7 domande a… Luigi Brioschi

Fondata da Ugo Guanda e attiva a Parma dal 1932, la casa editrice omonima è giunta al suo ottantesimo anniversario, ed è proprio in questa lieta occasione che abbiamo deciso di rivolgere qualche domanda a Luigi Brioschi, presidente e direttore editoriale.

Guanda in questi anni si è distinta nel panorama editoriale affermandosi come casa editrice di letteratura di qualità, quali sono stati i passaggi più importanti che hanno segnato la storia di questa azienda editoriale? Che cosa è cambiato nella Guanda di questi 80 anni?

Io credo che sia cambiato davvero poco. Guanda è nata con una vocazione alla scoperta di talenti, stranieri ed italiani, e credo che sia proprio questa sua caratteristica la carta vincente che ha portato la casa editrice ad affermarsi nel panorama editoriale nazionale ed internazionale come editore di qualità. Esempi lampanti sono Roddy Doyle, Nick Hornby, Jonathan Safran Foer, Almudena Grandes, Javier Cercas ma anche italiani tra cui Paola Mastrocola, Marco Vichi, Gianni Biondillo, Andrea Fazioli, Marco Missiroli. Ugo Guanda fu un editore di scoperta, con molto coraggio, che si ritrovò in un’Italia fascista e piuttosto provinciale, in una città come Parma, e riuscì ad attirare a sè grandi talenti. Anche con l’ausilio di Attilio Bertolucci catturò il meglio della poesia internazionale e italiana dell’epoca. Naturalmente molte cose sono mutate nella società, nel mercato, nella situazione culturale, le case editrici stesse, la loro organizzazione e struttura, ma io credo che, nonostante ciò, i tratti fondamentali a cui facevo accenno prima, si siano mantenuti: la proposta accurata, la curiosità, la vocazione alla ricerca, ma io oserei dire anche la qualità e la cura del prodotto editoriale. 

Volgendo lo sguardo al contesto, che cosa è cambiato nell’editoria italiana in questi anni? Com’è cambiato il lavoro dell’editore?

Pensando alle nuove tecnologie, diciamo che non è che si sia stravolto ancora molto; se parliamo di internet sono ormai quasi vent’anni che ci troviamo a fare i conti con questa realtà che si è affermata innanzitutto come negozio fisico, dove i lettori possono acquistare libri. Il grande elemento che si è modificato è senz’altro la comunicazione. Oggi il rapporto diretto con i lettori è molto più forte rispetto ad anni fa. Per quanto riguarda invece il libro digitale possiamo dire che l’Italia, o meglio tutta l’Europa continentale, sta avendo una risposta molto lenta, siamo attorno all’1,5% di diffusione, una percentuale davvero bassa. Possiamo dire che siamo ancora molto conservatori. Nonostante ciò anche Guanda sta reagendo a questa evoluzione, stiamo generando tutti i libri anche in digitale e da qui a poco completeremo la digitalizzazione dell’intero catalogo. Cos’è cambiato nel nostro mestiere? Poco. Consideriamo che in editoria i cambiamenti hanno sempre portato arricchimenti, per esempio mi ricordo che quando è stato introdotto il tascabile in Italia c’era chi pensava alla morte del prodotto libro. Certo, qui si parla di un mutamento più incisivo in quanto cambia la natura stessa del prodotto ma vedremo come va, io ho un atteggiamento positivo.

Leggendo per la prima volta un manoscritto, quali sono gli elementi che le consentono di decidere o meno per la sua pubblicazione?

Parliamo di narrativa: contano i gusti, la qualità, la struttura, il linguaggio. Io non ho criteri oggettivi e penso che sia sbagliato averne, è giusto essere molto propensi ed aperti al nuovo. Si deve stare in guardia e non cadere nei filoni, non bisogna farsi catturare o accanirsi. In riferimento ad un romanzo io cerco di cogliere se da quelle pagine emerge una voce nuova, se c’è uno scrittore che sta tentando di dare una forma propria, personale alla materia che vuole lavorare. Credo che le uniche misure siano “l’orecchio” e l’intuito.

