L’ElzeMìro – Favolette brechtiane – Mangialacacca

 

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                                                                                                 Barry Moser (1940-) Nantucket Street Scene 

 

C’era una volta e due e tre un poveruomo che non sapeva come stare al mondo, in che mondo stare, ma che al mondo, non si sa come con la complicità della moglie, aveva messo una caterva di anime create. Cinque per essere precisi, un maschio e quattro femmine, presenza questa di queste che pel suo orizzonte visivo era motivo di dispetto; il perché mai fu chiarito. Il poveruomo, di cognome Zìgolo, Zago di nome, per un certo tempo ebbe un buon lavoro alla fabbrica del gas ma, un metro cubo alla volta, la fabbrica era andata in malora, perché di gas ce n’era uno sproposito in quel mondo, tanto che non solo lo catturavano da sottoterra ma persino alle nubi, e dall’aria comune,  per quanto di suo era piena di gas; tutto ciò s’era scoperto costava di meno ma meno meno che cavare l’anima al carbone e farne fumo; con ciò il problema era consumarlo il gas, non fabbricarlo. Sicché, passa un giorno e passa l’altro il padrone della fabbrica prima aveva visto calare gli ordini di metri cubi, e allora aveva dimezzato gli operai; poi, per mantenere la fabbrica e il suo tenore di vita, aumentare i debiti, e allora il padrone aveva prima dimezzato gli stipendi, poi, com’è come non è, un venerdì brusco e tendente al temporale gli ultimi operai e Zìgolo e gli altri impiegati erano smontati e, buonasera e ciao ciao e tutti, erano passati a ritirare la paga che tra mille sorrisi e arrivederci ‘derci ‘derci gli era stata però data; un anticipo, il resto lunedì.

Appena uscito mugugnando alle sei e mezza l’ultimo di loro, il padrone di persona aveva chiuso il portone della fabbrica, ma quando arrivò il lunedì, tutti a bussare e ribussare al duro acciaio del portone e niente, da dentro lo stabilimento solo l’eco arrivava dal vuoto, la fabbrica era chiusa, di fatto non c’era più e chiusa anche la casa del padrone nel quartiere là alla periferia delle periferie e che tutti chiamavano il castello per via della forma cubica, delle poche finestre, delle quattro torrette bovinde e dei muri di pietra incollata a simulare sul cemento il bugnato italiano del cinquecento; e il padrone chissà, via svolato. Gli operai arrivati fin là a protestare hmm macché niente da fare, le porte e le finestre erano aperte e una volta che uno e dieci e venti fecero rissa per assaltare il castello, così tanto per levarsi la voglia, dentro non trovarono nulla; a svolazzare tra gli spifferi, giornali e giornali soltanto – il padrone ne leggeva moltissimi e poi li conservava per farsi pulire i vetri e asciugarci le scarpe se si bagnavano dentro. Chissà come ha fatto, si chiesero tutti, In due giorni e nessuno che se ne sia accorto.

Le comari del quartiere sotto sotto c’avevano piacere per quel fatto, quasi tutte dicevano che meglio così, stufe com’erano di quel mascalzone (di padrone) che non un’occasione perdeva di sabato al pub per raccontare belle balle alle belle di periferia(o ai belli secondo l’occasione o il ghiribizzo); così che qualcuna tra loro s’era trovata madre nubile di padre scapolo e qualcuno la fama che di solito al maschio non piace, e tutti non sapevano chi maledire, se la sorte crudele o lo sprovveduto loro senso del libero amore. Il padrone sapeva bene, dicevano sempre le comari, come incantare chiunque e anche perciò, lo si può ben dire, aveva chiuso la faccenda e fluff, sparito con tutto il suo avere, oro, argento, e mirra un pochina, su un aereo diretto in Cocincina, che è un paese misterioso laggiù… laggiù, punto.

Zìgolo Zago si era trovato così senza lavoro e senza stipendio. Che però quando lo aveva mai gli bastava. Era sempre stato un cattivo amministratore di sé stesso e di ogni cosa che un uomo finché vive può vivere se proprio vuole, egli ne voleva il meglio che la pubblicità offriva e di più e la più cara e lussuosa, soprattutto se non ne aveva bisogno, la televisione più grande e che si accendesse con la sola forza della sua volontà (del televisore) e la cibaria più costosa e rarefatta e… erano noti gli Zìgolo al supermercato perché la moglie Zelmìra si teneva da duchessa del Papastryshire, gran gioielli e un carrello per cavallo e pieno alla cassa di delikatessen, marmellate dagastane di rose, uova di quaglie iraniane, triglie pescate nel mar dei coralli e fringuelli delle valli seriane e siccome per tanto non bastava appunto lo stipendio, Zago si era riempito il portafoglio di debiti e i debiti, come dice qualcuno per non dir niente, non erano stati rimessi ai suoi debitori. 

