La versione della cameriera – Daniel Woodrell

Titolo: La versione della cameriera
Autore: Daniel Woodrell
Data di pubbl.: 2019
Casa Editrice: NN editore
Genere: letteratura americana, letteratura contemporanea
Traduttore: Guido Calza
Pagine: 192
Prezzo: € 18,00

Chi ha visto la terza stagione di True Detective rammenta di sicuro la grazia selvaggia della regione dei Monti Ozark, nel cuore del Midwest degli Stati Uniti. Nic Pizzolatto, il creatore della serie, ha dichiarato di essere rimasto affascinato dalla nebbia in attesa sopra le montagne, dai fitti boschi protetti da un alone di mistero, dai fiumi che si convertono in cascate, e dal corrispondente carattere della popolazione locale, riflesso di tanta cupa, sinistra bellezza, tanto da decidere di adattare a set questi luoghi remoti, interni, sospesi tra Arkansas e Missouri.

La regione di Ozark è quindi un ambiente adattissimo ad ospitare storie appartenenti al filone “country noir”, una definizione coniata da Daniel Woodrell a proposito dei suoi romanzi. La quiete di West Table, apprendiamo subito, è un inganno. Anche i detective Wayne Hays e Roland West di True Detective avrebbero incontrato molte resistenze nel condurre le proprie indagini qui, nel lontano 1929, quando un’immane esplosione spazzò via una sala da ballo, l’Arbor Dance Hall, provocando la morte di quarantadue persone, quasi tutte giovani coppie accorse ad una festa.

La versione della cameriera presenta al lettore questo fattaccio, ispirato ad un evento reale occorso nella contea di Howell, Missouri, il 14 aprile 1928, quale centro nevralgico della trama. È un pretesto narrativo utilizzato con intelligenza da Woodrell per legare le vite dei protagonisti, molto diverse tra loro per provenienza, ceto e aspirazioni, ad un unico destino collettivo, simboleggiato da una strana lapide “lunga come due uomini e fitta di nomi cesellati”, piantata in memoria degli scomparsi nella tragedia e chiamata l’Angelo Nero. Alek, il narratore in prima persona, cede spesso l’onere della parola ad una voce onnisciente che compone i ritratti di alcune vittime casuali della sciagura e toglie la polvere da antiche vicende. La versione della cameriera è un romanzo corale poggiato sull’albero genealogico di un paio di famiglie, i DeGeer e i Dunahew, e appeso ai segreti inconfessabili di un uomo, Arthur Glencross.

Woodrell ci regala il quadro vivido di una comunità periferica, decentrata e distante culturalmente rispetto ai centri di potere, una realtà popolata da una porzione significativa di ceto medio impoverito, benestanti decaduti per la propria imperizia nel gestire patrimoni, e pullulante di ubriaconi, barboni, piccoli gangster, famiglie in miseria che rimandano al realismo documentario di Dorothea Lange e al gusto gotico degli scatti di Ralph Eugene Meatyard. Gente spesso abbruttita dai vizi e incastrata in una condizione di indigenza emendabile solo grazie a imprevisti colpi di fortuna. Risaltano, all’opposto, le possibilità economiche e gli agi di una frangia di ricchi notabili di provincia, prontissimi nel farsi lobby. Alma, la cameriera del titolo, analfabeta, madre di tre figli perennemente affamati, per un cinquant’anni donna di servizio in molte case del circondario, è assolutamente certa di conoscere il colpevole del misfatto. 

Lasciamo al lettore il piacere di scoprire la dinamica dei fatti, rivelata un trentennio più tardi con efficacia espressionistica dalla stessa Alma al nipote Alek nell’ultimo, bruciante (è proprio il caso di dirlo!) capitolo.

Arthur Glencross, il direttore della banca locale, circondato da un’aura di gloria e di riconoscenza per aver aiutato molti concittadini a superare il periodo della Grande Depressione con elargizioni e prestiti, è un uomo con troppi pesi sulla coscienza. La sua relazione proibita con Ruby, estroversa sorella di Alma dalla bellezza luminosa, è la pietra dello scandalo, una crepa che si insinua nell’architettura delle relazioni umane di West Table, probabile innesco del dramma pirotecnico di quella tragica notte. Glencross è un arrampicatore sociale, un uomo ingordo delle attenzioni della sua giovane musa spiantata. Per consumare l’adulterio, Glencross agisce all’ombra della facoltosa moglie ammalata di nervi. La donna, nonostante l’immobilità dovuta alle sofferenze fisiche, è consapevole di tutto. Il banchiere, nel chiuso di malandate alcove dove gli è possibile vivere un effimero sogno di trasgressione, perde la testa di fronte ai balletti osè di Ruby, salvo poi non sciogliere, pubblicamente, il nodo del tradimento, accettando così la comoda camicia di forza del perbenismo borghese. La regola della clandestinità favorisce una prima disgrazia, la morte di Maurice “Buster” Dunahew, alcolizzato redento, autista di Glencross e marito di Alma, cacciato di casa per le sue precedenti intemperanze con la bottiglia. La fine di Buster, abbandonato per ore, in agonia, tra le lamiere dell’auto di Glencross, è la tessera di un domino impazzito, l’emblema di un’ingiustizia, un seme del diavolo piantato nelle terra fino a generare un fiore di fuoco.

