“Lo scoop” – Racconto di Alberto Moccetti

Il Premio Chiara Inediti 2012 era riservato a una raccolta di racconti inediti mai apparsi in quotidiani e riviste o sul web di autori dai 25 anni in su, residenti in Italia o nella Svizzera Italiana.

La giuria composta da Andrea Fazioli (Presidente), Federico Bianchessi, Michele Mancino, Federico Roncoroni, Carlo Zanzi ha scelto la raccolta vincitrice, designando inoltre un secondo e un terzo classificato che hanno avuto come premio la pubblicazione di un racconto sulla nostra testata.

Il vincitore del Premio Chiara Inediti 2012 è Alberto Moccetti con la raccolta Il dito del babbuino:

Un insegnante con la passione per la pesca a un passo dalla pensione, pescatori che gettano la lenza e che portano a galla l’ imprevedibile, un militare di professione, un bancario innamorato,  un mago, un falsario, … e un generale russo. Sono alcuni dei personaggi che popolano gli undici racconti de Il dito del babbuino: racconti che nascono dalla cronaca, dalla Storia con la “s” maiuscola e da quella locale o di persone “normali”. 

 Questa la motivazione della Giuria:

Una silloge di racconti vivaci e briosi, in cui l’autore raffigura personaggi alle prese con una realtà che -per effetto di un incontro o di un cambiamento imprevedibili- risulta sempre nuova e sorprendente. Lo stile e la lingua strappano sempre un sorriso al lettore e, nei momenti più alti, restituiscono con limpida naturalezza un piccolo mondo di insegnanti, pescatori, impiegati, archivisti e giovani innamorati, protagonisti di storie che possono apparire minori, ma che ritraggono la vita di tutti i giorni con senso dell’umorismo, commozione e meraviglia”.

 Alberto Moccetti, 1961, dopo gli studi in lettere all’Università di Friburgo, ha lavorato come giornalista e come insegnante;  attualmente è direttore del Liceo diocesano di Lugano. Ha pubblicato due libri di racconti, Baristi si nasce, 2001 e L’ oro del Malcantone, 2003, entrambi Armando Dadò editore, Locarno, e un romanzo breve L’ ultima volta che ci siamo visti, 2008 sempre con Dadò.

Riduzione per la pubblicazione sulla Prealpina del racconto “Lo scoop” che fa parte della raccolta “Il dito del babbuino” di Alberto Moccetti, vincitore del Premio Chiara Inediti 2012.

 

Lo scoop

Se sei un giornalista vero non puoi non desiderare di fare uno scoop. Più sei uomo, in quel mestiere, e più lo desideri.

Per alcuni però diventa un’ ossessione. Così, non hanno più pace: sarebbero pronti a qualsiasi cosa pur di assicurarsi la notizia del giorno in esclusiva, perfino a pubblicare la foto della propria moglie con l’amante.

Un’ ossessione è un’ ossessione, insomma: si impadronisce progressivamente della mente, vi si installa e uno ha finito di vivere. Almeno come una persona normale.

L’ Elvezio faceva il cronista in un giornale locale dov’ era entrato vent’ anni prima, appena finita la maturità (…).Possibilità di carriera non ne aveva né le cercava. Ma lo scoop sì. Aveva proprio il chiodo fisso.

Lo scoop di per sé non implica necessariamente una notizia clamorosa, l’ evento eccezionale, implica che chi lo fa batta sul tempo tutti gli altri colleghi. Si può a rigore parlare di scoop anche per una notizia di interesse medio-basso, purché sia in esclusiva. Evidentemente in questo  caso lo scoop è eminentemente di tipo tecnico, resta una cosa tra te e gli altri giornalisti.

Nulla a paragone dello scoop vero e proprio, quello per cui, come minimo, il caporedattore ti strilla in prima e tutti parlano del tuo servizio.

Inoltre, in un contesto come quello in cui l’ Elvezio si trovava a operare (un fazzoletto di terra abitato da una minoranza linguistica, con una concentrazione di media da record del mondo), la concorrenza  era spietata (…).

Al punto che, se uno scoop a un certo punto uno lo voleva proprio fare, doveva andare a inventarselo. E fu proprio quel che l’ Elvezio fece. Apparentemente a fin di bene (cioè a beneficio della sua testata), in realtà per una specie di libido che a volte si impadroniva di lui fino a farlo sragionare. E a non fargli valutare bene i rischi ai quali esponeva sé e il suo giornale.

