L’ElzeMìro – Favolette brechtiane_ Bambino Arturo à la guerre comme à la guerre

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C’era una volta e più di due e tre un bambino chiamato Bambino Arturo. Bambino di cognome? Forse che sì oh piccoli lettori con l’ambizione di spiegare l’inspiegabile e quindi di digerire tutto il creato attraverso l’imbuto e poi il setaccio della metafora allo scopo di farne parabola. Piccole prediche. Bambino Arturo era così ed è rimasto così simile a sé stesso da richiamarsi da sé fuori dalla sua cameretta ogni giorno oltre che da vecchie storie note a chi le ha note.

Ciò che non è noto è che da anni Bambino Arturo cattura in un’apposita gabbietta posta sul davanzale della finestra (della sua cameretta è ovvio), cattura una parola e questa di catturare parole, ogni giorno, oltre quella di farsi domande senza risposta e viceversa, è solo una delle molteplici abilità di Bambino Arturo. BA ha costruito un’apposita gabbietta acchiappaparole con le sue mani, ma non proprio con le sue mani. Difficile spiegare come funziona la gabbia tanto è semplice: è una casetta di filo di ferro, ovvero un portino per gatti da svezzare la cui porticina si chiude di colpo – questa è la parte difficile da capire – di colpo appena una parola vi sguscia oltre. Il portino funziona come gabbia di Faraday e imprigiona, isolandola da ogni contesto elettrico, la parola. Bambino Arturo, ogni sera prima di infilarsi a letto, dentro la gabbietta pone un rotolino di carta stagnola recuperata dalla confezioni della cioccolata di cui è ghiotto, cioccolata L’Atletica la fondente perfetta. Sulla stagnola incide in punta di penna una parola, una di quelle catturate il giorno o i mesi prima.

Occorre capire che le parole senza destinazione, cioè ancora da dire, navigano di continuo in un limbo, che è poi un campo elettrico, finché qualcuno, abbastanza abile come Arturo, anche con altri mezzi, le richiama. Attirata, si capisce, dalla parola scritta sul rotolino, una parola non detta, e se è per quello nemmeno scritta, svolazza nella gabbietta. Al suo svolarvi dentro, la porticina si chiude, s’è detto non si sa come, tagliando fuori la parola da quel limbo dove consiste senza stare. La gabbietta la isola dall’esterno, appunto come fa una gabbia di Faraday, e lì compare, si associa e riposa, scrive del sasso posato e dell’amante mosso all’amato, Leonardo da Vinci. Se ne concluda che Bambino Arturo è un animo scientifico oltre che letterario.

Quella mattina, al solito non si sa quale tra le molte ma insomma si dice così, quella mattina per esempio la parola detta nella gabbietta era  periféerique, nella lingua mammà cioè della mamma, lingua che come ognun sa Bambino Arturo opponeva quasi sempre alla lingua pappà che poi era la dominante ma non egemone in casa. Periféerique viene a dire niente pourtant, tuttavia, se non qualcosa tipo perifatàto. E siccome la parola esca fu in quel caso Expédition, spedizione, le due insieme venivano a dire spedizione perifatata. Lì per lì Bambino Arturo ne fu lieto di quel binomio senza senso apparente. Tuffò le due parole nel parolario che teneva su un tavolino apposta al posto di un’eventuale vasca di pesci  e che tutti i giorni ripuliva con un’apposita retina, come si fa con gli acquari e le piscine appunto, acquari per bipedi. Dal  parolario, dove vengono osservate e divise per le loro attitudini, quella di dire, di suonare, di spiegare, di raccontare, di definire etc. le parole vengono travasate con calma nel vofabulario, così da potere essere utilizzate, una volta e più.