Eppure non è corretto parlare di responsabile al singolare, perché a West Table ognuno pare condividere una fetta, più o meno grande, di colpa. A partire dai Dunahew. Alma, che copre le frequentazioni della sorella e non supera il trauma della sua morte all’Arbor Dance Hall, sperimenta il male sotto forma di follia. James, primogenito di Buster e Alma, marchiato da un tentativo di vendetta omicida, si imbarca per i lidi di guerra dell’Estremo Oriente e non tornerà mai più. Sidney, secondogenito, incoccia in una malattia fatale.

A West Table si esaurisce la parabola di Freddy Poltz, già Walter “Plug” Reinemann, padrone dell’autorimessa sottostante la sala da ballo, ex criminale che non riesce a scrollarsi di dosso i fantasmi del passato e attira a sé una paradossale, crudele nemesi. Mae Poltz, benché ignara dei trascorsi non immacolati del marito, deve subire amare conseguenze, finanche da vedova, ed è quindi spinta, vox populi, verso un esilio forzato. La versione della cameriera è un brulicare di personaggi forgiati con mano ferma da Woodrell, molto preciso nel tratteggio dei comportamenti e dei rapporti umani. Corpi e volti restano scolpiti nella memoria, così come i luoghi, i sobborghi, gli interni appannati dall’indigenza e i saloni sfavillanti di sfarzo posticcio. Le storie sono trasfigurate nell’epica quotidiana di un continente condannato a cercare in ogni angolo sperduto di territorio il senso delle proprie radici. Woodrell scrive una controstoria americana dal sapore biblico. È uno scrittore istintivo, accostabile per il disegno narrativo complessivo e per la volontà di inventare mondi (La versione della cameriera è il primo episodio di una Serie di libri che verranno) ad altri autori del catalogo della pregevole NN Editore, James Anderson, Tom Drury e Brian Panowich.

Perdita, dolore, rimorso ed espiazione sono gli ingredienti morali de La versione della cameriera, elementi drammaturgicamente perfetti per avviare la traduzione del romanzo in altra forma espressiva… Un precedente testo di Woodrell, Un gelido inverno, è diventato un apprezzato film, girato nel 2010 da Debra Granik e pluripremiato nel circuito indipendente. Il ritmo sincopato, musicale, jazzato della sua scrittura, i salti temporali, le digressioni, la polifonia, la tendenza a immaginare quasi degli spin-off lungo il corso della trama, ne fanno un autore predisposto alla deviazione cinematografica o, come dicevamo in apertura, seriale. Da ultimo, occorre citare il bravissimo traduttore, Guido Calza, che in una nota di chiusura evidenzia l’antiminimalismo di Woodrell, controcorrente rispetto alle mode letterarie ed estraneo al ‘colloquialismo’ tipico di molta narrativa in circolazione. “L’ambientazione, l’ampio respiro temporale, la varietà di voci e circostanze si realizzano in una lingua mutevole, punteggiata di oscuri termini vernacolari”. La versione della cameriera è un’opera a colori, incisiva e musicale. Un romanzo “impetuoso e travolgente”, a detta di Sam Shepard. Difficile non accodarsi all’autorevole giudizio.

“Lui saltò un altro steccato e risalì Hill Street e il mondo dietro di lui si squarciò e volò in aria, e lui si girò verso il cielo infuocato da un getto arancione che saliva ondeggiando in una torre molto più alta dell’orizzonte, e si fermò, vide un edificio in frantumi schizzare in aria con la gente che volava giù, e restò lì incapace di muoversi, incapace di muoversi o distogliere lo sguardo, sentì le urla tremende, le grida, l’agonia della gente che arrostiva, e non passò un giorno o una notte in cui non le sentisse.”

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Salentino nato "per errore" a Como (anche per ammissione di chi lo conosce), si laurea in Filosofia a Milano, con una tesi sul concetto di guerra umanitaria. Vive a Bari con Mariluna. Adora il Mediterraneo, ama Lecce, Parigi e Roma. Sue passioni, a parte la buona tavola, sono la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Un tempo, troppo lontano, anche la politica. Suo obiettivo è difendere, e diffondere, la pratica della buona lettura. Recensisce i libri meritevoli di essere considerati tali, quelli che diventano Letteratura, con la L maiuscola, e che gli lasciano un segno. Alessandro scrive con regolarità su Zona di Disagio, il blog del poeta e critico Nicola Vacca, collabora con la rivista Satisfiction, anima il blog di economia e di politica Capethicalism, e scrive di serie TV su Stanze di Cinema.

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