Si sa che l’ estate, segnatamente il mese d’ agosto, è un momento critico per i giornali: poca pubblicità, niente politica, tutti in vacanza… insomma, se togli qualche evento per turisti, c’ è ben poco per riempire le pagine; ma il giornale deve arrivare in edicola ogni mattina, puntuale come la morte.

Fu così che un Ferragosto venne pubblicata in esclusiva la notizia di un mamba verde fuggito dal terrario di un non precisato appassionato della zona. (…)

Il panico fu grande, la polizia allertata, il cronista interrogato: l’ Elvezio come chiunque nel suo mestiere disse di dover proteggere le sue fonti, ma assicurò a sua piena responsabilità che il rettile c’era e si aggirava strisciante per quelle contrade. Diede anche coordinate precise e plausibili. Polizia e protezione degli animali si attivarono. (…)

Dopo una decina di giorni, il cronista pubblicò notizia del ritrovamento dei miseri resti di quel che, a giudicare dalla  foto a bassa risoluzione e in bianco e nero, era stato il mamba: alcuni corvi ne banchettavano senza tema di rimanere intossicati.

L’ Elvezio assicurò di aver fatto un sopralluogo e di avere  inequivocabilmente constatato che il rettile era di un bel verde-mamba. Impossibile sbagliarsi.

Quando arrivò la polizia per accertare la prematura morte del rettile, di esso non restava nulla, e i corvi se n’ erano già volati via.

Non restò che credere all’ Elvezio, il quale peraltro giurava su sua madre. La storia finì lì. Qualche sospetto ma poi tutti dimenticarono.

Qualche mese dopo fu la volta del traffico di materiale bellico con base nella cittadina dove abitava l’ Elvezio. Pubblicò indiscrezioni, telefonate anonime, testimonianze fededegne raccolte nei  bar. Insinuò il sospetto  della presenza di una banda organizzata che lì aveva la sua centrale e il punto di raccolta degli sporchi proventi.

L’ intervento della polizia criminale e della magistratura gli fecero capire che questa volta aveva esagerato. Dovette smentire e scusarsi. (…)

Per l’ Elvezio iniziò una nuova era, quella di sorvegliato speciale: il direttore si preoccupava di visionare personalmente ogni suo articolo.

La sua vita professionale oscillava tra la paura di sbagliare e la noia di dover fare il bravo.

L’estate seguente, per tenerlo alla larga dai rettili, lo mandarono come  inviato nei punti di eccellenza turistica della regione. Si trattava in gran parte di turismo interno, vale a dire di poveracci che non avevano i soldi per andare altrove. Doveva fare un paio di servizi alla settimana su come i suoi concittadini dei ceti medio-bassi passavano le vacanze.

Scoprì un mondo sommerso: campi nudisti a due passi da casa sua, su un rigagnolo dal nome nostrano; una stazione termale da far quasi invidia a Montecatini; campeggi improvvisati sulle sponde di laghetti d’ alta quota dove guizzavano salmerini e trote canadesi.

Fu in riva a uno di questi laghetti che, un caldo giorno d’ agosto, piazzò la sua tenda per seguire, l’ indomani, la giornata di alcuni villeggianti. Si trattava di una  meta esclusivamente maschile, pesca di giorno, briscola e birra alla sera.

Fu proprio al tramonto che intervistò alcuni che stavano facendo onore alle catture della giornata davanti a una griglia. Invitarono anche lui e furono prodighi di brindisi, di informazioni e dichiarazioni. Ne sarebbe venuto un bel servizio. Decantavano la bellezza dei luoghi e il relax di quel tipo di vacanza. Ideale per uomini d’ affari come loro. Chiese i loro nomi e li trascrisse: insieme facevano un fatturato da paura, ma lui non lo sapeva perché non si era mai occupato del mondo della finanza, e inoltre quello non era un posto da ricchi. Mandò il servizio, l’ ultimo prima delle sue meritate ferie, e partì per il mare.

Mentre si godeva una lemonsoda sotto l’ombrellone ascoltando gli ultimi successi dell’ estate e rifuggendo per almeno quindici giorni dalla lettura di qualsivoglia  giornale, le agenzie di tutto il mondo si rimbalzavano la notizia circa le ferie a suon di pesca e briscola degli uomini più ricchi del globo, citando uno sconosciuto giornale di provincia.

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