Le difettose – Eleonora Mazzoni

Titolo: Le difettose
Autore: Mazzoni Eleonora
Data di pubbl.: 2012
Casa Editrice: Einaudi
Genere: Romanzo
Pagine: 178
Prezzo: 16

Tutta la cultura del mondo pare inutile nel momento in cui Carla non riesce a rimanere incinta. I libri, i ritmi, perfino gli affetti di una vita ormai consolidata perdono colore e consistenza, non reggono il confronto con un dovere che si sente e che non si riesce a portare a termine.

Il claim in copertina del libro dice bene: volere un figlio può dare dipendenza? Ed è proprio così che ci appare la protagonista, una drogata in crisi di astinenza, ossessionata da un pensiero fisso su cui non ha potere e che sembra smontarla pezzo dopo pezzo di ogni certezza. E Carla non è sola, è esempio e campione di tante donne che, come lei, non riescono ad accettare che il loro corpo possa dire di no. Eppure non c’è da stupirsi delle difficoltà se, come ammette lei stessa, si è aspettato così tanto prima di provare. Stupisce invece la decisione, che non viene neanche messa in discussione, di escludere le soluzioni alternative, che pure esistono, come ad esempio l’adozione. Ma forse il tutto rientra nell’imperativo della discendenza biologica, di una natura dittatoriale che impone la procreazione e che taglia fuori chiunque non rientri nei ranghi. E ancora una volta, tutta la cultura del mondo non riesce ad arrivare alla conclusione logica che nell’inseminazione artificiale, nel controllo compulsivo di temperature, giorni, medicine, c’è ben poco di naturale.

Chissà come sarebbe portare dentro di me il figlio di Marco e di un’altra donna. Avere in corpo un ovocita non mio sarebbe come avere il rene di un donatore. Meglio avere un buon ovocita di una donatrice piuttosto che un mandarino avariato di proprietà. Ormai si trapiantano cuori, polmoni, fegati, reni, stomaci, pancreas, pelle, cornee, mani, intestini, mandibole, trachee, addirittura facce. Presto si farà anche con utero e ovaie. Sarebbe comunque mio figlio. Non mi importerebbe che non mi somigliasse. Lo partorirei.

E, se si è disposti a rinunciare a tutto il resto, viene allora da chiedersi se la maternità si riduca soltanto a questo, a qualche ora di travaglio e ad un dolore utilizzato come punto massimo della scala di sopportazione. Imprigionati in un circolo vizioso di controlli ed attese, in cui ogni cartella è un esame non superato e ogni fallimento un gradino in più verso la depressione e l’isolamento. 

 

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