Ci sono aspetti che differenziano gli autori stranieri da quelli italiani?

Io penso che un autore quando scrive abbia diversi condizionamenti, perlopiù legati dai dettami socio-culturali del luogo in cui vive. A parte queste differenze oggettive, credo che non esistano grosse distinzioni tra autori italiani e stranieri. La cosa più importante è l’originalità della voce. Se c’è un elemento che vale la pena sottolineare è il ciclo. Trovo che ci siano diversi cicli: l’ultimo è quello che ha visto emergere autori americani di tutto rispetto, mentre il precedente era concentrato su Gran Bretagna e Irlanda. Parlerei quasi di ondate periodali e geografiche.

Nella sua carriera in questo lavoro c’è un libro che avrebbe voluto pubblicare o un autore che avrebbe voluto incontrare? C’è invece un libro o un autore che l’hanno resa fiero di far il lavoro che svolge?

Sì, qualcuno esiste. Ci sono parecchi libri di autori che mi piacciono molto e che non siamo riusciti a pubblicare perchè qualche altro editore se li era aggiudicati prima di noi, per esempio Dave Eggers o Martin Amis. Mentre per quanto riguarda i libri che mi hanno reso fiero non mi sento di fare una graduatoria: posso dire quasi tutti quelli che ho pubblicato, alcuni hanno avuto risultati migliori, altri meno buoni.

Abbiamo parlato di passato, come vede il futuro di Guanda? Ci sono anticipazioni che può svelarci?

Nello scenario che si sta aprendo, un editore di qualità che ha la garanzia di un marchio coerente e con un’identità precisa, come Guanda, credo che possa avere un ruolo.  Il mio atteggiamento è quindi senz’altro molto fiducioso. I libri che andremo a pubblicare in futuro sono di certo una conferma dei parametri qualitativi di Guanda. Un’anticipazione su tutte che mi piacerebbe segnalarvi: è uno scrittore danese, acquisito da una lista impressionante di editori di qualità in tutto il mondo e il titolo del suo romanzo sarà “Il fiordo dell’eternità”. E’ ambientato nella Groenlandia del 1800 e si tratta di  un caso davvero molto interessante: non rientra nella letteratura di genere storico, nonostante si svolga in un periodo di grandi conflitti e di nuove idee che penetrano nel nord. Penso che il tratto reale che lo distingue sia quello che può essere definito “un grande romanzo”: riassume in sè tutti i generi, ha dentro di sè un vasto orizzonte e credo sia una sfida, a mio avviso pienamente riuscita,  che ha convinto editori di tutto il mondo.

Che questa intervista fosse l’occasione per un messaggio ai nostri lettori, amanti dei libri, da parte di chi i libri li scopre e li diffonde. Quale potrebbe essere?

Vorrei suggerire una visione più ottimistica: l’editoria italiana offre una buona scrematura di ciò che di meglio esce negli altri paesi. Mi piacerebbe si ritrovasse quel giro di letteratura di qualità. Invito quindi a non condividere questo pessimismo dilagante, in giro si trovano molti libri buoni e di lettura consigliabile.

 

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Riccardo Barbagallo

Lavoro da qualche anno nell'editoria, mi occupo di comunicazione per editori e autori e sono un digital addicted. Al contrario di altri, non mi posso definire un lettore da sempre, 'La coscienza di Zeno' in prima media è stato un trauma troppo forte da superare per proseguire serenamente la relazione con la lettura. Più avanti ho deciso di leggere un libro per piacere, e non per obbligo, ed è stato lì che ho capito quale sia la vera forza della lettura: la capacità di emozionare. Credo che sia questo il segreto, se così possiamo definirlo. Non ho più smesso.

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