OLTRE LA PENNA di… Elisabetta Bucciarelli

Scrivere è uno stato d’innamoramento continuo. Tutti i sensi in allerta costante. Una danza che diventa preliminari e poi abbracci e baci e poi ancora.
Chi scrive sa cosa significhi pensare sempre alle parole, averle in mente in ogni istante della vita, sempre, continuamente, esserne ossessionato. Germogli di storie, frammenti di conversazioni, singoli vocaboli, strofe di canzoni o versi di poesie, tutto continua a parlare e a scrivere anche quando siamo impegnati a fare altro. In modo ricorsivo, tutti i giorni.
Per noi, lettori e scriventi, esiste un mondo emotivo sensibile intorno alle parole, all’atto di cercarle, alla cura di sceglierle. Sia mentre togliamo un libro dallo scaffale, sia mentre mettiamo a punto le composizioni delle 21 lettere dell’alfabeto sul foglio. Una predisposizione all’ascolto e alla rielaborazione, alla lettura delle partiture lessicali altrui, alla ri-scrittura, perché leggere è proprio questo, fare nostre le parole degli altri, decostruirle e assimilarle per poi comporre un fraseggio personale.
La scrittura è democratica, è di tutti e di ognuno, e ciascuno è legittimato a utilizzarla per esprimersi. Chi sceglie di parlare con le parole scritte è abituato a frequentare il silenzio, sta in solitudine e allo stesso tempo chiede ascolto e per questo reclama comprensione. Ma per farci comprendere dagli altri, nel modo migliore e senza equivoci, è necessario conoscere in che momento ci troviamo rispetto al nostro linguaggio, quali siano i termini che utilizziamo con più frequenza e quale la forma che trasporta i nostri contenuti. Conoscere le nostre parole, e in che rapporto siamo con esse, è quindi il punto di partenza per poi decidere di consegnare agli altri i nostri pensieri e le nostre storie. Si tratta di un percorso che costa fatica ma al tempo stesso è profondamente terapeutico. Ricostruisce i frammenti della nostra esistenza, ci permette infatti di riprendere ciò che ci appartiene, nomina le cose e gli avvenimenti, rendendoli esperienza. Ci fa stare bene perché ci chiarisce a noi stessi, aiutandoci a cercare e trovare le giuste distanze dagli eventi della vita o dai personaggi ingombranti che la popolano.
Inoltre con le parole occupiamo e liberiamo lo spazio, stiamo in attacco o difesa, costruiamo fortezze, innalziamo torri. Oppure lanciamo ponti, stendiamo deserti, scaviamo gallerie lunghissime e profonde. Il nostro movimento sul foglio è spesso speculare a quello che teniamo nella vita e scoprirlo è un di-svelamento, a volte divertente altre volte spaventoso.
Per questo la nostra posizione di cercatori di parole si muove sui bordi delle pagine, in bilico tra ciò che siamo e i nostri desideri di essere altri personaggi, tra l’immaginario e la realtà, tra la paura di rimanere intrappolati e la libertà di spiccare il volo con la fantasia. La scrittura ha quindi una duplice funzione, ci tiene ancorati alla terra e ci permette di sperimentare, come fosse uno psicodramma, situazioni sconosciute. A volte diviene l’unica strategia per sopportare l’insostenibile, per rispondere positivamente e in modo costruttivo a una sofferenza troppo forte, all’incertezza o alla paura. Mai vittime, mai nell’angolo, sempre in campo aperto, alla ricerca di un passaggio narrativo o di una palla capace di segnare per sempre.
In sintesi: la scrittura e la lettura sono indispensabili e ci aiutano a vivere.

 

 

Premio Scerbanenco 2011 per il miglior romanzo noir italiano al libro Ti voglio credere (Kowalski-Coloradonoir), Premio Franco Fedeli 2010 per Io ti perdono (Kowalski-Coloradonoir), Elisabetta Bucciarelli vive e lavora a Milano. Di formazione teatrale presso la Civica Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, ha firmato testi di stampo marcatamente sociale, tra cui Tempo da buttare e Amati Matti. Ha partecipato alla scrittura collettiva del corto Fame chimica e ha scritto soggetto e sceneggiatura di Liberi tutti. Ha collaborato con RaistaArt per una serie di corti noir ambientati nel mondo dell’arte. Tra i suoi romanzi Happy Hour (Mursia), che inaugura la serie dell’ispettrice Maria Dolores Vergani, Corpi di scarto (Edizioni Ambiente), un noir di ecomafia, accolto con grandi consensi dal pubblico e dalla critica e Dritto al cuore (Edizioni e/o). È autrice dell’Etica del parcheggio abusivo (Feltrinelli), che inaugura la serie di audiodrammi «AutoreVole» di Salani Editore. Elisabetta collabora con alcune testate giornalistiche italiane e straniere, occupandosi di filosofia, arte, libri e manie. I suoi testi sono tradotti in Germania, Francia e Spagna.

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