Salone del libro- David Grossman : la scrittura come atto terapeutico.

Nell’auditorium del Salone del Libro, in occasione della presentazione del romanzo Caduto fuori dal tempo, edito Mondadori, abbiamo avuto la toccante esperienza dell’autore ebraico David Grossman sul tema del lutto e della missione dello scrittore.

Grossman, anche in questo libro, parte dalla sua tragica perdita famigliare: quella del suo secondogenito Uri morto nel conflitto libanese, ucciso da un missile anticarro nel 2006, ma questa volta l’esperienza esce da un contesto privato per diventare collettiva. In Caduto fuori dal tempo, che sta a metà fra il romanzo e la poesia, cogliamo la difficoltà, anche col passare del tempo, di parlare delle ferite interiori, ma nello stesso tempo si scopre come il dolore accomuna molte delle persone che ci circondano.

La letteratura ha una missione: quella di parlare direttamente ad ogni lettore, bussare, con insistenza alla porta della sua coscienza, rivolgersi alla sua anima, per scuoterlo dal profondo, mettere in discussione le sue certezze e far emergere quei problemi che spesso cerchiamo di nascondere.

Sembra un’ azione terapeutica quella che l’autore compie, uno scavo interiore per sconfiggere sia le proprie paure sia la difficoltà di comunicare la sofferenza patita; è una lotta contro se stessi tra il dire ed il rimanere silenziosi e tra il comunicare con odio o con accento lirico e pacato. Pare una missione di pochi quella degli scrittori che portano un peso e parlano per la moltitudine di persone che per varie ragioni soffrono nel profondo, ma non hanno la forza di portare all’esterno il loro dramma. L’autore, nel libro, usa una parola incerta per definire il luogo dove i protagonisti del suo romanzo hanno trovato la loro perdita “laggiù”,  la stessa parola che anche usano i bambini, a scuola, quando devono parlare della Germania.

L’autore insiste sul significato profondo della scrittura e parla dell’atto di scrivere come “un esporsi”, ovvero un’ azione dirompente per abbattere “quel muro di protezione che ci creiamo per difenderci dalla catastrofe (tragedia)”.

La struttura usata da Grossman è un’ unione di canto e di poesia, sembra un’azione teatrale. Quando ha cominciato a scrivere pensava ad un romanzo, ma nell’atto della scrittura la forma ha preso una sua vitalità propria, “come materia viva che si fa sostanza”, al narratore spetta solo il compito di seguirla in maniera istintiva ed  infine darle una fisionomia compiuta. Lo scrittore diventa un fine artigiano, per esprimere “le cicatrici dell’anima”, ed opera sia a livello di personaggi, a cui lui stesso si mischia, sia per quanto riguarda le frasi che si spezzano e si frantumano “come le ossa di chi prova dolore nel profondo” e le pause poetiche servono ad esprimere quella riflessione interiore che la “verbosità del romanzo non permette”.

La scrittura è un atto concreto, uno scavare all’interno della vita per togliere quello che è ordinario, quotidiano e far emergere invece ciò che è rilevante, insomma quella luce che può illuminare il nostro cammino. L’incontro con l’autore ebraico termina con la sua idea sul ruolo dello scrittore: il narratore, attraverso i suoi personaggi, entra nelle nostre esistenze, le pulisce ed illuminandole, “anche solo per il tempo della lettura”, fa risaltare quello che veramente caratterizza la nostra esistenza.      

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