L’ElzeMìro – Temi e variazioni 9/5a – Finale

Schermata 2019-04-29 alle 16.17.42

                                                         L’anàmnesi

                                                                    da la Metamorfosi di Franz Kafka

                                 Quinta puntata – Finale – Metamorfosi

Dopo settimane di silenzio la mia parcella è stata liquidata; il Maestro non vuole più essere visto; dalla moglie nemmeno; dorme, mangia e pare scriva tutto il giorno chiuso a chiave nel suo studio; ne esce di nascosto solo per andare al bagno. Oggi all’improvviso però mi è arrivata, senza la compagnia d’un rigo questa favoletta. Capisco che è una partita chiusa.

C’era una volta così per dire un re, e l’unica sua figlia, Una principessa dunque, direte voi piccoli imbecilli, che come tante avesse un problema di piselli, ma no, piselli gnente. Quando raggiunse l’età in cui oltre all’incanto si perde la ragione, simile a larva moscherina, nel regal palazzo cominciò a torcersi l’idea that die Prinzessin should have been married, now. Ma ogni tentativo, di farla attizzare e poi infuocare da un che’l fussi almeno duca, andò de bòn a reméngo. Restia per indole e tranciante, con un solo picio sguardo da pompiere ogni brace riduceva la princesa in molle cenere. Solo una cosa pareva le parlasse, la pittura; così le si trovò un maestro che le scoprì ovunque la naturaleza nei travi, nei parquets, delle rocce, delle piante i segni d’ogni tormentata vena, e, all’improvviso, nella pelle concupita del maestro; di anni ventitré più grande, di nobiltà dipinto e intrisa la punta del pennello, la principessa non tardò a farlo entrare per la porta di cucina; e con le sue manine gli preparava zabaioni e caffellatte, asparagi al burresalvia, testaròli al pesto e lo imboccava, lo imboccava non di rado con la sua di bocca, gioco o birbanza che a maestro e allieva procurava un insolito diletto, e così sia fame d’altri nutrimenti. Il re, non tanto vecchio ma saggio meno, anzi sospettoso e scempio, in camera caritatis, al desinare ossia di fronte alla regina, si scatenava in domestici furori, lanciando sulla mensa, come in viso d’un rivale il guanto, prima il bavagliòlo poi bicchieri e piatti a spaglio, così, Tanto ho ragione io, disse al pittore il re, Chiudiamola qui e tentò di licenziarlo ma, nella partita a scacchi che seguì tra la fortuna propria e i piatti con lo stemma vinse la figliola, fu scacco matto al padre e lei sposò il pittore che, nell’occasione fu battezzato col titolo più adatto per un consorte al trono. Seguirono notti lussuriose e, Ciumachella ciumachella, sussurava a lei il pittore mentre che colle gambe e tutte le su’ labia la gli s’avviticchiava molla… era flessuosa e snodata la fanciulla, dicono le croniche… pe’ averne ancora, ancora e ancora e niente  ron ron ron; giocavano gli occhi in chiaro scuro. Passò del tempo poi, in un’alba cisposetta, la principessa fu svegliata da un presagio, da un fremito e da un sentore strano; accanto a lei nel letto era tiepido il marito, per non dire che fu freddo alle carezze altrimenti intese a risvegliarne l’appetenza. Belli come le peonie che solo sfiorendo esalano il profumo, nel volto lui e nel corpo dava l’impressione di un che dicesse, più di così ormai… era morto; e prima che sfiorisse in toto la principessa ne abbozzò il ritratto. Poi si rinchiuse a covar da sola l’uovo che col suo sangue intanto gozzovigliava in lei. Di lì a poco fu lux eterna o buio anche pel re e la regina. Ma quando il principino nacque fu come se all’Apollo del Belvedere, che con altri dèi in copia, di bianco decorava il verde del giardino, qualcuno avesse infine dato vita, dicono le cronache così. La principessa acquistò il regno, non si risposò, amanti mah, si dice sì e no. Quando morì le succedette quel figlio di splendore olimpico che al cerunavòlta tuttavia non potè sottrarsi; e così via. Io che non c’ero una volta né ci stetti mai caro lettore ti saluto. Ora pertanto Stépan, Schweigt 

                                                                                                                           Finis                                                                                                             Schermata 2017-05-09 alle 10.56.35

                                                                        le puntate precedenti  sono apparse il 30/04, il 7 e 14/05 e 21/05

                                                                                             

BARTURO 10

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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  • Biuso

    Una favola profonda e ironica, arcaica ed espressionista.
    Capace di cogliere, dire, enigmare la favola umana.
    “Al cerunavòlta tuttavia non potè sottrarsi”; uno dei modi più beli che abbia letto per dire la Necessità e l’ultima parola della vita.

  • D’Ascola

    …uno dei modi più beli che abbia letto per dire la Necessità e l’ultima parola della vita.
    potrei rispondere con le parole ma credo che le lacrime non viste, siano migliore ringraziamento… amen

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