L’ElzeMìro -Temi e variazioni 9 – 2a puntata

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                                             L’anàmnesi –  II puntata

                                                                   da la Metamorfosi di Franz Kafka

                                                                         

TSH e quadro ematico nella norma, non astinenza acuta da farmaci né assunzione di droghe illecite, non anoressia nervosa, non ictus pregresso, dunque non è questa non è quella non vi fu mai non vi sarà, una malattia*; mi domando che cosa s’è stemperato allora nella foto, come nell’acqua un farmaco che non lasci traccia. Secondo incontro col maestro. Lo trovo in buona salute generale, pressione, polso e umore nella norma, riferisce d’avere sonno e mangiare e scaricarsi con buona volontà, Ogni giorno tre etti di cadavere via che van’ nel cesso, ride poi, non sollecitato, aggiunge di provare un’attrazione, smisurata, e qui sulla specifica però incespica, ché nella pronuncia disordina le sillabe, Smitarusa, smitarusa insiste, e se la ride ancora senza una causa sufficiente, Ah chissà se smitarusa è’l titolo d’un qualche poema indiano. Alla richiesta allora che sia preciso sul chi è o’l cosa che lo attrae, la replica è che non saprebbe dire; la domanda lo ha posto in evidente confusione, Smitarusa misteriosa. Ride e torna di propria iniziativa sulla foto; in essa chiede se non vedo, Una nuvola guardate simile ai girigogoli degli sciroppi densi nel bicchiere d’acqua; infine con improvviso scarto razionale afferma che la fotografia corteggia in qualche modo il vero a dispetto del verosimile fino a sostituirlo con il suo più comodo, Decalàggio -sic- l’inverosimile. Dovrei provare a registrare in futuro questi colloqui con le indicazioni dinamiche della scrittura teatrale, dopo-una-pausa-lunga-pausa-silenzio-all’improvviso-tace-con-rabbia… etc. etc. Dopo qualche istante vuoto più che silenzioso, osservo che M. ha occhi compiaciuti per uno degli oggetti d’arte della sua cospicua collezione, un putto o un bébé Nettuno d’alabastro a cavallo d’un delfino, redini d’argento e un sottile tridente d’oro in pugno, da immaginare in un palazzo dei Gonzaga, dei Farnese, a Blois, a Valançay. Con ciò rilevo che, com’è comune a chi fagocitando intorno a sé lo spazio ne fa omaso e abomaso d’oggetti, per accumulo, non percepisco invece nella collezione desiderio ma disperazione… nota, che cosa poteva desiderare un monaco del mille salvando ai salassi della barbarie miriadi di pagine dell’antichità della cui rovina la sua stessa schiatta era responsabile. Ho lasciato il maestro con la sensazione che fosse una statua dal cui interno stesse pian piano prima svanendo la sostanza poi lo scheletro. Un’indagine brevissima nel conservatorio dove, potrebbe infischiarsene ma insegna tuttavia, ho raccolto la voce comune che M. sia di un’intelligenza smisurata; in particolare una collega grande, un’Atena del Partenone, la definisce imbarazzante. A fine settimana, la contessa moglie T. mi richiama; da qualche giorno M. illanguidisce nell’inazione, studia con fatica, cincischia, non esce di casa, nel magnifico parco che la circonda dorme su una sdraio. Lo incontro. Alla mia osservazione circa la necessità di non perdere le dinamiche d’un tempo M. mi domanda, Tempo in che senso; sorpreso. Legge con ostinazione, mi dice la moglie, Un giornaletto qui della provincia, parla sciatto, da bar, ha imparato luoghi ed espressioni comuni. Per associazione volo a quei folti di mirtilli su sulle alpi, solcati dal passo di innumerevoli generazioni di capre.

                                                                                                         Fine della seconda puntata

                                                                               La prima puntata di Anàmnesi è apparsa qui il 30 aprile

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* a) TSH-Ormone tireostimolante vedi in http://www.ospedaleniguarda.it/news/leggi/tiroide-lepre-o-tartaruga-te-lo-dice-il-tsh b) parafrasi dal Così fan tutte di Da Ponte/Mozart, A1/n2

BARTURO 10

 

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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