Sale di mare e lacrime – Gabriela Garcia

Titolo: Sale di mare e lacrime - Gabriela Garcia
Casa Editrice: HarperCollins Italia
Genere: Romanzo collettivo, Romanzo drammatico, romanzo familiare
Traduttore: Valeria Bastia
Pagine: 300
Prezzo: euro 20

Nella Cuba di metà Ottocento María Isabel è la sola lavorante donna in una fabbrica di sigari. Arrotola foglie di tabacco per ore a testa bassa, in un silenzio che per convenzione le viene imposto dall’ambiente maschile che la circonda. A rompere la cadenza dei giorni sempre uguali ci sono soltanto le parole di un uomo, Antonio, che legge ad alta voce romanzi agli operai. E’ il basso continuo delle sue parole a  trasportarla lontano, facendole presagire la possibilità di un’altra esistenza, fuori da un binario fisso, deciso per lei dal destino.

Nel susseguirsi delle generazioni della stessa famiglia, così sarà anche per Dolores, che un secolo dopo verrà abbandonata dal marito che ha risposto alla chiamata alle armi e sparisce al fronte, lasciandola con una bimba piccola, in difficoltà ma finalmente libera dal terrore dei soprusi fisici.

Di solitudine in solitudine, di abbandono in abbandono, la storia ci proietta negli anni Duemila con la protagonista del terzo atto della vicenda, Carmen, che è riuscita a lasciare Cuba e raggiungere Miami, dove si augura di ricominciare dimenticando un passato pieno di disumanità e stenti e offrire alla figlia Jeanette un futuro dignitoso. Ma la attende uno scenario contradditorio, il sogno americano nutrito da immagini precostruite, filtrate dai media, si infrange presto: la aspettano combattimenti intimi e reali, cadute in inferni personali taciuti, che cerca di affrontare come tutte le donne della propria famiglia con fierezza.

María Isabel, Dolores e Carmen sono accomunate dall’origine (la stessa dell’autrice, Gabriela Garcia, al suo straordinario esordio), le cicatrici, il desiderio di indipendenza, la tensione verso un mondo ambito che pare l’unico degno di essere abitato. E dalla forza che le percorre che nelle avversità non si esaurisce, anzi, pare moltiplicarsi, arricchirsi di dignità e orgoglio.

Tutte posseggono la capacità di spostare lo sguardo avanti per la sopravvivenza della famiglia, che si tratti di quella che hanno costruito o di una di elezione poco importa: si appartiene a chi si sente affine, a chi ci si affianca in un percorso affatto lineare, logico, scontato, che può prevedere lieti fini come no.

È potente questo esordio in narrativa di Garcia, che sceglie un linguaggio intimo, diaristico per raccontare di stravolgimenti enormi, esodi forzati – tragicamente attuale, dunque – verso terre misconosciute, fortemente idealizzate, che accolgono o disperdono.

Attraversa generazioni di donne fuggite all’eredità nera della brutalità, alle ossa rotte, alla riduzione in qualche forma di schiavitù, che sia sessuale o un soggiogare a condizioni di abuso che vorrebbero relegarle al silenzio, all’omertà.

Le protagoniste di Di sale e di lacrime, tradotto da Valeria Bastia, combattono per una libertà individuale e di chi è loro prossimo, a salvare la sole relazioni che contano. E’ storia di sopportazioni millenarie, di persone in quanto donne prive di privilegio, desiderose di riconoscimento e accoglienza in una terra straniera che si rivelerà deludente, matrigna.  Eppure nel libro di Garcia esse sopravvivono perché potenti, siamo forza, siamo più di quanto non pensiamo come nelle parole di un appunto vergato a mano in quei Miserabili di Zola che la prima delle protagoniste sentirà leggere, un libro che scompare e ricompare carsico come cucitura della storia di generazioni.

Con il suo cosmo corale letterario sorprendente, ambizioso nel moltiplicarsi degli intrecci ma coeso da una prosa netta, essenziale e potente, Garcia traccia un solco nuovo e induce chi la legge a sperare che il destino delle sue abusate donne di tenace fibra non abbia natura circolare,  definitiva, ma che anzi le nuove generazioni, pur custodi attente della radice della memoria identitaria  (una memoria che si fa amore: Perché andarsene da un posto se poi continui a ricordarlo, a infilarne i nomi delle strade in tutti i discorsi possibili e immaginabili, a considerare ogni situazione dal punto di vista di qualcuno che ha subito chissà quale perdita immaginaria. Miami esisteva in quanto vuoto ricettacolo di ricordi, una città ombra, piena di gente che aveva bisogno di un punto di osservazione da cui mettere il proprio passato in prospettiva, scopre l’ultimo dei personaggi) sollevino il capo e trovino infine posto e senso nel mondo.

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Anna Vallerugo

Anna Vallerugo è giornalista e traduttrice, vive in Friuli. Laureata in Lingue e Letterature Straniere, corrispondente per vent’anni de «Il Gazzettino», si occupa di editing in lingua inglese e di formazione post-lauream. Collaboratrice di testate giornalistiche di critica letteraria, presentatrice in eventi culturali (tra cui Pordenonelegge dall’edizione 2012), membro della giuria del Premio Brancati nelle ultime due edizioni, ha al suo attivo la curatela di volumi di narrativa e poesia italiana. Un suo racconto è uscito nella Piccola antologia della peste (Ronzani Editore, 2020), curata da Francesco Permunian.

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