Grandi riflessi – Steinbeck: Pian della Tortilla

John Steinbeck

 

Titolo: Pian della Tortilla

Autore: John Steinbeck

Prima edizione: 1935

Edizione usata per la recensione: Bompiani 2012 (XI)

Tradizionalmente, l’epica è un genere alto, che parla di nobili eroi che compiono grandi e magnanime imprese. Al limite, l’abbassamento del livello del contenuto, mentre si manteneva elevato lo stile, ha avuto esiti parodistici, come quelli divertentissimi del Don Chisciotte o del La secchia rapita. Forse, però, quel genere di epica necessita di grandi illusioni, di certezze che non ci appartengono, ed infatti è tramontata da secoli.
In fondo, quale epica più nobile esiste rispetto alla sopravvivenza?

Steinbeck, in questo che è fu il suo primo romanzo di successo, esplicitamente paragona le gesta di Danny e dei suoi amici a quelle dei cavalieri bretoni, “perché la casa di Danny fu simile alla Tavola Rotonda, e gli amici di Danny non furono dissimili dai Cavalieri di quella” (p. 5). Una bella audacia, visto che si tratta di un pugno di paisanos della più povera California, ubriaconi e sfaccendati. L’autore millanta addirittura un intento storico, in quanto la sua missione sarebbe fissare le imprese del gruppo prima che siano distorte dal mito (un processo che ammette essere già in atto), per evitare, ad esempio, che i tre galloni di vino bevuti in una certa festa diventino trenta per l’esagerazione popolare. Ci fosse stato qualcuno di altrettanto preciso nell’annotare le imprese di Orlando!
Eppure, sebbene il romanzo sia pervaso di sorridente ironia, non possiamo ridurlo a parodia: nel racconto c’è un’epica vera. Sotto la superficie poco presentabile, i protagonisti hanno un’alta dignità, benché vada considerata secondo i loro canoni.

Una menzione merita la traduzione: ancora oggi è pubblicata quella di Elio Vittorini del 1939. Una traduzione artistica e libera, non esente da qualche censura di stampo fascista: ad esempio, nel primo capitolo Danny insulta pesantemente dei pescatori siciliani, anche con toni razzisti, come “feccia dell’isola prigione” (“Scum from the prison island”); nella versione italiana tutto ciò si riduce ad un “Ohi”, ed in effetti poi non risulta così chiaro perché il protagonista si adiri al punto da essere arrestato. Tuttavia, nel complesso io trovo seducente questa traduzione, non solo per il suo valore estetico, ma anche perché la patina di lingua antica contribuisce ad accrescere la percezione di epicità, per noi lettori che abbiniamo istintivamente tale genere a parole datate, e per questo ci si trova bene a leggere “ubbriachi” in luogo di “ubriachi”

Ma l’epicità del racconto è ovviamente molto più profonda. Esiste, fra i paisanons, un codice d’onore preciso, che pone al vertice di tutto la lealtà verso l’amicizia, e ciò richiama senza dubbio i nobili cavalieri, così come pure la generosità ed il coraggio. Certo, mentre i rozzi medievali erano rigidamente inflessibili, i moderni paisanos hanno ragionevolezza ed una certa elasticità. Ad esempio, quando Danny vuole donare una scatola di canditi alla signora Morales, che vuole corteggiare, chiede agli amici pochi dollari in cambio dell’ospitalità nella sua casa. Gli amici sono dapprima indignati, poi recuperano il denaro e si dispongono a darlo al loro ospite. Tuttavia, considerano che i canditi fanno male ai denti, e quindi non sarebbe da veri amici fornire il denaro che porterebbe un danno (sicuri che, se Danny offrisse i canditi alla signora Morales, ne mangerebbe anche lui). Così, logicamente dedotta è la decisione di comprare un più sano bottiglione di vino da portare a Danny per berlo tutti assieme.
L’arte della parola, con la quale si trovano soluzioni a tutti i casi, anche ai più ingarbugliati (e si giustificano eticamente bevute o furtarelli) è decisamente uno degli aspetti più affascinanti del romanzo.
Ma i cavalieri hanno altri valori, oltre alla lealtà. Per cominciare, la religione cristiana. Essa accompagna anche i paisanos, che pure ne hanno una visione molto concreta: al problema se siano valide le Messe pagate con i soldi rubati, si risponde che come il cantiniere non bada a come sono stati procurati i soldi del vino, così Iddio non bada alla provenienza di quelli delle messe.

Tocchiamo però il cuore dell’epicità di Pian della Tortilla quando si parla di un nobile valore che è sempre stato imprescindibile per la cavalleria, come lo è anche per i paisanons di Steinbeck: l’assoluto rifiuto per il lavoro (a meno che non sia per assolvere un voto, e qui si ritorna alla religiosità: ma perfino i paladini per Iddio rinunciavano ad alcuni principi). Quando Danny chiede la pigione per i canditi da donare alla signora Morales, gli viene innanzi tutto proposto di andare a pulir gamberi per mezza giornata, ma egli oppone uno sdegnoso diniego: non sarebbe degno! Al rifiuto del lavoro, si affianca il timore verso gli effetti della ricchezza: tutta la vicenda s’innesca quando Danny eredita due case, e subito sente il peso della proprietà. Gli amici si preoccupano, perché “quando uno è povero pensa che se avesse mai del denaro lo dividerebbe coi suoi buoni amici. Ma appena il denaro arriva, la carità vola via”. Danny risponde che “quanto è mio è anche tuo” (p. 14), ma in realtà deve molto lottare – e dalla lotta non uscirà vivo – per non farsi ingabbiare dalle responsabilità che la proprietà implica.

Ecco la dimensione mitica della vicenda, se è vero che subiamo il fascino del mito quando parla di noi stessi. Certo, dietro la seducente narrazione, non è difficile scorgere una realtà aspra, di malattie e miseria, ma i personaggi appaiono ugualmente sereni, quanto noi oggi non potremo essere mai (quanto lontani sono i diseredati che lo stesso autore descriverà in Furore!). La società raccontata da Steinbeck ricorda quella che Rousseau identifica con l’età dell’oro, rovinata dall’avvento della proprietà privata, nel Discorso sull’origine dell’ineguaglianza fra gli uomini: tutti hanno poco, ma lo condividono in una sorta di comunismo naturale, privo del lavoro e della preoccupazione per il domani. Un mondo in cui l’amicizia non è corrotta da rivalità e invidie.

È un mondo fantastico e astorico, lo sappiamo bene, ma in fondo tutti lo portiamo dentro di noi: è il mondo mitico dell’adolescenza, anzi delle calde estati dell’adolescenza, colme di amicizie senza limiti, di avventure smodate ed eroiche nella loro inconsistenza, di imprese galanti, di discussioni oziose. In Pian della Tortilla, come in ogni epica, tutto ciò viene portato all’estremo e all’assoluto. Perché, prima della proprietà privata, era adolescente il mondo.

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  • http://normanpress.blogspot.it/ Norman

    Si accettano richieste per le prossime uscite? Restando a Steinbeck, mi piacerebbe “La valle dell’Eden” letto da Ciravegna. Cambiando autore e genere, Remarque: “Il cielo non ha preferenze”. L’unico libro per cui mi sbilanci ad esprimere una preferenza assoluta. Domandare è lecito… ma le scelte del recensore non si discutono!

  • Sara Bauducco

    Giriamo volentieri i suggerimenti. Sono i recensori a scegliere, vediamo cosa propongono per le prossime volte…

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