Tamangur – Leta Semadeni

Titolo: Tamangur
Autore: Leta Semadeni
Data di pubbl.: 2017
Casa Editrice: Casagrande
Genere: Romanzo
Traduttore: Laura Bortot
Pagine: 140
Prezzo: € 18,00

Tra i monti dell’Engadina, Cantone Grigioni, nell’estremo lembo orientale della Svizzera, c’è Tamangur, la foresta di pini cembri più alta d’Europa. Un pino cembro, se è in salute, può vivere fino a settecento anni. La foresta è considerata dagli abitanti del luogo un bene fragile, un presidio dal forte valore naturalistico e simbolico. Nei versi di Peider Lansel (1863 – 1943) ‘God da Tamangur’, la ‘Foresta là dietro’, è associata al destino incerto del romancio. Il poeta combatté una battaglia politica volta alla tutela della sua lingua madre, un impegno durato tutta la vita. Il romancio è una lingua romanza affine al ladino e al friulano, parlata solo in alcune vallate alpine, a rischio di estinzione.

Leta Semadeni, settantaquattrenne poetessa engadinese, in Tamangur, suo primo romanzo, edito dalle Edizioni Casagrande di Bellinzona, affronta il tema della morte. Protagoniste sono un’anziana donna e sua nipote, una bambina. Due lutti appesantiscono il loro cammino. Il nonno è mancato da poco, il fratellino è annegato nel fiume. La famiglia della bambina, scompaginata dal dolore, è scivolata nell’ombra, e ora lei, la piccola, creatura vispa e innocente, si ritrova a vivere con la nonna. Le due sono inseparabili, simbiotiche. Il rapporto è affettuoso, schietto, striato da amarezze e percorso da malinconie che squamano il cuore. Stare insieme è una risposta all’assedio dell’assenza. Occorre guardare in alto e attendere un segno, una visita. Lassù, tra gli alberi, si agitano i fantasmi dei propri cari.

Nell’istante in cui un cacciatore viene accolto a Tamangur perde ventun grammi, perché l’anima si stacca dal corpo per tornare dove abitava prima. L’anima è un animale abitudinario, dice la nonna, è forte, sebbene pesi solo qualche grammo, e impone sempre la sua volontà. Può andare dove vuole, quando vuole. Con i suoi ventun grammi trova ovunque un posticino dove fermarsi e distogliere la nonna dal trantran di ogni giorno. La nonna litiga e si arrabbia con l’anima: un niente, le dice, ecco cosa sei, un misero mucchietto! Che ci faccio io con un misero mucchietto così?

Il paese è un microcosmo di soggetti buffi e stralunati. C’è Elsa, l’amica della nonna, donna illusa e raggirata dagli uomini, c’è la vicina di casa gobba e con il sedere triste, c’è Luzia, la ragazzina del ristorante-rifugio Alpenrose, che ruba le susine dal giardino del prete cattolico, c’è Kasimir, l’amico del nonno dalle scarpe piccolissime a confronto con le enormi ballerine della moglie, c’è Claudia, cameriera che afferma di non aver mai avuto un’anima e pertanto non ha paura di nulla, c’è uno spazzacamino dai chiacchierati gusti sessuali, c’è perfino un Elvis di provincia… Are you lonesome tonight? Do you miss me tonight? Are you sorry we drifted apart? La nonna stessa non rientra nello stereotipo della vecchia signora impolverata: diretta e pungente negli scambi verbali, sbrigativa e pragmatica nei modi, ha studiato all’università e non nasconde di aver girato il mondo anche prima dell’incontro con il nonno, spinta dalla curiosità. Pare, quasi, un’hippie traslocata sulle montagne. Su una carta geografica appesa in cucina ha fissato tutte le località visitate. E poi, la nonna adora i frutti tropicali, in particolare l’avocado. In Tamangur le atmosfere svizzere si arricchiscono di sfumature brillanti, deviazioni cromatiche appartenenti ad altre latitudini. Anche per questo il romanzo è, letteralmente, eccezionale, fuori regola, sorprendente.

