Mopaya – Douna Loup e Gabriel Nganga Nseka

Titolo: Mopaya
Autore: Loup Douna, Nganga Nseka Gabriel
Genere: Racconto
Pagine: 91
Prezzo: 12.00 €

Come già avvenuto in casi celebri quali “Nel mare ci sono i coccodrilli” di Fabio Geda, anche “Mopaya. Colui che porta in sé l’altrove” di Douna Loup  nasce dal racconto-confessione di una persona in carne ed ossa (di nome Gabriel Nganga Nseka, in questo caso) che affida i suoi ricordi ad un’abile penna, perché li riversi su un libro e vi dia forma.

Un’autobiografia-biografia, insomma, o forse meglio ancora un memoir, frutto di una collaborazione fra due menti e due voci, che assieme riportano a galla un vissuto complicato, affascinante, doloroso: una vita che pulsa ad ogni pagina, che richiama alla coscienza del lettore paure e speranze proprie di ogni essere umano, in ogni luogo. Douna Loup, l’autrice, non avrebbe bisogno di presentazioni nel Paese in cui è nata (esattamente 30 anni fa), e dove vive coi suoi bambini (la Svizzera), né tantomeno in Francia. Ha già vinto otto prestigiosi premi letterari, fra cui il Prix Senghor e il Prix René Fallet. In Italia è meno conosciuta, ed il suo primo libro, intitolato “Il varco”, è uscito solo nell’aprile 2012 (ed. Barbès).

In “Mopaya”, che è il suo primo romanzo, la sua scrittura è forse ancora un po’ acerba ma già ricca di quella forza descrittiva e di immagini in grado di destare il desiderio di leggere il libro tutto d’un fiato. Viene davvero voglia di scoprire come sia andata a finire, per il protagonista Gabriel-Mopaya (quest’ultimo, il nome di un personaggio da lui interpretato a teatro e così simile al suo sé reale), questa sua storia particolare e universale.

Immagino che si sia formato un sottile, invisibile punto di contatto, fra questo signore congolese di mezza età, che oggi vive al confine con la Francia e ogni mattina saluta la figlia per andare a lavorare in Svizzera, e l’autrice. Entrambi hanno nella loro vita un senso come di precarietà e di forza assieme, data quest’ultima dalla molteplicità delle esperienze vissute: Douna Loup è figlia di due marionettisti, a diciott’anni è andata a lavorare come volontaria in un orfanotrofio del Madagascar, poi si dedica all’etologia, lavora come donna delle pulizie e baby-sitter, studia medicina alternativa e apre un banchetto che vende tisane, proprio nel periodo in cui scrive il suo primo, già menzionato romanzo. Gabriel Nganga Nseka, invece, nasce nel piccolo villaggio di Kinzadi, nel Basso Congo, in una casa attorniata dal vocio dei lavoratori nei campi e dai colpi di pestello delle donne nel mortaio. Una di queste donne, sua madre, morirà ancora giovane per una misteriosa malattia, che le cure tradizionali non riescono a curare. Il padre e i suoi fratelli si troveranno così soli, senza cure femminili a placare il loro senso di solitudine. Gabriel studia alla scuola locale, dove tutto è prevaricazione: il maestro sa che è bravo e gli fa risolvere problemi complessi alla lavagna, con i compagni più grandi inginocchiati ai suoi piedi, e poi lo costringe niente meno che a schiaffeggiarli, unica alternativa la minaccia della frusta. Così, al suono dell’ultima campanella, gli tocca correr via a più non posso, per non finire preda di ritorsioni.

Arrivato vicino al diploma, perde l’anno perché non accetta di mettere (nemmeno potrebbe farlo) nella mano allargata del preside davanti a lui la giusta somma di denaro in grado di comprarselo (i titoli scolastici e universitari, in quel Paese civile, si comprano, infatti, non si meritano sempre, come da noi). Ma questi sono particolari da niente, a confronto di ciò che lo attende terminata l’infanzia. Nell’infernale calderone di Kinshasa, dove insgena inglese a facoltosi uomini di affari, finisce nelle mani di un generoso ma per nulla onesto datore di lavoro, meticcio nero americano, che un bel giorno sparisce, dopo aver rapito i gemelli avuti da una bella donna locale. A Luanda, dove con un passaporto falso e una lunga barba che lo fa sembrare un altro spera di prendere un volo che lo porti lontano, ogni dove è un pullulare di scontri per la guerra civile. I bimbetti di strada gridano “Azulino” e avvertono dell’arrivo della polizia, i militari appostati richiedono di continuo un dazio per superare limiti e cancelli sbarrati. Poi arriva la Svizzera, il luogo dei sogni per iniziare la nuova vita, i primi amori, il primo senso di normalità. Eppure, le delusioni sono sempre in agguato, anche le più cocenti.

Ed è proprio il viaggio dell’anima, con le sue speranze e i moti altalenanti del cuore, a costituire il vero viaggio che attraversa le pagine del libro. Perché c’è come un senso di perdita e di distacco, alla base di tutto, che rimanda al momento in cui la giovane madre di Gabriel muore, o che riconduce all’abbraccio del padre, l’ultima volta che il figlio lo vede, prima di venir a sapere della sua morte. C’è tutto lo struggente desiderio di essere riuniti con l’origine, col punto lontano di provenienza dai misteri dell’universo, in questo breve romanzo. E c’è, infine, il peso e la necessità del ritorno: quello che il protagonista intraprenderà verso l’Africa, verso la sua terra natale, quella terra che non può più aspettare perché, forse, custodisce, nonostante tutto, i segreti della sua vita.

Il viaggio di quest’emigrante è un po’ quello di tutti noi, e forse anche per questo con passione lo si segue, e in silenzio si prega che possa avere un senso, e certamente lo ha. Fosse solo che per quel raggio di luce dato dal sorriso della figlia di Gabriel, dopo tanti lutti e separazioni, o il ricordo degli occhi buoni di un padre, in un mondo altrimenti tetro.

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Elisa è docente in un liceo, dottore di ricerca in Anglistica e giornalista pubblicista

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