cresta dell’onda” del fumetto umoristico italiano compie quarant’anni. E Magazzini Salani gli dedica “Lupo Alberto. Le storie”, trecentoottantaquatto pagine di strisce che l’hanno reso celebre grazie al genio del suo creatore, Silver. Al secolo Guido Silvestri, che ha dato vita a questo personaggio lupesco che vive nel bosco ai margini della Fattoria McKenzie, un simpatico e tranquillo pacifista con il senso dell’amicizia e della solidarietà che non mangia, anzi, è follemente innamorato di una gallina. Nonostante questo gli costi le bastonate continue del cane da guardia Mosè.

“Lupo Alberto. Le storie” (uscito nel maggio del 2014, costo euro 12,90) raccoglie sessanta storie di questo universo, dalla prima apparizione nel 1974 sul Corriere dei Ragazzi in poi.

E a parlarne è proprio Silver. 

Dopo quarant’anni qual è il suo rapporto con Lupo Alberto?

Un personaggio nasce generalmente come proiezione di te stesso, uno strumento per esprimere qualcosa. Chi ritiene di essere portatore di valori e verità assolute con tutta probabilità affiderà il proprio messaggio a un giustiziere dai modi spicci; al contrario il riflessivo attanagliato da dubbi si farà rappresentare da un personaggio più fragile e tormentato. Perché poi uno scelga come alter ego un topo piuttosto che un cow boy o un lupo, be’, questo è legato alle patologie personali, agli umori, alla qualità della digestione. Poi però, se il personaggio piace, ti tocca passarci del tempo insieme, a volte anche troppo. Il mio rapporto con Lupo Alberto dopo quarant’anni è quello che può esserci con uno che frequenti da quasi mezzo secolo, uno che conosci fin troppo bene e che ti conosce altrettanto: a volte vorresti che fosse completamente diverso, altre sei orgoglioso che sia uguale. Diverso da chi? Uguale a chi? E che ne so. È da quarant’anni che io e il Lupo siamo attanagliati dai dubbi.

Le strisce di Lupo Alberto restano sempre attuali: è segno che il “mondo” è sempre uguale o che l’artista vede più in là?

C’è il classico meccanismo del ribaltamento alla base delle strisce: al posto dell’orrendo epilogo che dovrebbe normalmente seguire alla fuga di un lupo che ha appena acchiappato una gallina, vediamo quest’ultima che lo sbaciucchia sussurrando languida “Oh, Alberto”. E a partire dal ribaltamento – che funziona in tutte le epoche – ecco che nascono e si muovono anche tutti gli altri personaggi della fattoria. Io penso che i personaggi nascano da soli, quando e come vogliono loro. Se hanno le gambe vanno avanti, se no ciccia. E questa non è altro che la condizione in cui nascono milioni di esseri umani. E come esseri umani hanno le loro tribolazioni, le crisi adolescenziali, tempeste ormonali, fobie e nevrosi, la paura di invecchiare, la cistite e l’artrosi cervicale. Più che l’arte, è la vita che si portano dentro che li fa “sopravvivere” ai cambiamenti del tempo. Certo, poi chi li muove in scenari vari e diversi come faccio io, uno sguardo obliquo sulla normalità delle cose deve pure avercelo. Sennò non c’è storia, non ci sono storie.

Come ricorda la nascita di Lupo Alberto e la sua prima uscita pubblica sul Corriere dei Ragazzi?

Eravamo in un mondo in bianco e nero, senza troppi effetti speciali. Ricordo bene come successe. Che un qualche giorno di febbraio del 1974, Alberto e Marta – un lupo e una gallina – tagliano la corda dalla fattoria dei McKenzie e, raggiunto un luogo lontano da occhi indiscreti – leggi fitto cespuglio – riprendono fiato e convengono che no, non è il caso di continuare a vedersi così.

Era la vignetta in cui nasceva Lupo Alberto, concepita un po’ di tempo prima, come tutte le fughe d’amore, che richiedono il loro tempo per consumarsi. E quella storia si consumò quel giorno lì, sulle pagine del Corriere dei ragazzi.

