Maledetto Dostoevskij – Atiq Rahimi

Autore: Atiq Rahimi
Titolo: Maledetto Dostoevskij
Editore: Einaudi
Genere: romanzo
Numero di pagine: 198
Anno di pubblicazione: 2012
Prezzo: euro 18,50 

Che fare. Senza punto interrogativo: è l’espressione di disorientamento disperato di chi ha rinunciato a porsi domande perché sa già che il mondo non risponderà. Tanto vale smettere di parlare, non domandare più, chiudersi nel proprio abisso.

Rassul è un ragazzo come tanti, ha sogni ed ambizioni comuni: tornato nel suo paese da un periodo di studio in Russia può mettere in pratica ciò che ha imparato e progettare la sua vita a fianco della fidanzata Sophia. Tutto ciò sarebbe possibile se il suo paese non fosse l’Afghanistan, già consumato dalla guerra tra sovietici e mujaheddin, e la sua ragazza non fosse costretta a prostituirsi per salvare la propria famiglia dalla miseria.

Che fare. Rassul decide di compiere un delitto: uccidere nana Alia, la vecchia usuraia che sfrutta Sophia, e rubarle soldi e gioielli. Ma nessun atto è veramente originale: ogni nostro gesto è la ripetizione di mille altri gesti, compiuti da altri uomini, in altri tempi. Il delitto di Rassul è lo stesso di Raskòl’nikov, il protagonista di Delitto e castigo, romanzo amatissimo dal giovane studente.

« -Smettila di prenderti per il personaggio di Dostoevskij, per favore. Il suo gesto ha un senso nella sua società, nella sua religione.» (p.167)

Il gesto del giovane infatti cade nel vuoto: Kabul è un inferno di morti ammazzati ben più innocenti dell’usuraia nana Alia e il delitto compiuto non è che una delle tante vendette accettate dalla società perché consone alle norme della sharia. Rassul sa però di non aver ucciso per vendetta e neanche, come Raskòl’nikov, per «raggiungere il rango degli “uomini straordinari”, e prendere il posto nella Storia»: voleva scuotere il suo mondo, cambiare il corso già scritto degli avvenimenti, far in qualche modo sentire la sua voce.

«…Quindi ciò che oggi ti tormenta non è il fallimento del tuo misfatto, né il senso di colpa; soffri piuttosto per la vanità del tuo atto. Sei, insomma, vittima del tuo crimine. Dico bene?» (p. 143)

L’atto di Delitto e castigo aveva un senso. Rassul vorrebbe aver compiuto come Rasòl’nikov un peccato da espiare, essere costretto dalla propria coscienza a gridare ad ogni crocicchio: “Io ho ucciso”. Ma in questo mondo indifferente all’esistenza del singolo Rassul perde la voce, non comunica più. Il silenzio è l’unica possibile risposta ad una domanda disperata, senza punto interrogativo: che fare.

«Se Dio non c’è tutto è permesso». Questo è ciò che ha appreso lo studente leggendo l’amato Dostoevskij. Ma allora perché qui si uccide proprio in nome di Dio?

«[…]Che Allah mi perdoni! Se Lui esiste, non è per impedire i peccati, ma per giustificarli» (p.145)

Con questo raffinatissimo romanzo Atiq Rahimi mette in scena una vicenda tutta esistenziale, nella quale il dialogo con l’Assoluto si gioca costantemente sul piano del dubbio. Rassul è vero, un personaggio a tutto tondo che tenta di trovare una strada. Dovrà poi rendersi conto, e noi con lui, che gli strumenti per interpretare la realtà e per agire su di essa sono tutti dentro la realtà stessa. Le costruzioni mentali a priori rischiano di essere inattuali, inefficaci.

Che fare, senza punto interrogativo, è ciò che ognuno di noi dice a se stesso quando, disperato, non sa che strada intraprendere. E Rahimi, come il maledetto Dostoevskij, ci racconta in questo sorprendente romanzo il discrimine tra pensiero ed azione, dubbio e risoluzione, andando ad accrescere  di un prezioso tassello il patrimonio scritto delle esperienze umane.

 

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