OLTRE LA PENNA di… Caterina Bonvicini

Insultare viene da in-salire. Insomma significa salire sopra a qualcuno o a qualcosa. Saltarci sopra, anche. In ogni caso, per farlo, bisogna stare in alto. Ci vuole una bella considerazione di sé per sentirsi così in alto. La prima riflessione è questa.

La parola ironia invece ha un’etimologia che apre orizzonti opposti. Prendiamo il vocabolario Treccani: viene dal latino ironīa e dal greco εἰρωνεία, significa «dissimulazione». Per un attimo, mi delude. Poi no, perché mi accorgo che la finzione è molto sottile, nasce dall’interrogazione, c’entra con il dubbio.  All’origine c’è l’ironia socratica, «il procedere speculativo di Socrate, che, dichiarandosi ignorante, chiede lumi all’altrui sapienza, per mostrare come quest’ultima si riveli in effetti inferiore al suo stesso sapere di non sapere».

Se si aderisce all’etimologia – in fondo le parole sanno il fatto loro più della nostra bocca – chi usa l’insulto si sente in alto e chi sceglie l’ironia preferisce mettere in discussione qualunque altezza.

Questo raptus etimologico naturalmente è legato alle recenti vicende politiche. Un deputato del Movimento 5 Stelle, Massimo Felice De Rosa, dice: «Voi donne del Pd siete qui solo perché brave a fare pompini» e l’onorevole Giuditta Pini, risponde: «Alle primarie ho avuto 7100 preferenze. Mi fa ancora male la mascella». E io mi sono fermata a riflettere, perché siamo abituati all’insulto in Parlamento (anche se in questo periodo si sta un po’ esagerando), ma non siamo abituati all’ironia in Parlamento, e ancora meno all’autoironia.

Allora ho fatto una chiacchierata con l’onorevole Pini, che è una donna di 29 anni, colta e molto intelligente, che ha uno sguardo lucido sulle cose, persino maturo, nonostante l’età. Volevo che mi aiutasse a mettere a fuoco alcune differenze. Fra l’altro ho scoperto che era proprio la persona giusta perché, quando si è laureata in Lettere a Modena, ha studiato con particolare passione Filosofia del linguaggio. 

Viviamo un’epoca tragica, da vent’anni, un’epoca che ha sempre cercato di autoassolversi in una barzelletta. C’era un italiano… – e tutti a ridere – peccato che quell’italiano eravamo noi. La parola barzelletta ha un etimo incerto. Un sinonimo è frottola. E’ qualcosa da non prendere sul serio, sempre secondo il vocabolario Treccani. Berlusconi ci aveva abituati a questa cosa, che però non si può definire ironia. «Berlusconi infilava la battuta come diversivo, per non affrontare un problema», dice l’onorevole Pini, «serviva per catalizzare l’attenzione e spostarla da altri discorsi. Grillo usa la comicità in un altro modo, serve a mascherare la violenza». «Il trucco è dire cose violente ma decontestualizzate», continua l’onorevole Pini, «faccio un esempio. Prendiamo la caricatura della Boldrini, una cosa che dovrebbe essere comica. Invece il messaggio che sta sotto è violento e crea un cortocircuito con l’immagine, la violenza è mascherata dal buffo. E questo è molto pericoloso. Soprattutto perché si mescolano continuamente i piani, la frase di Mussolini Vincere e vinceremo finisce per essere accostata a Siamo la nuova resistenza, ma non sono parole che stanno insieme. E poi, dando dei fascisti a tutti, per citare Togliatti, si rischia di far diventare fascisti tutti».

Mi racconta che in Parlamento molti deputati 5 Stelle cercano di imitare Grillo, solo che non hanno la stessa abilità retorica quindi saltano fuori discorsi assurdi e basta, accuse deliranti di gente che non ha competenza della materia. «Ci vuole bravura per usare quel metodo di comunicazione, molti non sono capaci», aggiunge.

«Durante certi attacchi, la tensione diventa alta», mi spiega, «una battuta in fondo riporta tutti sulla terra. L’ironia serve a mettere in luce un paradosso, per esempio. Dico sempre ai miei colleghi: A forza di stare qua, avete perso il senso dell’umorismo. Non bisogna prendersi troppo sul serio, credo». Mi pare un ragionamento molto sano. Lei però sospira: «Ma non sempre è apprezzato. Ci accusano anche di questo: Siete qui per lavorare e fate delle battute…»

Le chiedo di Renzi, che fa un uso ancora diverso della battuta, rispetto a Grillo o a Berlusconi. «Renzi è autoironico», dice l’onorevole Pini, «l’autoironia lo ripara dalle critiche. E’ molto bravo con i tempi comici, per esempio. Dice cose serissime ma si accorge sempre quando è il momento di stemperare un po’».

Credo che Napolitano abbia fatto bene ad annullare l’incontro con Peer Steinbrück, che dalla Germania aveva commentato le nostre elezioni dicendosi «inorridito dalla vittoria di due clown» perché, sostanzialmente, credo sia più importante interrogarsi sui tranelli della comicità, o sulla differenza fra insulto e ironia. 

Caterina Bonvicini (1974) è cresciuta a Bologna. Ha pubblicato con Einaudi i romanzi Penelope per gioco (2000) e Di corsa (2003) e la raccolta di racconti I figli degli altri (2006).
L’equilibrio degli squali (Garzanti, 2008), vincitore dei premi Fregene, Frignano e Rapallo-Carige, è stato pubblicato in Spagna, Germania e Olanda e da Gallimard in Francia, dove ha vinto il Grand Prix de l’héroïne Madame Figaro. Anche Il sorriso lento (Garzanti, 2010), premio Bottari Lattes Grinzane 2011, è stato tradotto in numerosi paesi dagli editori più prestigiosi.
È autrice anche di due romanzi per ragazzi: Uno due tre liberi tutti! (Feltrinelli, 2006) eIn bocca al bruco (Salani, 2011). Attualmente vive e lavora tra Roma e Milano ed è in libreria da pochi giorni con il suo ultimo lavoro Correva l’anno del nostro amore (Garzanti).

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