Qual è la “forza” di questo personaggio?lupo alberto le storie

Con la sua aria noncurante, Alberto è uno che anela alla libertà totale ma che c’è quando serve la sua presenza: dagli amici della fattoria alle campagne sociali; è imperfetto e spesso anche inadeguato, ma affronta la realtà e lo fa anche con una buona dose di autoironia: dalla vita in società alle battute sugli zaini di scuola; vuole restare “innamorato” e quindi fugge via dai discorsi sul matrimonio ma non dalla sua gallina; prende le bastonate e si rialza: da Mosè a… Mosè.

Penso che la sua forza sia tutta nel suo assomigliarci, un po’ a tutti, completamente a nessuno.

E Silver come affronta ogni nuova storia che crea?

Mi sono dato come regola di non rifarmi mai all’attualità nel senso stretto: il fatto di cronaca, il fatto politico ecc… Mi rifaccio invece ai comportamenti delle persone, quello che si chiama “costume”. Cerco di trovare nelle persone che incontro, che conosco, me stesso compreso, quegli aspetti, quelle contraddizioni che portano a delle situazioni divertenti. Più un lavoro di analisi psicologica,insomma. Per me l’umorismo è quello che tutti quanti abbiamo continuamente sotto il naso e che non riusciamo mai a cogliere. Il mio lavoro è quello di cogliere questi aspetti. L’umorismo è come sollevare la sottana della normalità: è una cosa che nessuno prevede ma nel momento in cui succede ci svela un aspetto che nessuno aveva mai considerato. Come quello che per farti uno scherzo ti abbassa i calzoncini e tutti ridono, mentre tu ti ritrovi in mutande.

Ecco, ogni volta che devo affrontare una nuova storia – se non è lei che mi stende prima – cerco di alzare un lembo di sottana che ancora non ho sollevato.

Qual è oggi in generale la situazione del fumetto umoristico?

C’è ogni tanto qualcuno che tenta di dare per morto il fumetto, scambiando il fumetto per la sua diffusione. È vero che oggi la distribuzione in edicola, per fare un esempio, è sempre più penalizzante, ma non è un problema legato al “genere” fumetto; è un problema strutturale del “mezzo” edicola. Quello del fumetto, al contrario, è un linguaggio sempre più vitale e sempre più utilizzato nella comunicazione. E il web, i tablet, così come i videogiochi, si pongono come i nuovi naturali approdi di questo linguaggio. Certo, ci si deve liberare dall’atteggiamento di chi pensa che fare i fumetti sia un mestiere che porta fama e ricchezza. C’è ancora un sacco di gente che sogna di diventare un fumettista affermato così diventa ricco e famoso. Cosa che può essere vera in casi molto, molto rari. Il fumetto è bello se lo si fa per la propria gioia, per appagare se stessi. Se poi questo diventa anche un mestiere, tanto meglio, però io penso che si debba partire dal desiderio di esprimere se stessi, più che da quello di diventar famosi.

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Prendete racconti per bambini e ragazzi, unitevi romanzi gialli, shakerate ed ecco che salto fuori io: letteratura per ragazzi e thriller sono passioni che mi accompagnano da sempre, insieme comunque alla condivisione del decalogo di Daniel Pennac con i suoi dieci imprescrittibili diritti del lettore. Che prevedono anche quello di “leggere qualsiasi cosa”, pur avendo una spiccata passione per quanto enunciato in apertura di presentazione. Pensando in ogni caso che nelle pagine, non sempre, ma in molti, moltissimi casi, uno scrittore ci sta donando qualcosa di profondamente suo: non per forza un ricordo, ma anche solo un modo di esprimersi, un ritmo narrativo, e ogni volta una creazione. E dunque una forza che va almeno conosciuta. Se poi questa forza avvolge fin da piccoli e aiuta a diventare lettori, oppure dissemina le pagine di indizi che trascinano chi legge in un’inchiesta al cardiopalma… allora conoscerla mi piace ancora di più.

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