A tu per tu con… Lorenzo Spurio

L’opossum nell’armadio è l’ultima fatica letteraria di Lorenzo Spurio, scrittore jesino nonché direttore della Rivista letteraria «Euterpe»: una raccolta di racconti che investiga la bestialità dell’uomo.

Quale è l’incipit de L’opossum nell’armadio?

L’opossum nell’armadio si apre con due citazioni in esergo (citare non è solo ricordare qualcuno, ma riconoscersi in un dettato linguistico vero e pulsante che non ha tempo) di cui la prima è di un poeta quasi completamente sconosciuto nel nostro paese, l’americano James Laughlin (1914-1997), che sarebbe rimasto sconosciuto anche a me se per caso non avessi letto una sua lirica su una rivista di qualche anno fa. Proprio da quella poesia che si intitola “Esperienza di sangue”, che narra i momenti dolorosi della prematura morte del figlio del quale domina il sangue versato, è tratta la citazione. I fatti di sangue che si realizzano intorno a suicidi nell’aria e nel generale disinteresse della società, omicidi imprevedibili e azioni dettate dal raptus e che producono la morte sono assai frequenti all’interno del nuovo libro anche se, devo confessare, assumono all’interno dell’ordito narrativo, del plot nel quale sono contenute, una dimensione più realistica e meno grand-guignolesca di quanto non avvenisse nella precedente raccolta La cucina arancione (2013).

La seconda citazione invece è tratta da un narratore nostrano, il poeta-psichiatra Mario Tobino, che ne Le libere donne di Magliano descrive con minuzia e un occhio onnicomprensivo privo di un intento giudicante o demonizzante cosa accade all’interno di un manicomio tra le tante bizzarrie, incomprensioni, gesti e discorsi problematici e senza una logica apparente. Con questa seconda citazione si dà dunque spazio a quella complessità mentale che vede nel pazzo colui che la psichiatria ha caratterizzato come un suo paziente da seguire, una persona che sembra avere più comunanze con un animale che con un essere razionale. Le parole prive di significato, le ripetizioni, le gestualità incomprensibili e prive di effetti, l’atteggiamento bipolare e tendenzialmente ingovernabile con accessi di foga fisica, hanno condotto nel corso del tempo all’emarginazione del pazzo dalla società e a un processo che, volente o nolente, ha innescato un processo di animalizzazione e dunque di brutalizzazione dal complesso umano.

Questo dualismo bestia-uomo è stato un po’ il centro anche della tua precedente raccolta di racconti La cucina arancione. Perché continui ad insistere su questo argomento?

Che nell’uomo ci siano comportamenti avventati e inesplicabili che possano far pensare al mondo animalesco non è una mia invenzione, ma un dato di fatto; oltretutto c’è una sotto-branca dell’etologia che si occupa di studiare proprio simili atteggiamenti. D’altro canto, è anche vero che spesso (ma questa è una considerazione che varia in base al tipo di sensibilità della persona e al suo amore per gli animali) ritroviamo in maniera latente nei nostri animali (siano essi cani, gatti o quant’altro) degli atteggiamenti (siano essi organizzativi, motori o più propriamente intellettivi) che ci fanno realmente dubitare se il nostro amico a quattro zampe non abbia realmente qualcosa di “umano”.

Sono due considerazioni sulle quali si potrebbe avanzare una analisi più attenta e, comunque, pur condividendole entrambe, nei miei racconti si dà voce principalmente alla prima ossia che l’uomo è un animale sociale. Il grado della socialità permetterà allora di distinguere effettivamente da uomo ad animale e di valutare di volta in volta l’ampiezza della lontananza che esiste tra i due. Sta di fatto che non parlerei propriamente di “binomio uomo-animale” che presupporrebbe piuttosto una sorta di polarità e vicinanza asimmetrica di intendere i due soggetti, ma piuttosto di un continuo riflesso di animalità (o addirittura bestialità) nella componente umana. Ciò chiama in causa allora non solo la carica di violenza, il tema del sangue e della morte (di cui sopra si parlava), ma anche la sfera grigia dell’emozionalità negata, trascurata e il mondo depresso dell’insania.

Claustrofobia e apatia. Ho notato questo nei protagonisti dei racconti che animano L’opossum nell’armadio. Sei d’accordo?

Sono molto d’accordo con la prima, ossia la claustrofobia che è poi esternata in varie forme: sia dal punto di vista tematico ed allora è lapalissiano il titolo in cui l’opossum è nell’armadio. Ma bisogna intendersi e domandarsi già sul titolo: L’opossum entra autonomamente nell’armadio dove decide di rinchiudersi oppure è l’uomo che serra il marsupiale al suo interno contro la sua volontà? Diciamo che l’idea del titolo era proprio quella di giocare su questo doppio e permettere, dunque, un’ampia commistione di letture.

