A tu per tu con… Antonella Bolelli Ferrera

La poliedrica Antonella Bolelli Ferrera, di nascita bolognese ma romana di adozione, è giornalista, scrittrice, autrice, conduttrice televisiva e radiofonica.

Da qualche tempo è impegnata negli istituti italiani di detenzione con il progetto Racconti dal carcere ed è tra i promotori del Premiodi scrittura Goliarda Sapienza, ormai consolidato alla sua VII edizione.

Nel festival culturale ragusano “A Tutto Volume”è stata ospite della rassegna per la raccolta  Avrei voluto un’altra vita (G. Perrone editore), nella quale sono confluiti i quindici racconti finalisti su sessanta partecipanti al premio, presentati lo scorso 10 maggio al Salone del Libro di Torino.

Quando parla a Gli Amanti dei Libri della sua esperienza nelle carceri, Antonella Bolelli Ferrera ha una luce negli occhi che comunica più di ogni cosa e anticipa il tema della discussione incentrata sul successo del laboratorio di Ewriting, realizzato per le persone detenute – giovani e adulti di entrambi i sessi – da cui è nata la raccolta da lei curata.

Dalla personale esperienza in carcere di Goliarda Sapienza, alla quale è intitolato il Premio letterario, è nato il romanzo autobiografico “L’Università di Rebibbia”. Quel mondo raccontato dalla scrittrice è ancora lo stesso? 

Goliarda ha vissuto un periodo molto breve di detenzione, passare degli anni in carcere è un’altra cosa, ma soprattutto quelli erano anni diversi. Adesso c’è più tensione all’interno degli istituti, questo lo avverto perché frequento spesso le carceri; devo aggiungere che c’è molta rabbia anche negli istituti femminili, noi viviamo diversamente questa costrizione, le donne tendono ad incattivirsi di più perché spesso hanno subìto già molto prima di commettere dei reati, e continuano a subìre. Anche dai loro racconti esce una certa dose di cattiveria, molto superiore a quella degli uomini. Quindi Goliarda ha vissuto un’epoca, passatemi il termine, quasi romantica per il carcere. Lei ricorda le romanacce che stavano in cortile nell’ora d’aria, che la prendevano in giro per il nome, che si innamoravano di lei perché era un grande personaggio, una grande signora.

In un’ intervista Rai ad Enzo Biagi, nella quale a mio avviso non è stata compresa la forza delle sue parole, Goliarda ha detto che la grande fantasia deviata può portare alla delinquenza, perché è la grande fantasia che attrae. È così?

Goliarda nel suo romanzo ha restituito uno spaccato del carcere femminile della fine degli anni ’60. Come dice lei sono persone che hanno veicolato la loro vita, la loro strada in un percorso sbagliato e si trovano a dover scontare una pena.

Ci sono tante attività che si svolgono adesso in carcere, i detenuti fanno cose bellissime, teatro, pittura etc.; la scrittura è una questione più intima, qualcosa che si può coltivare all’interno della propria cella, anche di notte se non si riesce a dormire. La scrittura è anche più diffusa, c’è più libertà. Invece per fare teatro devi seguire un corso, devi avere la fortuna di stare in un istituto dove si tengono dei laboratori.

Certo anche la scrittura richiede un percorso, perché è un mestiere quello dello scrittore! Coloro che hanno partecipato alla selezione per il premio Goliarda Sapienza sono stati affiancati da scrittori proprio per dare qualità letteraria ai loro scritti. Per questo abbiamo creato dei laboratori di scrittura Ewriting, in quattro istituti di detenzione italiani, per dare l’opportunità ad un certo numero di persone detenute di apprendere la scrittura attraverso l’insegnamento di grandi scrittori. Quelli che sono diventati piuttosto bravi, ed io in questi dieci anni ne ho incontrati diversi nel mio percorso, sono detenuti che si trovano in carcere da molti anni ed hanno una lunga prospettiva di carcerazione, alcuni sono fine pena mai. Questi si sono avvicinati prima alla lettura e poi alla scrittura facendo grandi passi avanti. In questi anni ho conosciuto qualcuno che, se fosse fuori, potrebbe essere un grande scrittore.

È stato difficile per la giuria scegliere i racconti che sono stati poi selezionati?

Sì, e glielo dico perché faccio parte dei selezionatori. Essendo un premio letterario devi guardare alla qualità, e questa non c’è per tutti ovviamente; molti erano ricchi di contenuto ma mancava la qualità letteraria, però l’opportunità andava data a tutti. Noi abbiamo operato un editing sui racconti e abbiamo fatto in modo che tutti avessero la loro dignità per essere pubblicati.

Quanti di questi racconti sono scaturiti dall’esperienza vissuta?

Dei quindici racconti in finale, ce n’è uno che è di fantascienza, peraltro molto bello! Gli altri si può dire che sono tutti di carattere autobiografico, ci può essere qualcosa di vagamente romanzato. Ma i detenuti hanno bisogno di raccontarsi, la scrittura è terapeutica.

I racconti selezionati sono stati portati al Salone del Libro dove c’è stata la finale; di solito questa si tiene dentro al carcere e già è stato un fatto eccezionale! Siamo riusciti a portare con noi i finalisti e per loro è stata un’esperienza straordinaria; alcuni non uscivano mai, non avevano mai avuto un permesso premio e lo hanno avuto per la prima volta davanti a trecentocinquanta persone. È stata un’emozione molto forte anche per gli scrittori che li hanno seguiti. Tutti noi abbiamo sentito la tensione emotiva che c’era nell’aria. Questa è stata la grande novità. L’altra è stata che prima di farli arrivare al concorso abbiamo creato dei laboratori di scrittura e agli ELearning si sono alternati grandissimi scrittori come, Dacia Maraini, Erri De Luca, Gianrico Carofiglio, Nicola La Gioia, Paolo di Paolo, Pino Corrias; tutti questi sono stati i loro maestri. Sono state esperienze umane fortissime, i maestri erano emozionati quasi più di loro con i quali si è creato un rapporto, e questo si è potuto vedere poi nei racconti.

Chi lavora con i ragazzi, ma direi gli adulti in generale, fanno fatica a trovare il modo per entrare in contatto con loro. Eppure i giovani hanno bisogno di adulti di riferimento, significativi e utili alla loro formazione. La devianza minorile pone seri interrogativi a tale proposito. Evidentemente siamo incapaci di ascoltare, eppure dal confronto con questa realtà che ci racconta si percepire dalle sue parole una profonda umanità.

Mi occupo molto di devianza minorile, abbiamo girato anche un film con D’Alatri e con i ragazzini del Beccaria e trovo che lì bisognerebbe porre ancora maggiore attenzione nei confronti di questi ragazzi, perché hanno una parte ancora incontaminata, andrebbero salvati per tempo! Fra gli adulti che si trovano in carcere, la stragrande maggioranza è passata dal minorile, quindi vuol dire che questo percorso non è stato bloccato prima, naturalmente su quelli bisognerebbe fare un importante lavoro. Da quando sto con i detenuti il mio sguardo è cambiato, penso a ciò che può succedere nella vita di ognuno di noi tanto da modificarne il corso. Ci sono a volte delle partenze che è difficile che abbiano scatti o deviazioni diverse… e c’è qualcosa che ti viene in aiuto, talvolta anche la fortuna.

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