Il sangue di Trilussa – Anadi Mishra

Titolo: Il sangue di Trilussa
Autore: Mishra Anadi
Data di pubbl.: 2015
Casa Editrice: Alcheringa Edizioni
Genere: Noir
Pagine: 288
Prezzo: 12,50

Sorniona, grottesca e beffarda è la Roma che, attraverso i suoi personaggi, Anadi Mishra affresca in questo suo esordio narrativo. Una “mamma” di strada, perfettamente bilanciata tra il lucido sguardo pasoliniano (Mamma Roma) e il ridanciano cinismo di Remo Remotti (Mamma Roma addio), sulla quale aleggia, ironico e baro, lo spirito relativista di Trilussa. E in effetti molti sono gli spunti che colgono i rapporti e i mutamenti, immortalati in istantanee dal gusto retrò, dei rapporti tra genitori e figli nel testo. L’autore riesce ad attivare la frizione generazionale, senza mai intervenire con giudizi di merito, innescando una serie di micce pronte a esplodere alla minima scintilla. Così, Il sangue di Trilussa si apre con una panoramica sui “grandi” che mostra, dal politico al corrotto, passando per il mafioso e il lobbysta, una pletora di caratteri devoti alla bulimia economico-politica, impegnata ad arraffare potere e ricchezza fatalmente a detrimento dei suoi “bamboccioni”.

Per contro, questi ultimi, oltre a dover interagire con genitori-coccodrillo, sono immanentemente costretti a giustificare la loro esistenza mostrando denti (per mordere o sorridere) o muscoli ipertrofici (per accoppiarsi o fare a botte). Difficile, a tale proposito, non ricordare alcuni versi dello stesso Trilussa: “Conterò poco, è vero:/ – diceva l’Uno ar Zero –/ ma tu che vali? Gnente: propio gnente./ Sia ne l’azzione come ner pensiero/ rimani un coso voto e inconcrudente./ Io, invece, se me metto a capofila/ de cinque zeri tale e quale a te,/ lo sai quanto divento?/ Centomila” (Nummeri). Con piglio trasversalmente sociologico, ognuno di questi zeri viene rappresentato, più che nella sua psicologia, nella sua inconsapevole recita carnevalesca (i personaggi hanno volutamente quella rigidità tipica della commedia dell’arte) del quotidiano, come un’invincibile armata Brancaleone.

Impossibile, d’altronde, sarebbe “privare Roma della sua anima: l’anima di un popolo che portava nella memoria genetica il senso della strada, della conquista e dell’orgoglio. Un popolo straniero e cosmopolita in casa propria”. Ecco, allora, sfilare il piromane di Smart, il musicista fallito, la bella e fragile attrice, il figliol prodigo, il “fattone”, il fascista e il comunista. E poi, ovviamente, anche il morto e l’assassino, con relativo corredo di investigatori, depistati dalla plateale assurdità del delitto: colposo o doloso?

Una freccia scoccata in pieno centro città colpisce a morte il giovane Valerio Tucci, durante un affollato sabato sera qualunque: “Il sapore del sangue e dei succhi gastrici gli inasprì la bocca, provò a gridare, non ci riuscì si guardò intorno e istintivamente si voltò lì, sulla scalinata di Trilussa, sesta fila. Lei lo vide, inginocchiato, con una freccia piantata nello stomaco e cominciò a scendere i gradini di corsa”. Disneyano compulsivo e musicista di livello (per gli appassionati, l’autore è stato per alcuni anni il percussionista dei Funkallisto), Mishra irretisce il lettore con una scrittura curata e polifonica che scandisce un ritmo crescente, adeguato all’impianto circolare dell’intreccio che, via via, si restringe a imbuto attorno allo scioglimento finale, rendendo Il sangue di Trilussa un noir sui generis, godibile e divertente.

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