A tu per tu con… Lidia Undiemi

lidia undiemiLidia Undiemi si laureata in Economia e Commercio all’Università di Palermo nel 2003 diventando dottore di ricerca in Diritto dell’Economia e Commercio. È consulente tecnico in materia di outsourcing e operazioni di societarizzazione. Dall’inizio della sua carriera, ha realizzato diverse pubblicazioni sul tema della tutela del lavoratori coinvolti in operazioni di outsourcing attuate dalle grandi aziende e dal 2011 ha iniziato un ulteriore percorso di studi circa l’evoluzione della crisi economica europea con particolare riferimento alle trasformazioni del rapporto fra Stato, Democrazia e Organizzazioni internazionali. Dalle sue ricerce è nato il libro Il ricatto dei mercati, edito da Ponte alle Grazie.

Si sente spesso parlare di queste entità fumose, imperanti: “i mercati”. Ma cosa sono esattamente, i mercati?

I mercati possiamo sintetizzarli come le grandi capitali internazionali, le multinazionali che oggi, anzichè reclamare le regole del libero mercato come in passato, stanno utilizzando le leggi per imporre i propri target agli Stati. La lotta fra Stati e mercati si lotta sul campo del Diritto, tramite regole che ci vengono imposte attraverso le quali noi siamo costretti a salvare i mercati dai propri fallimenti; gli stessi capitali salvati, però, vengono poi usati per fare shopping di diritti nei Paesi usando, diciamo, le risorse alla collettività di modo tale che in ultima battuta le multinazionali in più Paesi standarizzano i diritti verso il basso: anzichè avere uno sviluppo del Terzo mondo verso un sistema di diritti come il nostro, siamo noi che attuiamo un processo inverso tornando al passato.

Lei ha condotto un’inchiesta approfondita sull’argomento. Quanto di quello che ha scoperto era qualcosa di aspettato e quanto invece di quello che ha portato allo scoperto è stato una sorpresa anche per lei?

Per me non è stata una sorpresa perchè avevo lavorato sul campo anche della ricerca scientifica studiando le nuove interazioni fra lavoro e grandi aziende e come avviene il conflitto sociale. L’obiettivo non è solo precarizzare i lavoratore, ma anche applicare metodi sofisticati attraverso cui la finanza internazionale, quando fallisce, applica i suoi debiti agli Stati. L’economia oggi è caratterizzata da un gioco di scatole cinesi: la grande azienda scarica la sua responsabilità a società che vengono fatte appositamente fallire. Se noi non discutiamo questo modello non ci sarà politica che tenga rispetto al ricatto dei mercati.

L’economia, soprattutto per chi, come me, non se ne intende, sembra infatti un esercizio di colpe scaricate gli uni sugli altri e infine su un ‘fato’ economico incontrollabile. In quanta parte ciò si avvicina alla realtà e quanto è pilotato?il ricatto dei mercati

Al cittadino medio vendono la storiella che, se il mercato è libero, allora funziona, ha questo diritto e siamo stati noi a sbagliare per cui il debito pubblico aumenta. Non stanno in questi termini le relazioni fra Stati e capitale, ma al giorno d’oggi l’Economia si appropria del Diritto per imporre delle regole e vuole un potere politico che travalica ogni struttura economica. La differenza storica fra il liberismo storico come teoria e il neoliberismo mostra che i mercati vogliono sempre più potere politico togliendolo allo Stato e ai cittadini, per cui è lo Stato l’ostacolo che va rimosso e sta alla politica porre argini per anzitutto disegnare un modello di economia diversa. Io provo a spiegare la differenza e trovare un modello economico che ci renda autosufficienti tentando, tramite le leggi, di invertire il processo e riappropriarci del potere democratico.

Uno dei capitoli del suo libro si intitola “Il diritto del lavoro e la logica dei mercati”. In quale senso secondo lei oggi il lavoro è un ‘diritto’ di ognuno di noi?

Noi abbiamo avuto un diritto del lavoro straordinario grazie allo statuto dei lavoratori e tutta la legislazione, che hanno fatto si che il lavoratore potesse esercitare un potere rispetto al capitale; il reddito nazionale e la ricchezza nazionale era distribuito in maniera equilibrata fra i lavoratori e i cittadini al capitale. Venendo meno le leggi, che è ciò che accade oggi, ad esempio con l’abolizione dell’articolo 18, succede che i lavorativi sono così indeboliti rispetto al capitale che questi può trattenere il redditto nazionale nella maggioranza. Questo lo vediamo nelle aziende quando in nome dell’abbattimento dei diritti viene richiesto un abbassamento dei salari e dei trattamenti economici: queste sono le tendenze del jobs act.

Nel suo libro vi è una pars destruens, in cui si individua il problema, e una pars costruens, in cui lei individua una soluzione possibile alla questione economica. Può spiegarci qual è il fulcro della sua proposta?

Questa proposta prevede di attuare il meccanismo inverso attraverso cui il grande capitale nazionale scarica i propri fallimenti sulla colletività e sui lavoratori e quindi attuare una responsabilizzazione della grande impresa di gruppo. Io svelo lo scaricamento sulla colletività che in ultima battuta diventa crisi finanziaria, spiego come responsabilizzarle anche come mercato in generale, ma spiego soprattutto quale modello di relazione sindacale costruire per contrastare il sistema, insieme a una serie di diritti individuali dei lavoratori per evitare che vengano messi in questa sorta di tritacarne economico. Oggi noi pensiamo che gli economisti ci possano spiegare cosa accade, ma siccome il conflitto sociale si fa sul Diritto bisogna unire due conoscenze: Diritto e analisi Economica. Molte delle analisi ci dicono che i soldi delle riserve salva Stati servivano in realtà per salvare le banche, ma sarebbe bastato leggere i trattati poiché in verità era già scritto, non avevamo bisogno di aspettare i numeri!

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