A tu per tu con… Kamala Nair

Abbiamo incontrato Kamala Nair lo scorso 26 aprile, giorno di pubblicazione in Italia del suo romanzo d’esordio “Una casa di petali rossi”. L’autrice ci accoglie proprio in un giardino, un angolo nascosto di verde e tranquillità che non ti aspetti nel cuore di Milano. Le chiediamo subito se la scelta della location è voluta, soprattutto in riferimento al titolo originale del libro: “The secret garden”.

Il giardino segreto è uno dei miei libri preferiti quindi  ho voluto utilizzare questo tipo di ambientazione anche se con dei toni più scuri e una atmosfera di  mistero: sicuramente non volevo fosse un libro per ragazzi , ma una storia per adulti. L’idea di un antico giardino, un po’ fatiscente, mi ha sempre affascinato e ho scelto di proposito di ambientare la storia in questo contesto, intrecciandola con il tema della redenzione.

Il giardino ha un valore fortemente simbolico: una volta che Rakhee fa scoprire a Tulasi il mondo reale, il giardino da paradiso diventa trascurato, fino a morire. Dalla distruzione tuttavia rinasce un nuovo mondo: una nuova Tulasi. Crede che il passaggio attraverso una fase di distruzione sia da applicare anche alla realtà dei nostri giorni?

Sicuramente volevo che il giardino avesse anche una dimensione ambigua dal punto di vista morale: ha questa dimensione idilliaca e Tulasi è felice finché rimane nel suo giardino con la sua innocenza. È  un mondo che è perfetto finché arriva Rakhee che, un po’ come Pandora,  apre questo vaso.  Tulasi diventa sempre più infelice, più depressa, si ammala e il giardino viene trascurato. Spero che chi legge si renda conto che si tratta di una cosa positiva e non soltanto negativa: questo dolore è necessario perché Tulasi possa conoscere la vita; senza attraversare questa fase non potrebbe entrare nel mondo, in un’altra realtà rispetto a quella che ha conosciuto fino a quel momento.

Naturalmente chiunque può leggere questo romanzo e interpretarlo a modo proprio. Non avevo intenzione di fare una dichiarazione sulla società o sul fatto che la conoscenza abbia un prezzo. La mia intenzione era quella di rappresentare il tema della redenzione: la seconda generazione impara dagli errori dei propri genitori che hanno creato questa situazione; il giardino rappresenta le strutture sociali messe in atto dalla prima generazione che devono essere distrutte perché il mondo possa andare avanti e migliorare.

Lei ha associato la genesi e la crescita di questo romanzo alle emozioni della maternità. Come nasce l’idea di questo libro, e quali sono le sue emozioni ora che, lasciato andare per il mondo, le sta dando così tante soddisfazioni?

Il libro è uscito negli Stati Uniti l’estate scorsa e certamente i miei sentimenti sono cambiati da allora e da quando ho scoperto che sarebbe stato pubblicato. Per quanto avessi condiviso la mia intenzione di scrivere il libro con i familiari e gli amici sapessero vagamente cosa stessi facendo, non volevo parlarne troppo. Si trattava una esperienza mia privata, ed era anche questa la sua bellezza: apparteneva soltanto a me. Per questo ho fatto un paragone con la maternità: si ha una creatura dentro di sé con cui si ha un legame molto stretto e molto privato che continua anche quando il libro nasce e va nel mondo, tutti lo leggono e ognuno si forma una sua opinione. È una fase molto esaltante, ma fa anche un po’ paura perché è come se fosse il mio bambino: gli voglio bene e voglio che abbia tutto il meglio, può far male sentire delle critiche non positive. Ora che è passato circa un anno devo dire che condividere un libro anche con altre persone è una esperienza molto gratificante. Per un autore è questa la cosa più importante: che il libro venga letto e che la gente si faccia delle impressioni; parlando con varie persone, anche durante le interviste, io stessa imparo delle cose nuove sul libro e su me stessa.

Il libro è ambientato quasi interamente in India, quali sono state le suggestioni e le tradizioni del suo paese d’origine e quali invece gli autori, occidentali e non, che hanno ispirato il romanzo?

Un’influenza importante è stata quella delle mie impressioni personali: mio padre è cresciuto in una casa molto simile a quella descritta nel libro. L’ho visitata spesso durante l’infanzia e ogni volta ho assorbito qualcosa della tradizione locale: il modo in cui le persone parlano, il ruolo delle donne nella società… dettagli che ho interiorizzato e da cui ho attinto molto. Volevo che la voce di Rakhee fosse autentica e per questo mi sono sforzata di guardare alle cose con la prospettiva che potevo avere quando avevo dieci anni.

Per quanto riguarda altre ispirazioni di romanzi che ho letto, un’influenza importante è quella delle atmosfere gotiche, di romanzi sia inglesi sia americani del diciannovesimo secolo ma non solo, quindi le sorelle Bronte….Volevo che nel romanzo fosse descritta un’atmosfera di mistero, un po’ oscura e un po’ cupa, anche se l’impressione principale rimane quella dell’india, in particolare quella del sud che conserva profonde differenze rispetto a quella settentrionale.

Rakhee, una volta arrivata nella sua famiglia di origine, fatica a comprendere la cultura indiana e a sentirsi parte di essa. A Plainfield, in ugual modo, si sente estranea e diversa rispetto ai suoi compagni. Questa sensazione di estraneità appartiene anche alla sua esperienza?

Sapevo di voler raccontare anche una storia di crescita, di una bambina che diventa adulta. Tutti abbiamo esperienza di come questo passaggio si manifesta in modo diverso per ciascuno. Non voglio dire che Rakhee diventi adulta tutto di un tratto, ma conosciamo tutti un momento in cui si perde l’innocenza. Per quanto mi riguarda questa crescita è coincisa con la ricerca di una soluzione a questo senso di divisione e dualità che ho sempre conosciuto. Crescendo negli USA e pur essendo americana mi rendevo conto che c’erano delle diversità tra me e i miei compagni di scuola: da una parte il colore della pelle, dall’altra i miei genitori che parlavano con un accento diverso rispetto ai loro, noi andavamo in vacanza in India mentre loro andavano in Florida e sentivo di non appartenere al 100% a quella realtà. Andando in India cercavo le mie radici, un legame, un senso di appartenenza, ma mancava comunque qualcosa: i miei cugini ed  i miei zii vivevano sempre insieme e quindi avevano tra loro un legame molto forte: io e mia sorella ci sentivamo delle estranee ad entrare in quel mondo. Tutto è cambiato una volta che crescendo sono diventata più sicura di me e quindi ho superato questa confusione e questo senso di smarrimento: è questa l’esperienza su cui volevo incentrare il libro.

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  • Rinkashika

    Intervista molto interessante. Di sicuro dopo averla letta sono molto più incuriosita del libro che spero di comprare a breve.

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