Così, certi signori in divisa blu scuro e col cappello duro erano arrivati a portare via quasi tutto da casa di Zago e da fuori, l’automobile nera coi vetri oscurati, l’home-theatre con pollici molti e indici altrettanti, il letto che divideva con la sua sposa Zelmìra, ma non il materasso e i cinque lettini dei bambini, uno per ciascuno ma non i materassini; gl’era rimasto il fornello per farsi da mangiare, un tavolo e sette sedie, come le sette sorelle, favola che nessuno ricorda e quindi meglio lasciar stare, e il frigorifero; da dentro per fortuna, i tipi in divisa blu scuro non avevano portato via un prosciutto, è ovvio spagnolo, un sedano bianco, un cavolo nero, e carciofi, sedici tutti già cotti. Con quelle provviste, molto razionando e approfittando di molte scatolette di fagioli e molte confezioni di corn flakes la famiglia Zìgolo avrebbe tirato avanti per un po’ come si può, finché la società per l’energia, si chiamava così, non si fosse accorta che Zago l’energia per pagare l’avrebbe anche avuta se ne avesse avuto i mezzi, così fece altri debiti e per un po’ pagò  poi…

Venne il tempo in cui, passando in batteria davanti alla casa di Zelmìra e di Zago, che da mostrare non avevano ormai la più minima faccia né gioielli, tutti venduti e impegnati, le comari gridavano ridendo sguaiate alle finestre, Mangialacacca, Mangialacacca, e ridevano mostrando i denti aguzzi di accanite masticatrici di sogni; secondo loro gli Zìgolo non avevano ormai altro di cui nutrirsi, Mangialacacca, mangialacaccae le risa e il battersi le cosce in coro solenne si perdevano con le donne in fondo alla strada dove, per fortuna, svoltavano via e tutte al supermercato. Loro sapevano come far fruttare i loro assennati guadagni. 

Poi venne il tempo dei misteri. Le piccole Zìgolo, forse per la fame divennero rade nei giochi per strada, rubabandiera, palla prigioniera, mondo o quel che si vuole, e piano piano, prima una poi l’altra, le quattro sorelline, Non ci piace, dicevano gli Zìgolo ai vicini, Che le nostre bimbe giochino per strada. E nemméno che vèngano a scuòla, maliziose chiedevano sempre asserendo le altre bambine, fantasticando alcune che le piccole Zìgolo fossero ormai senza vestiti, tutti venduti per comprar da mangiare e pagar l’energia; altre, più pronte d’immaginazione, che la Zelmìra come una strega, poco per volta una per volta, nel cortile di casa lì dietro facesse le figlie in gratella, ché tanto a pezzetti nessun avrebbe potuto capire che cosa stesse lì a cucinare sulla brace di legna che, tutti vedevano, gli Zìgolo si procuravano segando qua e là gli alberi del giardino di fronte. Sentite sentite, il fumo verde dei rami ogni odore lo copre, e giù a ridere come matte le bimbe in istrada. 

La cosa andò avanti con calma per qualche po’ finché un giorno a giocare scese per strada il fratello maggiore. I suoi panni puzzavano non poco – si sa gli Zìgolo non avevano più lavatrice né soldi per la lavanderia – ma lui con l’aria da chisseneimporta, fischiando si aggirava ai bordi dei giochi con in tasca le mani per non far vedere quanto fossero nere e, oh è curioso, lunghe le unghie. Mangialacacca, è arrivato mangialacacca, lo sfottevano evitandolo gli altri bambini e le bimbe danzandogli intorno un rigodone, ma alla lontana; qualcuno tentava di rompere la tiritera con un, Scommetto che, che però… la pensata gli sembrava di non poco troppo ardita da dire e così meglio lasciarlo stare; il giovane Zigolo aveva modi ruvidi alquanto, robusto, aitante è la parola più adatta, spalle squadrate, biondi i capelli duri e intorcinati come quel che si vuole ma il paragone con le balle di fieno può andare; occhi azzurri, come il ghiaccio direte voi senza sbagliare e certe manone, da stordire un toro, aggiungereste senza errore di nuovo. Insomma un maciste, un ciclope che piacque a nessuno; scorrazzava pertanto da solo fumando non si sa come certi acuti cannoni in cui bruciava qualsiasi erbaccia seccata. 

Quanto agli Zìgolo, madre e padre, da un pezzo se ne stavano chiusi di giorno e di notte. Finché un bel giorno, anzi sera per essere esatti, il figliolo se ne uscì nuovamente da casa, pippando al solito, al solito accostando soltanto la porta, ma aveva uno zaino in ispalla. Calò la notte, arrivò il giorno e un giorno ancora, e un altro poi, e non lo si vide più. Qualche tempo dopo, molti uomini in divisa blu scuro e altri con belle tute tutte bianche la circondarono ed entrarono in casa di Zìgolo. La porta non era chiusa s’è detto, in cucina i piatti lavati alla meglio con il residuo di un sapone annacquato che sciaguattava in uno spruzzino. A uno stendino aperto nel vuoto della stanza erano appesi ancora sette strofinacci bianchi a bande rosse verdi e blu, assai mal lavati e con certe macchie colore del ferro. Fatto su in un altro di questi torcioni c’era un gran mazzo di coltelli sul tavolo e intorno ad esso le sedie, tutte e sette, vuote e ben ordinate. E nel congelatore del frigo le due teste di Zago e Zelmìra. Sorridevano per così dire. Come se si aspettassero che nessuno a prenderle sarebbe tornato. 

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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