L’ElzeMìro – Le Osmìze (parvulae sed aptae mihi)

riding-with-death.jpg!HD                                                                                                                                     

                                                                                          Jean-Michel Basquiat - Riding with the death

 I suicidi sono sempre di grande effetto – Ignoto                                                                                                                

Trieste avrebbe dovuto porlo alla lontana e invece un confine che c’è e non c’è l’impàna, un limbo di ignoti al Pappanti, orbi, urbi, esordienti pomodore-b0, Quentin Bianchetti; Chì è costui che sorride da totem, qual nonnullo mai, si domanda il profesòr. In un blitz gli risponde il fogliolino che una lolita proferènte e appassita gli caccia in mano, fuori dalla libreria La Mendaressa, rammendatrice, fu bottega artigiana consacrata parrocchia di culto e cultura, Chiesa per culi turati, sghignazza il Pappanti che, come tra limpido e opaco, alla divisa impeccabile della propria sintassi, spesso si compiace alternare i panni grossolani dello Zanni; Quentin Bianchetti, recita il bugiardino, anni ventiquattro, esordiente, Ex ordiente spritz, tutti autoerotici e fùssevoluntas tutti accoppati1, sibila il Pappanti alla lolita, Esordisca esordisca anche lei, che però s’è già defilata lontano, poco, male o per niente pagata, scuola lavoro. Qubi, vincitore del premio Pedasesquìle causa il libro Cugina d’emozione, nel quale, dice la prescrizione, egli coniuga….Coniugare Qubiderubi coniugare….umorismo ed erotismo dei suoi due amori, la cucina e sua cugina, bref, l’autore firmerà ore diciotto cento volumi omaggio, Marketting, la favella toscana va in corto al Pappanti, I bersalieri co che i riva no i sòna nè una nè do volte, bersaliarli2. Fuge Pappanti fuge, Trieste, rimira con occhi, Spèci, ohi, espejos, specchi; e quanto s’incantò alla scrittura che trasmutava sulla carta nella puntata di ieri, in questa non riesce a intendere dove la voce, la sua tuttavia, abbia trovato quelle parole forastiere. Per stradette che non conosce s’affretta il Pappanti e s’adopra, suda suda già nel rosso della sera su su pel Carso, via dal seguirà rinfresco della mendaressa cultuale, via dalla città portuale, dagl’urbi dagl’orbi; Pappanti ha lasciato Certaldo, gli ulivi le vigne, per trovarne altre, non identiche, simili. Il sole ride, ah, calando dietro un orizzonte in declino autunnale, l’aria rinfresca quando dalle frasche al Pappanti si rivela un osmìza3, osteria-Heurige, un’aia, tavolazzi, un miradór miramàr, da non perdersi di vista laggiù luci e ombre della città e una fraccata di mare in cui si confondono i oci, gli occhi, Oci ciornie. Pappanti beve Terrano, vino d’ignorata bellezza, davanti a un piattone di porcus caro factus. Zenone lo avvince come l’édera, E dunque del matto nel fondo che c’è,/un seccatore, una psìcologìa/del personaggio; e su questa pietraia/egli affonda la religione di sé….Su queste parole iniziò la notte.

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0 Per questo e altri rimandi  si leggano, volendo,  gli  Elzemìri del 31 luglio, 4 , 11  e 18 settembre. Pomodòre-b cioè versione bei Pomodòra

1 Sarcasmo e parafrasi  del motto  ex oriente lux=spritz e della celebre scritta sul muro diroccato alla battaglia del Piave (1918)Tutti eroi! O il Piave o tutti accoppati! 

2 I bersaglieri quando arrivano non suonano né una né due volte, bersagliarli, allusione tanto al titolo di James Cain quanto allo sbarco dei bersaglieri sul molo Audace nel novembre 1918 a sancire l’occupazione italiana della città. Né in triestino si scrive e pronuncia nè. 

3 Le osmìze, da osem otto, quanti erano i giorni di apertura concessi, sono antichissima ( editto di Carlo Magno) ma perdurante tradizione di ospitalità nel Carso triestino, fattorie aperte dove i contadini stessi offrono da bere e mangiar a prezzo libero i loro prodotti. Segnalate da una frasca d’edera appesa all’esterno. Andar per frasche significa andare a bere e mangiare in un osmìza. Più sotto il suo sinonimo tedesco, Heurige pron.  hòirighe

BA 10

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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  • Biuso

    “e quanto s’incantò alla scrittura che trasmutava sulla carta nella puntata di ieri, in questa non riesce a intendere dove la voce, la sua tuttavia, abbia trovato quelle parole forastiere. Per stradette che non conosce s’affretta il Pappanti e s’adopra, suda suda già nel rosso della sera su su pel Carso, via dal seguirà rinfresco della mendaressa cultuale, via dalla città portuale, dagl’urbi dagl’orbi”

    Tra ciò che più amo della tua scrittura c’è questa musica, Pasquale, e le chiuse.

    • D’Ascola

      Caro Alberto, non so se arrivo a 25 lettori, ma certo è che a me basti uno come te, orecchio che s’intende, per star desto, tra due guanciali del resto, Proust scrive a tempo della sonatina di Venteuil, ascoltare per credere; Céline, mio caro, i grandi sapevano, con Rilke che Gesang ist Dasein, für den Gott ein Leichtes. Ma che vuoi, parafrasando Verdi/Falstaff, tutto nel mondo è strillo ( ti garba come chiusa?)

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