L’ElzeMìro – Lettere alla dr.ssa Dedgyakéli* Lettera ventunesima, 30 maggio, C21H26N2O3

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                                                          George C. Tooker (1920-2011) Un ballo en Maschera,1983, litografia, RoGallery

È inspiegabile; marciano lungo i binari, giovani e belli operai, Elettromeccanica Wert0, scritto sulle loro schiene, tutti in tenuta da sbarco, dal cielo degli angeli riparatori. Credo dottora si sia arrivati alla fine delle lettere, delle belle lettere, alla fine di qualunque tragitto…. né volontà né rappresentazione…. Così appena si apra il sipario su qualcosa d’alto più del silenzio, certezza d’ogni possibile conversazione, quando per caso s’accenda un lume sul dire, ecco si piomba nel buco dell’attualità e dell’interpretazione; la gente, la guardi, eccola là, oltre il finestrino la gente; pupi, pùppole e preti; il mondo è un’epica scena dove testicoli annunciano avventi del càzzum, il loro, pièn di desìri; un altro giorno domani, ciò vien tenuto massime in conto, assorbirsi nel quotidiano crepuscolo per farne motivo d’umbràtile brumbrùm, oh come piace il cògito ego zùmzùm, giudizio in libertà ma, non ci sono giudizi, solo inconsci pregiudicati. Bambino, a teatro mi portavano a forza, degli attori mi seccava la pretesa di macinare farina da un sillabario, ogni parola un arrière-pensée; seccattóri, sempre loro di mezzo, loro, ogni singolo un loro. La gente sapete dottora finisce sempre per tornare à ses pervenches1. Crivèllo arcifìne, difficile intendere ciò che m’intendo; Pervinca Minor, vincamìna alcaloide, vasodilàta la periferia; pervenches, puliziotte votate alle infrazioni stradali, ah. All’Opera, rammento un anziano collega soffittìsta2, sull’orlo della pensione si gettò dall’orlo di un ballatoio. Turno A. 7:44 timbrava; 7:45:30 spogliatoio, si svestiva, vestiva la tuta, allacciava alla cintura il martello, la sacchetta dei chiodi, il metro, il coltello, salutava via questo via quello; 7:56 chiusura armadietto; 8:00 arrivava su al ballatoio numero tre, indi si lanciava, tuta, martello, chiodi, coltello; giù di sotto da dove era venuto, dall’aria-aria al terra-terra. Nella notte erano state calate due intere sezioni dei ponti mobili sicché, simbolico alquanto, finì nello sprofondo l’angelo cadente. Questione, uno così come qualificarlo se non, samurai. Nomenclatura binomiàle Gigi Parigi. Genere Eiffel.

Stazione transalpina. Edicola; scivola da un tamburino la notizia di un esperto però, pardieu perì, giù da una parete nord…. mancano mai pareti nord. Sale una masnada di bastoncini, scarponi, pantaloncini, culetti, calzettoni, petti, zainetti. Tutti con quella cattolica sindrome di appartenenza alla loggia dell’esistenza, salir sempre salir3. Va’ va’ su e giù, per la loro parete-paracadutisti, Mauthausen way4. Me vado per orizzontale all’orizzonte della mia orizzontalità, uomo sùperfèrroviàrio non ascendo. Scendo. Bè. 

Contratto Mago Oz 1

Schermata 2017-05-09 alle 10.57.09

* cfr. https://wp.me/p1nPRU-15D

0 tedesco.Ci si astenga dal leggerlo  uert o uirt 

1  francese, alla lettera alle proprie pervinche.

2 Nei grandi teatri con numerose squadre tecniche, il soffittista è il macchinista di soffitta, che lavora cioè sui ballatoi o in graticcia, vertiginosa griglia di governo delle macchine, dei fondali, delle quinte,  in alto del palcoscenico sotto il tetto. 

3  cfr. di Cherubini-Bixio, Il canto dello sciatorehttps://www.youtube.com/watch?v=7_D-FsVzHUo

4 Nel Lager citato, muro dei paracadutisti era detta dalle SS., una salita di 186 gradoni di granito che i prigionieri dovevano scalare sotto il peso di grossi massi. Non per caso ma per proposito molti ne precipitavano, si gettavano di sotto o erano gettati di sotto.

 

BA 10

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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