Capiranno i piccoli lettori che da un pezzo i genitori avevano rinunciato a chiudere Arturo in una scuola. Dopo vari tentativi non se n’era trovata una che, per quanto piccino fosse Arturo, potesse contenerlo così che i compiti li faceva a casa, inventandoseli di preciso come fa un gatto che si inventa quelli che noi chiamiamo giochi e invece sono esercizi, alcuni così difficili che solo in una università ci starebbero comodi e tant’è.  Peraltro a scuola, quelle che erano state sperimentate, BA era stato così sfottuto dai compagni in base alle cose che faceva o diceva da rendersi la così detta vita sociale faticosa per non dire impossibile; e le maestre si sa che insistono sul sociale e sui social. BA non si comportava… si comportava come quello che era, portava la cravatta, un cravattino piccino, un papillino, e la camicia, le scarpe lucide che si lucidava da sé, una giacchetta coi profili di velluto. Diceva, voi signora, alla maestra e vedete alla presida se per caso la presida si fosse peritata di fare ad Arturo una di quelle domande che si fanno ai piccini tipo che cosa vuoi fare da grande, domanda che, posta più volte ad Arturo, aveva sempre ottenuto la risposta, Vedete che grande sono già abbastanza a malgrado della statura. BA ringraziava le cuoche alla mensa e chiedeva, per favore mi dareste e, tante grazie signora mia. Non disdegnava nulla degli altri bambini, solo gli stavano stretti e tant’è. Non capiva il loro parlare e non stava a nessun gioco e ai discorsi sulle bambine benché da una in cuor suo aveva invero subito una volta tanto turbamento, e non si capiva il perché; tanto che a lungo non poté fare a meno di osservarla, dondolante la nera e lunghissima treccia tra le di lei scapole ad ogni passo mentre al mattino si recava a scuola. Gilberta di nome, ah che bel nome il nome ancora. E Arturo provava a dirselo per sentire con che affetto ssuonasse, Gilberta gil ber ta gilbe rtà, e suonare suonava, solo che Arturo si chiedeva soltanto se Gilberta avesse voluto giocare con lui al volano. E Gilberta al volano si sa che non avrebbe mai giocato. Perché? Perché, a motivo di… e Arturo da casa che la guardava passare sotto la sua finestrina e niente, avrebbe anche voluto giocarci, ma lei ogni mattina cresceva un pochino di più e Arturo restava quel che era. Perfetto, benché migliorabile. Nessuna scuola alla fine si addomesticò abbastanza da costituirsi in una casa per Arturo.

Ora avvenne che una notta rimanesse imprigionata nella gabbietta una parola comune, una parola nota almeno a parole, Conflitto. A che cosa si fosse spontaneamente associata dentro la gabbietta è strano a dirsi ma Arturo nel famoso rotolino esca aveva scritto niente, non niente scritto niente, ma proprio niente del tutto, un bel niente che, quando così fosse, a chiunque abbia un po’ di sentimento suonerebbe ricco di promesse anche non mantenibili. Per vedere che cosa sarebbe successo Arturo aveva arrotolato su sé stesso un rotolino senza nemmeno una lettera incisa; niente, appunto. E nella gabbietta rimase imprigionata la parola Conflitto. Ora piccoli lettori prima di passare alla facile conclusione che il Conflitto è prigioniero di sé stesso è meglio ascoltare il finale di questa storiella amena. Dunque Arturo prese il suo vofabulario antico in mano e prese a compulsarlo giusto per controllare se mai, magari, forse la voce Conflitto fosse già presente, o quello che il librone avesse da rivelargli in merito che già a parole non sapesse. Ma, oh stupitissimo stupore da Confine il volume saltava ad armi pari a Confluenza. Arturo ebbe l’intuizione che il vofabulario fosse reticente per quanto associativo, confine/confluenza.

Era mattino ed era ora. Andò in bagno per lavarsi come gli era stato sempre ordinato da mammà che, al riguardo, era tassativa, che la primissima cosa da fare al mattino era mondarsi da ogni particella di sonno e sudore della notte. Bambino Arturo guardò il sapone, aprì l’acqua e capì quanta se ne sprecava mentre soltanto ci si insaponava e quanta ancora per levare il sapone quando in realtà ne sarebbe bastata chissà. Così ebbe un’intuizione. Bagnò il sapone il giusto per ammorbidirlo e dritto nella vasca si bagnò lui stesso medesimo e poi tappò la vasca e ne fece colare a bastanza da coprirvi i piedi, poi bagnò la spugna e la insaponò prima lei poi lui medesimo; si insaponò tutto, poi con l’acqua imbevve la spugna e se la passò dappertutto, strizzandola qua e là per risciacquarsi a fontanella dove poté. E così di seguito finché si fu sciacquato via tutto il sapone e la sensazione di fresco sulla pelle non tardò a farsi sentire, nonostante non avesse usato che la millesima parte dell’acqua che mammà usava per fargli fare ogni sera il bagno. À la guerre comme à la guerre, questa frase mammà la ripeteva nei momenti più terribile della giornata, di solito quando le osservazione di Arturo la irritavano oltre misura, ma che in sintesi forse voleva dire che ci si adatti a quel che capita.
Ma se capita il peggio o, peggio, il pessimo che è il meglio del peggio… ecco una di quelle domanda, tra le tante che pure si poneva, cui Bambino Arturo non avrebbe mai potuto rispondere. E la storia a coda di porco per oggi finisce qui. O comincia.

 

L’illustrazione di apertura è Reification #80, di Dario Maglionico

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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