OLTRE LA PENNA di… Paola Calvetti

Quando non so di cosa scrivere (figuriamoci quando il tema è libero, come Oltre la penna), rimedio facendo una passeggiata. Sono a Parigi e non c’è niente di più parigino che rifugiarsi in un caffé perché, come scriveva la meravigliosa Signora del Nouveau Roman Nathalie Sarraute, morta quasi centenaria, “i caffé francesi sono posti civili: ti siedi, ordini qualcosa, e puoi restare tutto il tempo che vuoi, nessuno viene a disturbarti. Al tempo stesso adoro quel rumore confuso di vita che mi sta attorno». Qui, in questo anonimo Le Café del diciottesimo non c’è alcun rumore confuso, due ragazzi sui vent’anni si sbaciucchiano al tavolino, la signora con la cloche (siamo a Parigi, no?) ordina un “apérò” con l’accento sulla o e io mi accoccolo in fondo alla sala e vivo il mio piacere piccolo e personale, “un café s’ils vous plait”, apro la mia finestra sul mondo e aspetto.
In sottofondo, strano in un posto così ordinario, una voce di soprano evoca dolore e sensualità, un coro di bambini racconta disperazione e io non afferro l’autore, non lo riconosco. Ma inizio a scrivere. I timidi, si sa, scrivono lettere. Lo faccio anch’io. Scrivo una lettera all’uomo che, seduto al tavolo accanto al mio, legge il suo tascabile un po’ sgualcito. Impossibile leggerne il titolo. Impudente chiederne conto a lui che non sa, non può sapere che mi stia rivolgendo a lui e soltanto a lui per fare esercizio di scrittura.

Signore lei è uno sconosciuto, per me. Fatico a usare questo termine, però, perché ho il sospetto che la definizione sia assurda, strana e non corrisponda alla realtà dei fatti. Lei ed io, signore, non ci siamo mai incontrati prima; non ci siamo scambiati nemmeno una parola, un saluto, uno sguardo. Non ci siamo avvicinati l’una all’altro. Ignoro il suo nome così come lei continuerà ad ignorare il mio. Lei non ha notato la donna seduta a pochi passi dal suo tavolino, io stessa le rivolgo un’occhiata distratta anche se leggere il titolo del romanzo che la prende così tanto mi sarebbe d’aiuto. La luce, dalla mia postazione, è già penombra. Non c’è nulla in lei che richiama in modo particolare la mia attenzione: lei è un uomo… diciamo… maturo?, pressappoco della mia stessa età, i lineamenti leggermente marcati come se il tempo fosse passato, distrattamente, a lasciare soavi, piccoli segni. Lei è vestito con eleganza, senza strafare, il papillon le da un carattere vezzoso. Ciò che mi colpisce è la perfetta immobilità del suo corpo. Anche adesso che inizia un altro movimento del Lied del quale continuo a non afferrare l’autore, lei non solleva il libro che tiene posato in grembo. La osservo con garbata insistenza, toccata dalla tesa concentrazione in cui lei pare immerso e da cui nulla sembra essere in grado di scuoterla.
Niente altro leggo sul suo volto: non un sentimento, non l’indizio di un pensiero, solo pura attitudine alla lettura. Un’espressione che altri, qui in questo caffé del Diciottesimo, potrebbero giudicare ottusa, ma in lei non lo è, anzi, guardandola da vicino sono certa che la sua fissità nasconda del dolore. C’è qualcosa di inquietante nel suo volto severo, come scolpito su una quercia millenaria e io mi chiedo se in lei, di tutto questo, esista traccia. Dei ragazzi scalmanati fanno irruzione nel nostro spazio privato, una brutale intrusione della realtà nella sfera di silenzio che la musica ci ha offerto fino ad ora. Lei non sembra sentirli. Il suo corpo è in attesa ed io provo una viva agitazione, quasi che qualcosa stesse per compiersi a mia insaputa. I ragazzi, placata la sete, si accomodano fuori a fumare sigarette senza filtro. Dentro al nostro bar scende di nuovo il silenzio, immagino che il direttore del quale ignoro nome e nazionalità sollevi la bacchetta sulla melodia dell’adagio. Non riesco più a levare lo sguardo dal suo volto. E’ un prodigio guardare come la musica lo trasfiguri suo malgrado e ne sciolga, piano piano, la rigidità. E’ come se i suoi lineamenti incarnino il suono, mentre le dita della sua bella mano stringono i bordi del romanzo (o un saggio, magari?) come se lei soltanto affondando nelle parole riuscisse a fermare un dolore a stento trattenuto. Ora lei si muove, solleva la mano e la porta alla fronte. Al culmine del crescendo lei si copre gli occhi con un palmo, poi torna a poggiare le dita fra le pagine, come se, alleviato lo stridere degli ottoni, sia la melodia degli archi a restituirci sollievo e dolcezza. Siamo in sintonia, adesso, entrambi liberi dalla gravità del dolore, dal peso degli anni e dei ricordi. Temo per noi, adesso che la musica sta terminando, temo che il brusco ritorno da quella regione lontana nella quale lei ed io, due sconosciuti, siamo approdati in questo anonimo caffé parigino, ci riporti alla realtà. La musica si tace, adesso e io la guardo smarrita, mentre il suo volto, così amico e oserei dire – amato per un breve attimo – ritorni ad essere quello che è: il volto di uno sconosciuto.
Le sto scrivendo con la schiettezza che appartiene alle lettere destinate a rimanere nel cassetto, queste righe non le verranno mai spedite, non saprei nemmeno a chi indirizzarle, figuriamoci copiarle su una e-mail o trascriverle per telefonino. Altrove forse ci conosciamo da sempre, in quella regione dove tutti noi abitiamo se le note di un Lied del quale non riconosco l’autore riescono a strapparci a noi stessi per un breve attimo.

 

 

Paola Calvetti, giornalista, ha lavorato alla redazione milanese del quotidiano “la Repubblica”. Dal 1993 al 1997 ha diretto l’Ufficio Stampa del Teatro alla Scala e, in seguito, è stato direttore della comunicazione del Touring Club Italiano. Oggi scrive per il “Corriere della Sera” e il settimanale “Io Donna” e cura la Posta del cuore del settimanale “TuStyle”.
Finalista al premio Bancarella con il romanzo d’esordio, L’amore segreto, nel 2000 ha pubblicato L’Addio, nel 2004 Né con te né senza di te, nel 2006 Perché tu mi hai sorriso (tutti oggi in edizione ebook Mondadori) e nel 2009 Noi due come un romanzo (Mondadori), seguito nel 2012 sempre per Mondadori da Olivia, ovvero la lista dei sogni possibili. Sito web: http://www.paolacalvetti.com/

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