Mira corpora – Jeff Jackson

Titolo: Mira corpora
Autore: Jeff Jackson
Data di pubbl.: 2017
Casa Editrice: Pidgin Edizioni
Genere: narrativa contemporanea, Romanzo di formazione
Traduttore: Stefano Pirone
Pagine: 209
Prezzo: € 12

Questo romanzo è basato sui diari che ho scritto crescendo. Quando li ho riscoperti, questi documenti mi hanno aiutato a confrontare i frammenti della mia infanzia e a comprendere le lacune che fanno altrettanto parte dell’insieme. A volte è stato difficile distinguere i ricordi dall’immaginazione, ma lo stesso valeva anche allora. Ho provato dall’inizio alla fine a onorare le mie fonti e i miei primi tentativi di trasformare queste esperienze in linguaggio”.

Mira corpora dello statunitense Jeff Jackson è un surreale romanzo di formazione. Don DeLillo lo ha giudicato un libro adatto a quei lettori esigenti “in cerca di fiction che li colpisca dritti in faccia”. Ed è così. In Mira corpora l’autore narra, in prima persona, le sue (verosimili) disavventure esistenziali dai sei ai diciotto anni. Jackson, alla sua opera d’esordio dopo cinque lavori teatrali e alcuni racconti apparsi su riviste specializzate, sorprende per maturità e originalità. L’impostazione drammaturgica è evidente senza essere invadente, e riconoscibili sono i riferimenti alla cinematografia prediletta dall’autore, professore di cinema ‘indipendente’ all’Università della North Carolina: Maya Deren, Sam Fuller, Stan Brakhage, John Cassavetes, David Lynch, Todd Haynes…

Mira corpora è un romanzo strutturato. Una struttura che costa fatica. Niente di intellettualistico, nessuna ostentazione di logiche o di pensiero. L’esperienza, durissima, si fa lezione. Ogni capitolo è anticipato da un preambolo in cui troviamo sempre una proposta, un metodo, un risultato che deriva da una riflessione empirica. Jackson ha afferrato i ricordi per la coda, offrendo loro una mediazione allucinata. Mira corpora è pura vita, che incendia il testo e si raggruma in misurato, dolente, ironico stoicismo. Perché di sofferenza profonda si tratta, e di uno scrittore che buca il foglio per raccontarsi. Mira corpora è catarsi, espulsione di umori, delirio ragionato. Sulla pagina restano scorie, si addensano rifiuti. Jackson li maneggia. Noi leggiamo ciò che avanza dalle braci, a fuoco divampato. La letteratura è sacrificio, uccisione rituale del protagonista. La pelle del personaggio è la pagina. “Un pugnale d’acciaio giace accanto al corpo. Lo afferro saldamente. Quando mi avvicino alla superficie bianca, la lama sembra affilata come un calamo. Sono pronto per cominciare”.

Jeff Jackson ci invita ad ammirare il corpo, i corpi. Il suo, o meglio, il corpo del suo io rivisitato. Corpo oggetto di interesse, di predazione, di controllo. Corpo che si ammala e dev’essere salvato. Corpo-schiena, corpo-voce, corpo-braccia. Corpi di giovani in periferie che assomigliano a trincee. Corpi di animali, presenze misteriose. Corpo sfatto di un cantante fuggito dalle scene. Corpo-cadavere di ragazza sconosciuta, trasportato dal fiume e poi bruciato. Corpo di madre, devastato dagli alcolici. Corpo incinta, corpo svenduto di bambino. Corpo performativo a uso e consumo di ricchi senza scrupoli. Corpo che predice, che vomita, corpo tatuato. Corpo incenerito, sotterrato, gettato via in un cesso. Corpo, sempre, come limite e terreno di battaglia.

Jeff a sei anni è portato in un bosco per cacciare i cani randagi. Due ragazzini lo legano ad un albero a mo’ di esca. I cani si rivelano molto più amici degli umani. A undici anni fugge da una madre alcolizzata. A dodici inizia la sua cattività. Si unisce a tribù di preadolescenti, che vivono in foreste isolate e, parodia di antichi esploratori, conducono spedizioni in zoo dismessi, villaggi morti, palazzi in rovina. Gli ultimi viaggi possibili in un mondo senza luoghi vergini. Jeff conosce le droghe e il sesso. Un’indovina gli predice che presto morirà. A quattordici anni va in città. Vive da barbone in bassifondi infestati dalle baby-gang e si lega a tre writer, simili a lui. Affascinati dal mito di Kin Mersey, sorta di punk-rocker maledetto, sognano di formare un gruppo: basso, chitarra e batteria. Falliscono in tutto. Non riescono nemmeno a organizzare un furto. La loro goffaggine intenerisce. A quindici anni Jeff è in esilio, in una gabbia dorata, imbottito di droghe metanfetaminiche, prigioniero di un certo Gert-Jan. Qui, la prosa di Jackson è più ardita e sperimentale. La coscienza, distorta dagli acidi e ridotta ad un “cervello rettile”, scivola in un gorgo di non-senso e si agita cercando appigli, tra le quattro mura della disperazione. Il corpo parla un linguaggio nuovo. La metamorfosi passa dal dolore.

Jackson comincia e conclude il racconto della sua vicenda (auto)biografica con la stessa immagine. C’è un quaderno vuoto, e dentro il quaderno si spalanca la possibilità del foglio bianco, a simboleggiare le infinite strade della scrittura: la creatività come soglia da attraversare. Ci accorgiamo di essere dentro un romanzo circolare. L’ultimo capitolo si intitola proprio Mira corpora ed è, potenzialmente, l’inizio (o la fine) di un altro romanzo, con nuovi protagonisti, a significare che, solo a ricognizione avvenuta di ciò che lo scrittore effettivamente è stato ed è, può iniziare la vera avventura del narrare.

Tutto comincia con un albero in un campo. Un arancio solitario nel mezzo di un prato erboso”. Finzione e realtà si rimpallano l’onere della prova. L’albero di arancio compare in differenti contesti: in sogno, su una rivista, nel campo, in un quadro appeso in una galleria d’arte. L’arancio è un segno che non dipana il caos, anzi, lo alimenta. Siamo vivi o morti? Svegli o incoscienti? Se allunghiamo il braccio toccheremo una tela o potremo spiccare il frutto dal ramo? Nell’albero è celata, simbolicamente, l’ambiguità di ogni rappresentazione. “Un altro mondo esiste, ma è all’interno di questo”. È una frase di Paul Éluard, posta ad epigrafe. Jackson vi ripone il significato e la cifra più autentica della sua opera. Il lettore italiano deve ringraziare la giovane casa editrice Pidgin di Napoli e, in particolare, il traduttore Stefano Pirone, per aver proposto alla sua attenzione una voce letteraria nuova e felicemente disturbante.

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Salentino nato "per errore" a Como (anche per ammissione di chi lo conosce), si laurea in Filosofia a Milano, con una tesi sul concetto di guerra umanitaria. Vive a Bari con Mariluna. Adora il Mediterraneo, ama Lecce, Parigi e Roma. Sue passioni, a parte la buona tavola, sono la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Un tempo, troppo lontano, anche la politica. Suo obiettivo è difendere, e diffondere, la pratica della buona lettura. Recensisce i libri meritevoli di essere considerati tali, quelli che diventano Letteratura, con la L maiuscola, e che gli lasciano un segno. Alessandro scrive con regolarità su Zona di Disagio, il blog del poeta e critico Nicola Vacca, collabora con la rivista Satisfiction, anima il blog di economia e di politica Capethicalism, e scrive di serie TV su Stanze di Cinema.

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