L’Elzemiro – Fablìole-1

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Michelino si chiama proprio così, né Michele né Michelaccio, Michelino; il perché non si sa ma si sa: c’è chi nasce diminutivo e non c’è niente che possa fare per cambiare… che sì una cosa, diventare accrescitivo da grande, ovverosia in senso proprio,  diventare un grande. Mica facile, anche se… Michelino  è un bambino come molti, e viene dall’Est come qualcuno. L’Est lo vede di rado, una volta l’anno in tempo di vacanze quando, come si dice, va alla casa. Il suo babbini-cari intendono per casa non quella dell’ovest, o West, dove abitano in autunno, inverno e primavera ma quella dell’Est, la casa natale, la casa dei loro a loro volta babbini-cari, là  da dove vengono. Da dove vengono non vuol dire che i loro babbini-cari vengano ogni tantino dall’Est. Vuol dire che i babbini-cari dei babbini-cari ossia i nonnini-cari di Michelino, quelli  ogni tanto, metti Natale,  vengono dall’Est, loro e le loro ambizioni di vedere i figlioletti cari sistemati e Michelino allegro. Li vedono all’Ovest e ritornano all’Est dove sono in pensione si dice. Quindi i babbini-cari di Michelino non sono nati come invece Michelino nel West, inteso come ovest, ma  sono appunto arrivati dall’Est, non proprio come pionieri, non proprio come stranieri: come estranei. Ché all’ovest non c’è il mare, solo laghi che Michelino chiama putride pozze, scuri, profondi come sono che non sai mai  cosa vi si può nascondere, tesori esclusi, alghe peggio del mare.

Ad est c’è una grandissima città di mare, la città dei nonnini-cari che ha est nel proprio nome, Portodest, che ha un porto molto grande, vie dritte verticali che dalle alture su cui si stende la città scendono al porto e altre vie per orizzontale che servono per imboccare le vie verticali e arrivare anche alle spiagge. La città ha alcune spiagge proprio lì, in riva, dicono laggiù, e non si capisce dove mai altro dovrebbero essere delle spiagge se non in riva. Ma insomma quelli lì dell’Est dicono così. Michelino va  in spiaggia malvolentieri ma questa se mai è un’altra storia.

Dunque ad Est vivono i nonnini-cari di Michelino e vivono come è piuttosto ovvio in una bella casa all’ultimo piano di un grande edificio che dà sul mare… no… vivono in una casetta con giardinoc, ostruita molto tempo fa piuttosto su nell’altopiano sopra la città  insieme ad altre simili casette con giardino  per quei che lavoravano nel porto di Portodest. Il nonnino-caro di Michelino manovrava ai tempi una gru a ruote e da diverse tonnellate, lei la gru di suo, e poi da diverse tonnellate di carico.  A metà strada tra la torre e il braccio della gru sta la cabina di manovra, ché la gru esiste ancora anche senza il nonnino-caro dentro la cabina. Non saprei dirvi se dentro la cabina di manovra ci manovra ancora qualcuno o se la gru è ormai un dinosauro estinto, cioè uno scheletro di quando il porto pullulava di navi da carico oltre che passeggeri. Oggi navigare per mare nessuno più tranne i mercantili e i crocieristi che pullulare loro pùllulano di loro ma su una nave sola e che gira per mare in tondo in fondo a una rotta di pittoresco e souvenirs;  quindi è curioso ma  i crocieristi entrano in una nave non per andare e approdare ma per stare in piscina, ai ristoranti, nelle discoteche della nave: che intanto naviga, solitario incrociatore da crociera tutto glitters e luci , milioni di megawatt; galleggiante luna park.

Peraltro per scaricare e caricare una nave non di croceristi ma un bastimento di containers,  pare che oggi un carro ponte dipinto di giallo passi tutto lungo il ponte del ponte di carico di un bastimento e ne prelevi i containers come si trattasse di smielare un’arnia, via via uno via l’altro i containers, che poi vengono allineati e impilati in uno dei piazzali del porto  e poi… e poi la faccenda si sa, ognuno dei containers ha una destinazione a ruote di gomma e pace e amen. A Michelino piace più andare col nonnino-caro al porto ad osservare quelle manovre e il vadiquidilà dei croceristi all’approdo piuttosto che alla spiaggia. Michelino il porto lo rassicura, la piaggia lo annoia e spaura – se ne dirà se ne dirà –: al porto si sa sempre che cosa sta succedendo e per lo più quel che succede è noto: un container viene sottratto dalla nave e portato e scaricato nel piazzale; un crocerista sale o scende nella pancia dell’incrociatore  su e giù per lo che si chiama scalandrone; che per essere è una passerella di legno o di ferro, a seconda, né più né meno. Ma a Michelino la parola scalandrone piace assai, perché suona e a Michelino piacciono le cose che suonano: per esempio il pianoforte, l’arpa, la batteria. Il porto è di una monotonia esasperante, i rumori noti, il sole d’estate fa a pezzi  le pietre. Ma Michelino, grondante sotto il suo berrettino bagnato d’acqua più volte a una cannella per non che gli frigga la testa spera sempre che il nonnino-caro non dica che tornino a casa.