La claustrofobia che potrebbe esser vista in alcuni atteggiamenti dei personaggi e che li porta poi all’assunzione di decisioni istintive, magari violente e tendenzialmente sbagliate, chiama, però, in causa anche la sua controparte ossia la claustrofilia (e non è assolutamente un controsenso!) che si noterà nella pervasiva esigenza dei personaggi di muoversi all’interno delle proprie stanze, in un universo domestico (casa, ma anche la famiglia) ristretto, avviluppato su se stesso e improntato alla noia più nera se non intervenisse qualcosa a cambiare le sorti.

Sulla presenza di personaggi apatici sarei, invece, più cauto in quanto l’apatia che è un rilassamento fisico e psicologico dinanzi a ciò che accade si caratterizza per avere personaggi deboli, sfocati, emozionalmente privi di forze e interessi. Trovo che alcuni dei personaggi possono condividere questa sfumatura ma credo che sarebbe più opportuno parlare di indifferenza, disinteresse e mancanza di empatia dovuta a un fatto pregresso, a un trauma vissuto e non superato ossia a una incapacità di fondo, pure radicata e decennale, che non consente ai personaggi di vivere autenticamente i loro sentimenti. Sentimenti che in fondo ci sono, anche se sono fotografati in uno stato di torpore e di latenza o che, a differenza di quanto avveniva generalmente in La cucina arancione, possono riaffiorare di colpo per un ricordo balzato alla testa o un profumo sentito e che, a mio modo di vedere, fanno senz’altro la differenza.

Hai pubblicato anche una raccolta di poesie dal titolo Neoplasie civili, una silloge di denuncia. Oggi la poesia ha ancora forza?

La poesia ha perso forza e l’immane produzione dei grandi del Novecento sembra, giorno dopo giorno, soffrire un processo di offuscamento improntato all’oblio. Non mancano poeti oggi, è vero, ce ne sono anche troppi ma quelli che lasciano il segno e cioè che sanno cosa dire e come dirlo, ce ne sono realmente pochi. Rintracciare la causa (o la colpa) dello stato attuale della poesia contemporanea presupporrebbe andar a indagare i rapporti che nel corso del tempo sono intercorsi tra poeta-lettore, tra poeta-critico, e ancor più tra poeta-editore.

Ciò che mi sento di dire a proposito della poesia è che essa può ancora rivestire un significato e divenire un buon punto di apertura alla esperienze personali se effettivamente la poesia cessa di essere stampata sulla carta per venire declamata, letta, proposta in incontri, reading e quant’altro. La poesia non ama la staticità né la corposità del materiale che, invece, è tipico della prosa (sia essa fiction o speculativa) perché essa ha bisogno di lettura, musicalità, interpretazione. Trovo che le tante attività che vengono portate avanti da Associazioni e amministrazioni comunali in tal senso siano molto valide e lodevoli perché la poesia non è manifesto storico, non è documento da biblioteca, ma è anima che deve trovare la giusta diffusione. Se un libro è un bene di consumo, la poesia è un servizio alla collettività.

Chiaramente è anche la classe sociale nel suo complesso ad essere poco alfabetizzata nei confronti della poesia e chi la conosce ancora oggi la considera sulla base delle stupide e categorizzanti informazioni manualistiche della scuola media o superiore. Per tutte queste ragioni e per mille altre ancora trovo che la poesia stia perdendo energia e stia soffrendo ormai da vari decenni un processo di svilimento, appiattimento e di cosificazione che macchiano la luce della quale, invece, alcuni grandi le hanno permesso di brillare.

Per quanto concerne la mia silloge poetica Neoplasie civili mi ritrovo nelle parole di Cinzia Demi che nel suo commento critico avvicina la mia scrittura a una prosa poetica e non potrebbe essere diversamente essendo io prettamente uno scrittore e dando voce con queste liriche al sentimento che scaturisce da ciò che accade attorno a noi, dalle tremende notizie che ci giungono, dalle sevizie dei violenti, dalle libertà represse, dalle aberrazioni che diventano cronaca giornaliera per poi dimenticarsene. Questi mali cancerosi che attanagliano alcuni strati della società sembrano essere inguaribili non solo perché il male è talmente vasto da non permettere a nessuna cura un tentativo, pur illusorio, di una guarigione, ma perché pur conoscendone l’eziologia, le cause dirompenti, si finge di aiutarsi, ci si maschera spesso in ciò che non siamo, si offende senza rendersene conto, ci si distanzia dagli altri ogni qual volta che utilizziamo la parola per ferire. Sono tumori che difficilmente potranno guarire semplicemente perché si conosce la cura, ma non la si adopera.

