A tu per tu con… Giuseppe Catozzella

Incontriamo Giuseppe Catozzella al termine di un incontro organizzato dal Salone Off, all’interno di una delle biblioteche civiche di Torino. Si tratta di uno degli appuntamenti che anticipano e preparano al Salone del Libro (che si terrà in maggio), improntato a sensibilizzare l’opinione pubblica su alcuni temi chiave della nostra società contemporanea come l’immigrazione e tutto ciò che vi sta intorno: il “viaggio” e la malavita organizzata, il sommerso che non viene denunciato dai media, il lavoro, la speranza per un futuro diverso, la ricerca e la volontà di prendersi una nuova opportunità. Tutti elementi ben presenti nella storia di Samia. Non è un caso che la presentazione avvenga in uno dei quartieri con il più alto tasso d’immigrazione del Capoluogo piemontese, Barriera di Milano, una zona che registra grandi problemi ma che, tuttavia, possiede enormi risorse e potenzialità.

L’autore di Non dirmi che hai paura ha percorso tantissimi chilometri, negli ultimi due mesi e mezzo, per raccontare la storia di Samia: dal nord al sud d’Italia, passando per le isole.

Quando l’incontro finisce sono ormai passate le 19.00. Il tempo è tiranno, c’è un treno da prendere e lo sciopero dei mezzi non aiuta. Decidiamo di fare un’intervista in taxi, un mezzo che ci permette di poter fare due chiacchiere con estrema tranquillità. Ecco che cosa ci ha detto Giuseppe.

Sono due mesi e mezzo che giri per l’Italia e racconti la storia di Samia. Com’è andato questo viaggio?

Bellissimo in verità! Bellissimo nonostante dopo un po’ subentri il fatto di ripetere la stessa storia e dare spesso risposte simili a domande che si ripetono. Ma incontrare i lettori e le lettrici che hanno letto il libro è realmente stupendo. Soprattutto riuscire a parlare con quelli che ti confidano di aver ricevuto dalla storia di Samia una nuova energia. Sto girando tutta l’Italia, dal nord-nord al sud-sud, e sto vedendo la parte più bella di questo Paese, quella che spesso non viene raccontata ma che è viva. Tutte le persone che hanno a che fare con i libri sono davvero attivissime e piene di risorse.

Hai raccontato che, preparandoti alla scrittura di ‘Non dirmi che hai paura’, hai incontrato tanti ragazzi che avevano attraversato il Mediterraneo per giungere in Europa. Molti di loro non sono ancora usciti dal “viaggio” terribile che hanno fatto. Volevo chiederti… tu sei riuscito ad uscire dal viaggio che hai fatto insieme a Samia?  Pensi di riuscire ad uscirne prima o poi?  

No, non ne esco. È una storia che mi ha cambiato profondamente. Tempo fa ero in Puglia e una signora mi chiese: “ma come hai fatto a raccontare una storia come quella? Secondo me tu ti sei innamorato di quella ragazza”. Io, lì per lì, ho sorriso ma poi ci ho pensato con più calma e mi sono reso conto che forse quella signora aveva ragione. Ogni innamoramento ti cambia per sempre. Samia mi ha davvero insegnato delle cose, la bellezza del coraggio, l’importanza della costanza nell’inseguire i propri sogni. Mi ha fatto capire quanto sono fortunato attraverso la conoscenza di storie e vite complicate. Per tutto questo non credo che ne uscirò mai.

Perché hai scelto di raccontarla in prima persona attraverso la voce di Samia?

Fondamentalmente per due motivi: uno letterario, diciamo così, perché una storia di questo tipo doveva avere un punto di vista interno, doveva essere un personaggio a narrare; uno extra-letterario perché volevo che in qualche modo il libro fosse un risarcimento per Samia. Quasi come se lei, alla fine, in Italia ci fosse arrivata davvero e avesse avuto la possibilità di raccontare la sua storia. Dentro di me sapevo che avrei fatto così, anche se non sapevo molto di più né come avrei fatto. Certo non è stato facile raccontarla attraverso occhi di una persona così lontana da me: io sono un uomo, sono bianco, non sono musulmano, non sono un atleta, non c’entravo nulla con quel mondo. All’inizio mi sembrava davvero una missione impossibile. Il fatto che ci sia riuscito credo sia merito della magia che la scrittura ha in sé. Sicuramente è stata decisiva sua sorella Odan che, oltre a mostrarmi ovviamente le foto, mi ha fatto vedere la scrittura di Samia: mail, il profilo facebook e la chilometrica chat che si scambiavano non appena trovavano una connessione. Mi ha concesso di accedere a qualcosa di intimo della sorella, del modo di leggere e usare le parole. La scrittura infatti è una traccia, dentro vi lasciamo una parte di noi. In quelle parole c’era, in qualche modo, l’anima di Samia. Io ho cercato di modularvi sopra la mia.

Ripensando anche ad ‘Alveare’. È  più facile scrivere di mafia o scrivere una storia tragica e drammatica come quella di Samia?

Sono due scritture molto diverse. Alveare aveva come presupposto un lavoro di ricerca infinito, erano cose che studiavo da più di dieci anni spinto da forti motivazioni: è stato difficile perché ho dovuto leggere e approfondire migliaia e migliaia di pagine di processi per arrivare alla stesura di un testo veramente importante. Anche Non dirmi che hai paura ha avuto certamente delle fasi di ricerca problematiche ma ciò che mi ha più messo in difficoltà è stata la ricerca della voce e delle sue modulazioni. Qualcosa di più letterario insomma. Due difficoltà che mi hanno fatto misurare con due modalità di scrittura diverse che hanno però determinato un’evoluzione nel mio essere autore. Spero in meglio.

E il Premio Strega?

Finalmente posso dirlo, è ufficiale. Oggi (giov. 20 marzo, ndr) Feltrinelli lo ha reso pubblico..

Quindi siamo i primi ad intervistarti dopo l’annuncio…

Sì, proprio così. Roberto Saviano e Giovanna Botteri mi hanno portato con due bellissime lettere di presentazione ad essere il candidato ufficiale per Feltrinelli al Premio Strega. Un grande onore, per cui sono molto contento. Ora vedremo cosa succederà.

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