Non che a Michelino non piaccia tornare casa, quello sì; in estate la nonnina-cara sloggia la mammina-cara dalla cucina, così può starsene dove le piace, la mammina-cara, alla spiaggia per care-signore – in Portodest c’è una spiaggia solo per care-signore – a ciabattare e ciabare tutto il tempo con sconosciute e a nuotare due ore ogni giorno: le mammine care dell’est sono tutte formidabili nuotatrici ha appreso fin dalla più tenera età Michelino. Anche i babbini-cari dell’est lo sono ma il suo, di Michelino, preferisce passare le ore del pomeriggio dopo la siesta al caffè, in riva, dove non conosce nessuno ma gli piace lo stesso stare ad ascoltare e a bere caffè freddo o caldo e con panna o gelato. Il babbino-caro di Michelino fa non-si-sa-bene-che-cosa-fa nel vita per pagare tutte le robe che si lamenta ci sono da pagare, ma il suo di lavoro, del babbino-caro, ha a che vedere con la musica, insomma se la suona e se la canta; e nemmeno la mamma si sa che mai fa, ma da quel che Michelino ha capito lavora in inverno in un posto dove fabbricano  notizie. Peraltro ognuno sa bene che le notizie non sono i fatti e viceversa, quindi da stupirsi c’è nada.

Ora ci siamo al perché Michelino non ama tornare a casa. Questo benché la cucina della nonnina non sia avara di sorprese, ghiottonerie dai titoli strani, pesci di cui Michelino conosce solo le sardine, ma che poi sono da non potersi descrivere e lo strudel di mele. Lo strudel di mele sapete,  quell’involto di pasta sfoglia ripieno e che i caffè-pasticceria di Portodest servono, non è raro, con una decorazione pomposa di panna montata, da apposito spruzzatore a gas. Insomma lo strudel è buono. Ma ancora più buono è lo strudel di casa, che non sembra uno strudel e che si fa così: battete alcune uova in un piatto, aggiungete uva di smirne o di cipro che prima avrete ammollato nell’acqua tiepida con un’ombra di rhum, pistacchi cioè pinoli, e tanta mela renetta tagliata a pezzetti da non far più vedere le uova. Perché la mela non appassisca gettate i pezzetti man mano che li tagliate in una ciottola con acqua di limone. Poi friggere il tutto  come una normale frittata e quanto è calda cospargerla di zucchero e zucchero velo o marmellata di lamponi a volere. Indi gnam.

Quindi se è per questo Michelino è contento  di tornare a casa. Lo inquieta però l’ora di cena perché da che si ricorda, non molto, l’ora di cena è l’ora in cui il nonnino o il babbino-caro gli dicono, ma si potrebbe dire gli órdinano di andare a prendere il vino in cantina. E Michelino fa finta di niente ma a quel punto… c’è da percorrere il tragitto dal tavolo da pranzo, apparecchiato d’estate di solito sotto una pergola di bella uva fragola, al dietro della casa. Lì nel muro accanto alla finestra della sua camera esiste una porta fatta di doghe che il tempo ha via via prosciugato. La porta ha una chiave e si tratta di farla girare. Michelino a quel punto è circospetto ma molto. Una volta spalancata la porta, eccole lì le scale che a Michelino sembrano scivolare nel buio come certi non rari pesciolini d’argento (Lepisma saccharina) e non rari centopiedi o Chilòpodi, sempre sorpresi a scappare questi insetti dalla luce inattesa – o sarà perché previdenti assai poco –; Michelino a quel punto, un altro, è già sopraffatto dall’immagine di sé ricoperto da un brulichio di bestioline striscianti  e voraci ma riesce a girare di volata l’interruttore a ruota della corrente e a dar luce alle scale e più sotto alla cantina. Michelino scende e man mano che procede ha paura ogni volta di non essere solo, animaletti a prescindere; sente qualcosa e non sa dirsi dov’è, una minaccia, un soffio, una nube, un alito e che per di più non sta zitto ma borbotta, bisbiglia, che brusuglia,  s’è inventato Michelino il modo di dire, nell’aria. E lo insegue o circa.

Michelino a quel punto, un altro di più, corre per lo strano corridoio della cantina lungo il quale si aprono tre porte – Michelino sa bene che le porte nascondono solo tre stanzini di mobili vecchi e se per quello anche di vecchi giocattoli –; al fine l’ampia cava del vino con le sue damigiane da cui il nonnino-caro travasa il vino in fiaschi il cui collo poi riempie d’un filo d’olio di vaselina perché si conservi, il vino,  e i fiaschi o le bottiglie allineati su vecchie mensole di legno lunghe quanto tutto il locale. Odore di paglia. Il gioco sarebbe fatto non facesse freddo là sotto e non ci fosse il brusuglio che lo tallona il vigliacco. Michelino afferra il primo fiasco che gli viene a mano e via che schizza indietro per il corridoio, su per le scale, spenge la luce rigirando l’interruttore a ruota, sbatte con un calcio la porta, dà una volta  alla chiave e via veloce da lì. Ah si ispeziona i sandali e i calzini e le gambe nude caso mai ci si fossero attaccate bestioline d’argento e altre cosine. Poi cercando di calmare il suo cuore in subbuglio porta in tavola il fiasco. Nessuno gli dice bravo.

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In apertura Nieces di Zoey Frank

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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