Sei impegnato su più fronti culturali. Quali difficoltà incontri quotidianamente nel tuo percorso?

Di difficoltà purtroppo ce ne sono sempre parecchie, ma forse aiutano per andare avanti sempre più forti e coesi una volta averle superate. Quelle che incontro io nel mio percorso culturale sono un po’ quelle che incontrano tutti i ragazzi che fanno letteratura seriamente e con capacità; potrei dire, ad esempio, la difficoltà nel farsi concedere uno spazio pubblico o privato per organizzare degli eventi, la mancanza e il disinteresse di qualcuno che potrebbe invece incentivare progetti ormai saldi e radicati e che coinvolgono molte persone su tutto il territorio nazionale, l’impossibilità (ma forse anche la fortuna!) di non poter raggiungere marchi editoriali più grandi che potrebbero permettere una maggiore diffusione delle opere dell’autore e permettere di farlo conoscere su larga scala, etc. Se l’intellettuale una volta era sufficiente che scrivesse qualcosa di buono perché poi c’era chi lo aiutava e lo promuoveva per bene, oggi l’intellettuale, pur scrivendo buone cose, interessanti e che arricchirebbero la cultura generale, deve fare tutto da sé per promuoversi e questo diventa difficile nel momento in cui non si hanno mezzi imprescindibili quali tempo e denaro e per questo l’autore finisce per immettersi inconsapevolmente in un tritacarne tra tanti suoi compagni, più o meno bravi, più o meno agguerriti.

Si sa, il rischio poi è uguale per tutti: nessuno sfonda e ci si fa la lotta tra piccoli e pseudo-piccoli e, come in ogni lotta, sono poi l’agone, l’invidia e il cinismo e ogni altra manifestazione di odio tra le persone a vincere.

Perché non ti sei mai lanciato nella stesura di un romanzo?l'opossum nell'armadio

Questa domanda mi è stata fatta molte volte nelle varie interviste e ho sempre risposto che, almeno per il momento, non lo sento nelle mie corde. Ho sempre aggiunto (ed è una cosa alla quale tengo molto) che scrivere un romanzo e scrivere un racconto sono due delle cose più lontane e diverse che ci possono essere tra di loro. Ricordo a questo punto che nella tradizione letteraria italiana è clamorosamente mancata una pattuglia di scrittori di racconti, se eccettuiamo Calvino e Buzzati che furono un po’ delle mosche bianche. Ma Calvino e Buzzati vengono ricordati per essere stati principalmente dei romanzieri e non certo per aver scritto un nutrito numero di racconti, a differenza di quanto invece è accaduto e accade in Inghilterra e in USA con scrittori che realmente sono diventati celebri quali short story writers: Patricia Highsmith, Flannery O’Connor, Raymond Carver, solo per fare degli esempi.

Per non eludere la tua domanda, però, aggiungo che la scrittura di un racconto presuppone una predisposizione alla sintesi e a narrare direttamente una realtà quasi fotografandola in sequenza nel momento che accade. Il racconto è fruibile velocemente e anche la storia in esso contenuta non copre mai, salvo pochissime rarità, un tempo della storia molto vasto. I racconti sono diapositive che il narratore dispone con accortezza sulla carta senza aggiungere ciò che sarebbe superfluo e ridondante. Il romanzo, a sua volta, ha una sua struttura tipo e quindi una impalcatura canonica che non permette (sto parlando della struttura e non del contenuto) grandi genialità di costruzione e di de-costruzione ed è in via generale antitetico alla sintesi dei contenuti.

La brevità e la sintesi che appartengono al racconto non debbono, però, essere interpretate come frettolosità, esperimento o prosa frammentaria e dunque relegare il racconto a una categoria inferiore a quella del romanzo perché –come spesso viene detto erroneamente- è meno complesso, più veloce, quasi come se fosse un’attività stupida e priva di una logica di costruzione. Io la penso esattamente al contrario: il racconto concentra in sé una serie di possibilità espressive e di fughe camaleontiche dalla realtà che il romanzo non permetterebbe perché finirebbe per far apparire più rilevante la materia (ciò che si narra) rispetto alla forma (come si narra).

Progetti per il futuro?

