OLTRE LA PENNA di… Giuseppe Ciulla

Non potevo immaginare, durante i giorni del grande viaggio in Grecia, che le cose sarebbero peggiorate a tal punto. Che il premier avrebbe ordinato la chiusura della televisione pubblica, che la crisi sarebbe diventata più nera e l’Europa ancora più arcigna. Ho passato un’estate intera a decifrare questo confine conosciuto solo per la depressione economica, e anche adesso, che i media di tutto il mondo riaccendono i riflettori su Atene, dico che la Grecia è uno straordinario “altrove”, sconosciuto a noi europei d’occidente, che la studiamo a scuola, che ci andiamo in vacanza. Ho viaggiato per 4mila chilometri raccontando la resistenza silenziosa, il perfetto equilibrio tra fede e campagna, il monte Athos e i suoi monaci partigiani. E poi il confine con la Turchia, dove il governo ellenico sta costruendo un altro muro e l’Unione mostra i muscoli. L’inganno peggiore. Un fiume, l’Evros, separa il paese dall’oriente: scorre placido inghiottendo vite e illusioni. Chi ce la fa, le migliaia di stranieri che riescono a guadarlo, finiscono in una piccola stazione. E ogni notte sfugge alle vedette di Bruxelles. 

Stazione di Orestiada, 4.40 del mattino. È dai qui che lo straniero parte alla conquista dell’Europa. Tra un’ora passa il treno per Atene, la via della salvezza. Adesso dormono tutti, sfiancati dai giorni passati e dalla traversata d’oriente. La sala d’attesa non è mai aperta, né di giorno né di notte: diventerebbe in poche ore un piccolo campo profughi. Gli stranieri sono ammucchiati sulle panchine come sacchi postali. La banchina è l’ultimo rifugio prima dell’ignoto. Sono annichiliti dalla stanchezza e dalle zanzare. Sembrano ombre di stracci incatramati in questa notte velenosa. Ciascuno ha già avuto la sua delusione, ha già scoperto che le voci giunte nel suo villaggio dicevano cose sbagliate. L’Europa è ancora lontana, il viaggio è appena all’inizio.

Un ragazzo dalla faccia ramata mi chiede se ho un lavoro da dargli. Mi mostra una mazzetta di dollari. Anche lui viene da Herat, Afghanistan. Ha un giubbino grigio di pelle e pantaloni con le tasche. Neanche uno zainetto, neanche un cambio, i capelli a spiovere sul volto pieno di sonno e livore.

L’alba arriva con il volo delle cicogne. Attraversano il cielo mentre da est le prime vampe schiariscono la notte. Arrivano anche i greci, pendolari in attesa del treno per Alessandropoli. Per loro è tutto consueto, tutto già visto, ogni mattina di ogni stagione dell’anno. L’aria sa di marcio, di gente ammassata e scarponi usati. Si accendono le prime sigarette, il fumo sveglia chi dorme mescolandosi all’odore della pelle. Il treno spunta da un binario deserto, lento come un bisonte al pascolo. Poi apre la pancia e in pochi minuti prende tutti, stranieri e greci, per poi ripartire sferragliando sulla via dell’Ovest. Io e Gabriele restiamo impalati in una stazione appena morta. Sulla banchina rimangono solo i segni del passaggio: bottiglie, indumenti intimi, magliette, pacchi vuoti di sigarette e scarpe abbandonate. Se solo Bruxelles sapesse, ne farebbe un museo della migrazione.

Giuseppe Ciulla, giornalista freelance e autore televisivo, lavora alla trasmissione tv “L’ultima parola” (Rai2). Ha scritto, tra l’altro, “Lupi nella nebbia” per Jaca Book nel 2010 e “Ai confini dell’impero”, sempre per Jaca Book nel 2011. Il suo ultimo libro, “Un’estate in Grecia” ed. Chiarelettere, uscirà in tutte le librerie il 27 giugno.

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