In Tamangur non accade quasi nulla. Il mondo è filtrato dagli occhi della bambina e ricostruito dal suo ingegno. Sono i gesti minimi, gli sguardi, le parole, i ricordi, le posture di ogni singolo personaggio a riempire l’aria di significati. La cronologia degli eventi è attraversata da un bisogno spontaneo di memoria intrecciato ad un vago sentore di oscuri presagi, aritmie che spezzano, sia in direzione del passato che in prospettiva futura, la linearità del tempo. Tamangur è una bolla pronta a scoppiare, un equilibrio instabile che richiama il principio filosofico orientale dell’impermanenza, un’immagine Ukiyo-e traslata sulle Alpi. I settantatré brevi capitoli sono settantatré acquarelli di vita quotidiana. In ciascuno di essi il lettore è chiamato a sostare, ad abbandonarsi alla leggerezza delle metafore. Spesso è un dettaglio a occupare lo spazio dell’esperienza. Immergersi nella lingua poetica di Leta Semadeni richiede sensibilità verso le analogie, il fantastico, la sinestesia.

Il cuore della nonna è un grande bosco di sterpaglia fitta, con alberi altissimi e bassi, con tanti cespugli. Ci si può passeggiare oppure smarrire. Ci sono anche radure che si aprono come uno stupore. Un passo, e la bambina si trova improvvisamente alla luce, sopra di lei il cielo, i morbidi cuscini di nuvole, il sole. Lì la nonna è un angelo che esaudisce ogni desiderio.

La prosa è incrinata da una lingua incantata, che spariglia con delicatezza le carte del reale e ammicca allo spirito della favola. Nelle situazioni narrate c’è sempre una piccola increspatura di senso, uno scarto che ci disorienta. La lingua del romanzo chiama il verbo poetico a testimoniare lo scandalo dell’esistenza. Tamangur è un’elegia scritta per coloro che restano, al cospetto dell’abisso insondabile della morte.

Quando cercò di sgattaiolare in camera da letto nella speranza che la nonna dormisse già, dallo spiraglio della porta la vide appoggiare delicatamente la testa nell’infossamento lasciato dal nonno sul cuscino durante la sua ultima notte. All’improvviso la nonna si infuriò e cominciò a battere la testa in quell’infossamento, con colpi ripetuti e una rabbia che spaventò la bambina. Parlava con l’infossamento come se fosse stato il nonno in persona, e colpiva il cuscino con i pugni, con una violenza selvaggia, per poi ammutolire di colpo. Mentre la bambina tratteneva il fiato agghiacciata, la nonna iniziò a gemere, e smise solo quando la bambina appoggiò la mano sul suo braccio. Finiscila, disse in tono aspro, sei un tormento. Vieni a letto, forza! La bambina capì e scivolò sotto la coperta. Da quel momento dormì al suo fianco, al posto del nonno.

In Tamangur si respirano le atmosfere sospese, da fine del mondo, della grande tradizione mitteleuropea. Durante la lettura ci accompagna una sensazione costante di sogno lucido, che rimanda alla prosa  ellittica e vagabonda di Robert Walser, gigante della letteratura elvetica. A tratti, sembra di ritornare nel villaggio di confine magistralmente rappresentato da Peter Handke in Prima del calcio di rigore, antiromanzo sulla dissoluzione del linguaggio (quindi della realtà). Bambini inghiottiti da torrenti apparentemente innocui, locande quali ultimi avamposti lungo linee di confine, animali nel ruolo di enigmatici spettatori della tragicommedia umana, una natura irredenta che preme sul ventre della civiltà… Tamangur potrebbe essere anche il tredicesimo brano di Automatic for the people dei R.E.M., il disco del lutto, il più nero della band di Athens. Readying to bury your father and your mother, what did you think when you lost another? Ora vince la disperazione. La dolcezza, forse, seguirà.

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Salentino nato "per errore" a Como (anche per ammissione di chi lo conosce), si laurea in Filosofia a Milano, con una tesi sul concetto di guerra umanitaria. Vive a Bari con Mariluna. Adora il Mediterraneo, ama Lecce, Parigi e Roma. Sue passioni, a parte la buona tavola, sono la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Un tempo, troppo lontano, anche la politica. Suo obiettivo è difendere, e diffondere, la pratica della buona lettura. Recensisce i libri meritevoli di essere considerati tali, quelli che diventano Letteratura, con la L maiuscola, e che gli lasciano un segno. Alessandro scrive con regolarità su Zona di Disagio, il blog del poeta e critico Nicola Vacca, collabora con la rivista Satisfiction, anima il blog di economia e di politica Capethicalism, e scrive di serie TV su Stanze di Cinema.

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