Come sempre sono un tipo che non si fossilizza nel seguire un’unica cosa e di fatti sono vari i progetti e le attività che mi vedono impegnato. Dal punto di vista editoriale sto completando un volume che contiene una serie di interviste da me fatte negli ultimi anni ad alcuni poeti del nostro periodo storico; oltre a questo è da un anno circa che sto lavorando ad una antologia di poeti marchigiani a partire dai primi del ‘900, lavoro complicato ed esteso poiché la mia Regione ha sempre avuto una grande predisposizione per la poesie e dunque vi è un gran numero di poeti (anche in dialetto) che sto considerando per l’inserzione nel volume. Lavorare a un progetto di questo tipo, poi, porta con sé una serie di altre esigenze che spesso finiscono per complicarne e rallentare la stesura, quale il dover mettersi in contatto con eredi di poeti deceduti o loro case editrici per avere le giuste autorizzazioni a poter pubblicare i propri testi. E’ un progetto al quale tengo particolarmente perché amo molto la mia Regione e credo che possa essere un buon mezzo per farla conoscere a chi, pur vivendo fuori di essa, ha di certo conosciuto ed apprezzato il genio poetico di autori come Paolo Volponi, Massimo Ferretti, Remo Pagnanelli e numerosi altri.

Tra le varie attività sono impegnato nelle Commissioni di Giuria di vari concorsi letterari tra cui il 1° Premio Letterario “Città di Fermo” organizzato dalla Associazione Libera-Mente e del quale sono Presidente di Giuria (la premiazione si terrà a Fermo il prossimo 31 maggio) e il Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” da me fondato, che quest’anno celebra la sua quarta edizione con i Patrocini Morali della Regione Marche, della provincia di Ancona, dei Comuni di Ancona, Jesi e Senigallia e che, come ogni anno, devolverà parte dei fondi a una causa umanitaria. Quest’anno sarà la Fondazione Salesi di Ancona che si occupa delle problematiche relative al bambino ospedalizzato. Infine, ma non per importanza, continueranno le attività promosse dalla rivista di letteratura «Euterpe» con i suoi nuovi numeri tematici, le antologie monografiche organizzate (al momento cerchiamo, infatti, materiale per l’antologia “Stile Euterpe vol. 2” dedicata quest’anno, dopo a quella iniziale dedicata a Leonardo Sciascia, ad Aldo Palazzeschi).

Tutte le attività possono essere seguite attraverso i post caricati sul mio blog letterario al quale è possibile iscriversi con la propria mail per ricevere in automatico per posta gli aggiornamenti o sul sito della rivista «Euterpe».

Un saluto a Gli amanti dei libri.

Ringrazio con affetto Gli amanti dei libri per avermi concesso questa intervista e in particolare l’amico Martino che sempre mi dedica tempo e spazio nel leggere e recensire i miei lavori, oltre a collaborare entusiasticamente con me a vari progetti culturali.

1 L’editore Guanda alcuni anni fa ha pubblicato una sua antologia poetica: JAMES LAUGHLIN, Una lunga notte di sogni. Poesie 1945 – 1997, Traduzione e introduzione di Massimo Bacigalupo, Guanda, Parma, 2012.

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Martino Ciano

Classe 1982, vive a Tortora, comune della provincia di Cosenza. Promesso ragioniere, lascia la partita doppia per la letteratura, la poesia, la musica e il giornalismo. Si laurea in Scienze Storiche all’Università La Sapienza di Roma. Attualmente è corrispondente per l’emettente televisiva Rete 3 Digiesse. Nel 2011, l’incontro con Gli amanti dei libri, per cui cura la rubrica Amabili letture. Collabora anche con le riviste letterarie Euterpe, Satisfiction e Zona di Disagio di Nicola Vacca. Ama scrivere racconti, alcuni dei quali sono stati pubblicati su siti e riviste on-line. Tra questi, La logica del difetto è nel catalogo dalla Bla - Bookmark Literary Agency di Paolo Melissi. La sua pagina personale facebook è Dispersioni 82. AMABILI LETTURE: I libri che mi piacciono, i classici che mi hanno formato, il profumo delle parole che mi hanno riempito l’anima. Sono un lettore anarchico, che si sposta da un genere all’altro con il solo obiettivo di saziare le mie curiosità. Voglio condividere con voi le mie impressioni sulle opere che mi hanno reso un divoratore di parole. In questo spazio verrà data voce agli esordienti, agli autori dimenticati, ai poeti, ai sognatori, agli irregolari. La letteratura è arte e scrivere d’arte è il mestiere più bello del mondo.

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