A tu per tu con… Barbara Serra

photo by Basso Cannarsa

Barbara Serra è una giornalista di fama europea con alle spalle lavori per alcune importantissime redazioni come quelle della BBC, di Sky News e di Five News. Dal 2007 collabora con gli studi di Al Jazeera English a Londra, per cui ha condotto importanti inchieste a Washington, nella Striscia di Gaza, in Israele e Cisgiordania; da due anni conduce su Rai 3 il programma televisivo Cosmo. Ha di recente pubblicato un libro, Gli italiani non sono pigri, in cui racconta la propria esperienza di donna italiana in carriera all’estero, sfatando i luoghi comuni sull’incapacità degli italiani di raggiungere gli obiettivi e valutando forze e debolezze del nostro Paese.

Gli Italiani non sono pigri è il suo primo libro, quale missione si è  posta con questo lavoro?

È iniziato tutto “litigando” coi miei colleghi sulla la crisi dell’euro. Si discuteva un po’ per il problema in sé, un po’ perché, nei loro discorsi, tornava lo stereotipo estero secondo cui i Paesi del Sud Europa sono pigri: l’idea era che non fosse un caso che Italia, Spagna, Portogallo e Grecia, che condividono questo stereotipo, fossero tutte situate al Sud e fossero attualmente attraversate dalla crisi. Io ho spiegato che questa pigrizia che ci imputavano non era vera, dando il mio punto di vista di italiana; riflettendoci più tardi, ho considerato che, sì, ci sono differenze di sistema e culturali tra l’Italia e gli altri Paesi del nord Europa, ma sono anche e soprattutto di mentalità: è chiaro che un ventenne italiano pensa diversamente da un ventenne danese o americano. Non per questo, tuttavia, bisogna considerare gli italiani pigri! Io col mio nuovo libro ho voluto dimostrarlo, non per fare un’autobiografia, ma per sfatare il luogo comune con le mie esperienze e con ciò che ho vissuto per prima sulla mia pelle.

Mi ha colpito molto la storia di Mike Bradbury, suo collega a SKY, mandato in Italia per supportare il lancio di SKYTG24: nel nostro paese ha trovato diverse difficoltà, sia di abitudini sia burocratiche per l’avvio della nuova ALL NEWS. Viene da pensare che l’italiano sia una zavorra tanto per l’Europa, quanto per se stesso… è davvero così?

Parlando del mio collega, è necessario ricordare che, al di là delle difficoltà iniziali, il programma di Sky ha funzionato anche qui ed è ora un successo indiscusso. Nel mio libro non intendo assolutamente affermare che la cultura anglosassone è migliore di quella italiana, ma solo che è più organizzata: ho voluto capire le differenze che ci separano e vedere cosa è possibile imparare da loro e cosa, invece, è una caratteristica nostra e ci rende speciali. Capisco che gli italiani si sentano giù parlando della propria situazione di crisi, ma non va scordato il grandissimo potenziale che abbiamo e i successi che abbiamo avuto. Ora dobbiamo cambiare, non possiamo più permetterci di sprecare risorse.

Quali sono i principali problemi che l’Italia vive e che le impediscono di riprendersi come sta accadendo ad altri Paesi?

Quello che manca certamente è l’efficienza: non lavoriamo al massimo delle nostre capacità – ci salva sempre la potenzialità enorme che possediamo – e abbiamo spesso sprecato le risorse. Ora è arrivato il momento in cui non riusciamo più a cavarcela in questo modo, non solo per via dell’euro, ma anche a causa delle nuove economie – anni fa emergenti e ora emerse del tutto – che creano una competizione globale pesante da fronteggiare. A livello umano, si sente sempre dire che manca la meritocrazia, la si ritiene la soluzione al problema del nonnismo imperante in Italia, ma la verità è che la meritocrazia non vuol dire nulla se non va braccio a braccio con competizione e ambizione! Mi arrivano molti curriculum di giovani, più di metà dall’Italia, ed è evidente come non siano minimamente preparati alla competizione – che inizia proprio dallo scrivere il curriculum – non per mancanza di competenze, ma perché non è mai stato insegnato loro come fare. Ci vuole costanza e voglia di lottare, qui come in ogni altro Paese, e serve che cambi un po’ il sistema, un po’ la mentalità.

Qual è la marcia in più che ha la Gran Bretagna rispetto a tutti gli altri Paesi europei?

In realtà parlare di Gran Bretagna è diverso dal parlare di Londra, che è capitale globale ormai, quasi più grande di tutto il resto della nazione. Il punto è che la gran Bretagna, come anche la Germania e gli altri Paesi europei, ha i propri punti di forza e sa valorizzarli, e se qualcosa non funziona lavora per cambiarlo. In Italia siamo consci dei problemi, ma finiamo per non aggiustarli veramente e per lasciare tutto com’è!

Come si vive e come si vede l’Italia da fuori?

Se posso essere onesta, trovo che ora ci stiamo dando un po’ all’autoflagellazione per via di tutti i problemi che abbiamo e le cose che non vanno. Dimentichiamo però che tutti i nostri pregi sono conosciuti ed evidenziati all’estero, che nonostante la percezione sia diversa da Paese a Paese, l’Itala è conosciuta ovunque, apprezzata e amata. Tuttavia, alcune storie che ci riguardano fanno cadere le braccia e all’estero stupisce moltissimo che, con tutto i nostri potenziali e pregi, la situazione resti immutata.

Ha mai desiderato per se stessa una carriera italiana, magari come conduttrice del TG1 delle 20?

In un certo senso ho già una mia carriera italiana: questo libro, intanto, è un libro per l’Italia, tant’è che in italiano l’ho scritto e che non ne è uscita una versione all’estero; inoltre, ho una carriera giornalistica anche qui in Italia, anche se diversa da quella che ho in Inghilterra, dove, a differenza di qui, non sono opinionista. Mi piacerebbe lavorare in Italia, magari anche come conduttrice del TG1, ma vorrei farlo avendo l’opportunità di aggiungere un punto di vista diverso.

E’ giusto essere costretti ad abbandonare il proprio paese per inseguire i propri sogni lavorativi e di vita?

Non è questione di sogni lavorativi: c’è moltissima differenza tra il partire per ambizione lavorativa e i ragazzi se ne vanno perché non riescono diventare indipendenti dal punto di vista economico. La tragedia è che in questo caso non è nemmeno ambizione, ma solo il sogno di una vita normale, serena, in cui sia possibile comprarsi una casa, sposarsi e mettere su una famiglia. Sono bisogni che ognuno dovrebbe poter essere soddisfare nel proprio Paese.

I giovani italiani devono provare a cercare occupazione all’estero, secondo lei? Cosa intende dire loro con questo?

Per me un anno o qualche mese – anche estivo! – all’estero fa solo bene: vedere altri posti, viaggiare, perfezionare una lingua, o seguire un indirizzo lavorativo specifico sono cose che andrebbero fatte soprattutto da giovani. In particolare, nel caso di indirizzi specifici: io, ad esempio, faccio giornalismo internazionale, di cui Londra è la sede principale, dunque era necessario che il lavoro lo svolgessi qui. Per certi lavori va cercato il centro globale. La tragedia è, invece, andare via dal proprio Paese perché mancano le opportunità per svilupparsi. Personalmente, non essendo cresciuta in Italia, so quanto sia difficile sentirsi uno straniero all’estero e immagino quanto di più possa esserlo per chi lo diventa dopo essere vissuto da sempre nel proprio Paese. Un conto è sceglierlo per se stessi, magari per inseguire un sogno o una professione, un conto è diventarlo perché si è scappati, sperando in un futuro migliore.

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