A tu per tu con … Loredana Lipperini

Loredana Lipperini, vulcanica scrittrice, blogger e conduttrice radiofonica, è tra le più importanti divulgatrici letterarie italiane. Il festival A tutto volume di Ragusa l’ha ospitatata quest’anno non solo come autrice de “L’arrivo di Saturno”, edito da Bompiani, ma anche come conduttrice di altri importanti incontri. Il suo romanzo è complesso e vuole gettare una luce dall’interno su una delle tante pagine buia della recente storia italiana: la scomparsa dell’amica giornalista Graziella De Palo, rapita a Beirut nel 1980 e mai più ritrovata.

Il libro è molto bello e denso di tematiche, dall’amicizia all’arte, dalla Storia alla scrittura. Ognuna di queste tematiche sembra essere costruita a specchio, ovvero per ogni aspetto ne esiste il suo riflesso, uguale e contrario. E’ cosi’?

Ho avuto più’ di una difficoltà nello scrivere questo libro, mi sono chiesta anzitutto come avrei potuto raccontare una storia cosi’ complessa e cosi reale nella sua indicibilità, come quella di Graziella. Ho cominciato a ragionarci per la prima volta addirittura nel 2000 e mi rendevo conto che forse un saggio, un romanzo di inchiesta, una non fiction novel, chiamiamola come vogliamo, non era esattamente quello che io volevo restituire. Una decina di anni dopo sono incappata nella storia di Han van Meegeren, una storia reale, quella effettivamente del falsario che dipinge un falso e va in tribunale per essere scagionato dall’accusa di collaborazionismo con i nazisti. Quel libro aveva cominciato ad andare per conto suo, c’è stato un momento in cui le due storie si sono riunite e ho capito che quella era l’unica possibilità che avevo, per me naturalmente, di raccontare la storia di Graziella. Nel momento in cui ho capito questo sono riuscita ad andare avanti velocemente proprio perché la storia del falsario, quindi la storia di chi vive in un’illusione e fa vivere gli altri in una illusione, era l’unico modo a mio parere di raccontare una storia dimenticata e che conteneva tanti falsi e tante menzogne al suo interno. Ho immaginato che la doppia strada fosse quella che poteva superare anche il genere dell’auto fiction per crearne un altro ovvero un ibrido, e quindi per mantenere fede alla via romanzesca, narrativa, pur contenendo tutto il resto.

arrivodisaturnoIn particolare mi ha colpito molto il modo in cui lei parla della memoria: essa è si’ ricordo ma anche artificio, illusione, invenzione.

Nel momento in cui noi ricordiamo non siamo fedeli a quello che realmente è avvenuto. Noi poniamo comunque un filtro che è doppio nel momento in cui a raccontare è uno scrittore. Gli scrittori mentono sempre anche quando raccontano la verità o fatti che sono realmente avvenuti o fatti che riguardano la loro vita. Evidentemente mentono ma questo credo che anche il lettore lo sappia che ami vivere in questa illusione. La memoria filtra quello che è avvenuto, funziona per squarci e per sprazzi. Restituisce un particolare e ne tace un altro, ed è la stessa cosa che fanno gli scrittori. Poi c’è una memoria collettiva e anche qui funziona per squarci e per sprazzi, perché la storia di Graziella, una ragazza di ventiquattro anni, contiene in sé la storia grande, tante storie grandi del nostro Paese, dimenticando quella che non è che un tassello si finisce con il dimenticare anche l’altra. Questo ha un suo peso pero’, io sono convinta che un Paese senza memoria non possa darsi, che debba mantenere e debba anche superarla naturalmente, per guardare avanti e non rimanere inchiodato. La memoria va sempre superata, pero’ una volta che è conosciuta deve rimanere ben chiara.

Il libro è anche (e non solo) un romanzo di formazione. Graziella e Dora crescono in anni molto particolari (’70 – ’80), segnati da idee e spinte molto forti. A differenza di oggi, in cui invece, per dirla con Bauman, viviamo in un momento di estrema liquidità.

Penso che non si possa fare un paragone, quelli erano anni particolarissimi, di scoperte, fervore e illusioni meravigliose. Anche questo romanzo è pieno di illusioni, è un romanzo di formazione e di una amicizia. Essere ragazze in quegli anni significa non soltanto immaginare delle sé stesse che avrebbero avuto una vita bellissima, ma anche un mondo che sarebbe stato altrettanto bello, che sarebbe migliorato. Questa spinta in avanti c’era, io pero’ non sono del tutto convinta che chi ha la stessa età di Dora e Graziella oggi, chi ha dai 14 ai 22, 23 anni sia privo di quella spinta, forse c’è un cinismo, una stagnazione cupa e reale negli adulti ma non credo nei giovani. Sono abbastanza stanca di vedere rappresentati i giovani come pigri. Il problema è tutto degli adulti in questo momento non certo dei giovani.

Un’altra cosa che mi ha molto colpito è la sua tecnica narrativa, in particolare la voce narrante che a volte si rivolge direttamente alle due protagoniste, cercando da loro risposte e in qualche modo cercando di farle riflettere sulle loro cose passate.

Io ho lavorato molto su questo, ci sono tre livelli narrativi, c’è un livello dove c’è una terza persona dichiarata, c’è Dora che l’alter ego non completamente coincidente come sempre con chi scrive che viene raccontata mentre fa il romanzo, mentre prova a costruire questo romanzo. Poi c’è un’altra terza persona più’ distaccata che è quella della storia di Han van Meegeren, dove la scrittura è diversa più’ secca, più’ artigianale. Poi c’è il momento in cui io mentre scrivo prendo la parola ed è il momento in cui io uso il tu. Avviene in pochi punti pero’ è bello che abbiate colto questo passaggio perché ci tengo parecchio al momento in cui chi sta scrivendo davvero, io e non Dora, si rivolge ai personaggi per dire guardate che sta per avvenire qualcosa e al lettore evidentemente, avvertendolo dell’illusione come quando all’inizio di un numero di magia il prestigiatore avverte che avverrà qualcosa. Allora a quel punto io dico tu lettore sappi che io ti sto comunque raccontando un’illusione, Dora sono io e non sono io, Han van Meegeren è realmente esistito ma non è quello che io ti racconto. Sto mentendo ma mentendo ti racconto comunque una verità.

La pittura, oltre ad avere un ruolo di rilievo in questo libro, attraverso la storia vera-non vera del pittore Han van Meegeren, mi pare essere l’arte che per lei più’ si avvicina alla scrittura.

Non so si avvicini, personalmente e biograficamente è qualcosa che mi ha sempre interessato, io dipingevo fino ad un certo punto della mia vita, ovviamente a livello amatoriale. Mio padre dipingeva, ha dipinto dei meravigliosi quadri a olio, faceva dei ritratti a mia madre e alle sue sorelle. Lui era veramente bravissimo, abbiamo dipinto anche un unico quadro insieme. Poi ad un certo punto non ho più’ seguito questa strada ho seguito la strada della scrittura pero’ la pittura mi è rimasta un po’ dentro. C’è un episodio nel libro che è reale, quando Dora rincontra le sue vecchie compagne delle elementari e loro sono convinte che abbia continuato a dipingere e invece non è cosi’, io non ho più dipinto da allora, pero’ è qualcosa che evidentemente mi è rimasto, perché chi dipinge commette gli stessi giochi di prestigio, le stesse illusioni dello scrittore, un artificio che ti illude di essere ad un passo dalla verità, fino ad un certo punto della storia dell’arte è stato cosi’: io ti inganno e tu sei felice di essere ingannato e poi sono sempre stata molto attirata dai falsari d’arte.

 

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