Grandi Riflessi: Mark Twain – Le avventure di Huckleberry Finn

Titolo: Le avventure di Huckleberry Finn
Autore: Mark Twain
Casa Editrice: Mondadori
Genere: Letteratura, letteratura americana
Traduttore: Franca Cavagnoli
Pagine: 355

“Tutta la letteratura moderna americana deriva da un libro di Mark Twain intitolato Huckleberry Finn. La scrittura americana arriva da lì. Non c’era mai stato niente del genere prima. E non c’è più stato più niente del genere dopo”. (Ernest Hemingway).

Se è vero che il dibattito sull’elezione del “grande romanzo americano” resta ancora aperto, con tanti pretendenti al titolo ma nessun vincitore certo, è altrettanto vero che pochi dubbi possono esistere sulle origini della narrativa moderna americana, così come ci ricorda Ernest Hemingway.

La letteratura americana per come la intendiamo noi, quella del viaggio e della scoperta, dei romanzi di formazione e della ricerca di un sé oltre la frontiera, geografica, sociale o psicologica che sia, nasce infatti con Mark Twain e con l’epopea picaresca del suo “Huck” Finn.

Pubblicato nel 1884, seguito ideale di Le avventure di Tom Sawyer, Huckleberry Finn è passato nell’immaginario collettivo come un pilastro della letteratura per l’infanzia. Una credenza che va subito smontata, dal momento che Le avventure di Huckleberry Finn non è un semplice libro per bambini. Anche se effettivamente parla di un bambino, e anche se esistono ormai decine di film per ragazzi e cartoni animati ispirati alla sua storia. Huckleberry Finn è infatti un libro sulla libertà. È un libro sul viaggio come vita, sullo scegliere di andare contro tutto quello che secondo la società dovremmo fare, pensare, essere.

A metà tra biografia e mito, Mark Twain si ispirò per la figura di Huckleberry Finn ad un bambino realmente esistito – Tom Blankenship – suo migliore amico d’infanzia e compagno di avventure. Tom viveva con la famiglia in una baracca ai bordi di Hannibal, Missouri, la cittadina sulle rive del Mississippi dove Mark Twain (allora ancora Samuel Clemens) era cresciuto. Un outsider a tutti gli effetti, che non andava a scuola, non lavorava, passava le giornate a pescare o a cacciare scoiattoli nei boschi, lontano da tutti i doveri e le regole a cui erano costretti a sottostare gli altri, bambini o adulti che fossero.

Nel libro Tom Blankenship diventa così Huckleberry Finn, un ragazzino senza mamma, con un padre vagabondo, violento e alcolizzato. Huck non ha paura di (quasi) niente, fuma, dice le parolacce, è un fannullone che fa solo quello che gli va.

“Me ne stavo all’aria tutto il giorno, felice e contento, fumavo e pescavo e non studiavo mai. Così sono passati un paio di mesi e i miei vestiti sono tornati gli stracci sozzi di sempre, e io non riuscivo più a capire come mai m’era piaciuto dalla vedova, dove bisognava lavarsi, mangiare nel piatto, pettinarsi, andare a letto e alzarsi regolare e starsene sempre con un libro in mano con Miss Watson che rompeva tutto il tempo. Non volevo più tornarci. Avevo smesso di dire parolacce perché alla vedova non gli piaceva, ma adesso avevo ricominciato perché papà non aveva niente in contrario. Lassù nei boschi, tutto sommato, me la spassavo proprio.”

Ma Huck è anche un ragazzino ricchissimo, perché insieme al suo migliore amico Tom Sawyer ha scoperto un tesoro. Un tesoro che però, proprio se hai un padre vagabondo, violento e alcolizzato, può diventare un grosso guaio. Allora conviene sbarazzarsene, scappare dalla casa della vedova Douglas, che ti ha preso sotto la sua ala protettrice e vuole “civilizzarti” mandandoti a scuola e insegnandoti la Bibbia, fingerti morto ammazzato e sparire dal mondo degli adulti. Navigare per  1800 km lungo il Mississippi con Jim, uno schiavo in fuga dalla padrona che vuole venderlo, e vivere insieme le più incredibili avventure.

Se Tom Sawyer è un semplice monello, Huckleberry Finn è invece un eroe picaresco: rifiuta la società, se ne allontana volontariamente, sceglie fino all’ultima riga del romanzo di essere al comando della sua vita e della sua coscienza, lontano dalle convinzioni ottuse del resto della città. Gli adulti in Huckleberry Finn sono sempre personaggi negativi: bigotti o debosciati, avidi o fannulloni, pedanti o irresponsabili, noiosi o inaffidabili. L’unica eccezione, ed è qui la grandezza del libro, è Jim. Lo schiavo, il negro, quello che la società bianca e benpensante non considera un essere umano, è l’unico vero Uomo del romanzo. Il solo di cui Huck si possa fidare, che possa chiamare amico.

Huck e Jim, un orfano vagabondo e uno schiavo in fuga, che si interrogano sulle stelle e sull’esistenza di Dio. Due scarti della società che ancora oggi ci insegnano cosa voglia dire essere uomini liberi.

“Certe volte avevamo il fiume tutte per noi per un sacco di tempo. Lontano c’erano le rive e le isole, e certe volte una scintilla, cioè una candela dietro i vetri della finestra di una casa, e certe volte anche sull’acqua si vedeva una scintilla, su una zattera o una chiatta, e magari si sentiva un violino o una canzone. È bello vivere su una zattera. Il cielo, lassù, era tutto tempestato di stelle, e noi ci sdraiavamo sulla schiena a guardarle e discutevamo se le aveva fatte qualcuno o se erano capitate lì per caso: Jim pensava che le aveva fatte qualcuno, io invece che erano capitate lì per caso – ci voleva troppo tempo per fare tutte quelle stelle. Jim ha detto che forse le aveva covate la luna, e a me mi sembrava sensato, così non ho detto niente anche perché avevo visto una rana covare altrettanti ranocchi e perciò era possibile. Guardavamo anche le stelle cadenti e le scie che si lasciavano dietro. Jim diceva che erano guaste e così le buttavano fuori dal nido.”

Edizione utilizzata per la recensione: Le avventure di Huckleberry Finn, Mark Twain (Mondadori, 2012), traduzione di Franca Cavagnoli.

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