Grandi Riflessi – Kafka: Lettera al padre

Franz Kafka

 

Titolo: Lettera al padre

Autore :Franz Kafka

Prima edizione : 1952

Edizione  di riferimento per la recensione : Feltrinelli, 2003 (traduzione di Claudio Groff )

E’ alla fine del 1919, già colpito dalla malattia che lo porterà alla morte , che Franz Kafka scrive Lettera al padre definita da molti un vero e proprio atto d’accusa nei confronti del genitore al quale lo scritto non giungerà mai.  Insieme ai Diari e alle altre lettere , quest’opera è un documento estremamente interessante  per comprendere la  psicologia dello scrittore attraverso la visione che egli ha di se stesso.  Kafka descrive il padre come una figura autoritaria ed ingombrante, incarnazione di tutto ciò che richiedeva la società  dell’epoca (borghesia intellettuale ebraica di lingua tedesca ma boema) e che l’autore non poteva essere. La sola presenza fisica del genitore è sufficiente a suscitare in lui una sensazione di disagio e inadeguatezza: “ Ricordo, ad esempio, quando ci spogliavamo nella stessa cabina. Io magro, debole, sottile, tu forte ,alto, imponente. Anche dentro la cabina mi facevo pena, non solo davanti a te, ma davanti al mondo intero, perché tu eri per me la misura di tutte le cose” (pag.15).

Nella lettera si alternano vere e proprie accuse ai metodi  educativi  ed al modo d’essere del genitore a rettifiche e precisazioni nelle quali Kafka  si difende da eventuali  obiezioni che immagina sollevate dal genitore durante la lettura.  L’autore sottolinea  come non gli stia addossando la colpa di ciò che è diventato ma gli riconosca una rilevante influenza sulla sua formazione umana: “…probabilmente sarei diventato comunque un uomo poco socievole e ansioso, ma da questo al punto in cui sono realmente arrivato il percorso è ben più lungo e oscuro” (pag.43).  La descrizione che dà poi di sé è quella di un uomo logorato da due stati d’animo, ansia e senso di colpa, dai quali cerca di fuggire rintanandosi in una “gelida indifferenza”  preoccupato unicamente dalla sua “ sopravvivenza spirituale” (pag.51).

Filo rosso dell’ intera lettera sono le “etichette negative”  che si attribuisce l’autore e che sono talmente radicate in lui da fargli  perdere  la capacità di un giudizio realmente positivo ed obiettivo su di sé  e da fargli provare solo insoddisfazione e sconforto riguardo al suo talento artistico: “profonda come la diffidenza che nutro verso me stesso, inculcatami da te” (pag.70) . Kafka cerca di sottrarsi più volte all’influenza paterna convinto di avere ancora una possibilità di diventare diverso, di riscattarsi  avendo visto la trasformazione operatasi nella sorella Elli che si “salva” con il matrimonio  passando da “goffa, pigra, paurosa, annoiata, piena di sensi di colpa, maligna, infingarda ” ad “allegra, spensierata, coraggiosa, generosa, disinteressata, ottimista” (pg.38) ma non vi riesce, probabilmente anche perché è lui stesso a non volerlo o a non crederci sinceramente e anche perché ciò che l’autore rifiuta non è solo il padre, ma l’intera società del tempo verso cui  non si pone in un atteggiamento di dialettica ma da cui si ritira sentendosi da questa sempre escluso.

Nello scritto Kafka si sofferma in particolare su tre tentativi tutti falliti: l’ebraismo attraverso il quale cerca anche di stringere un rapporto più stretto con il padre; la scelta professionale in cui l’autore amplia la ricostruzione che fa di sé e lamenta il fatto che gli sia stata lasciata libertà di scelta quando ormai non era più capace di utilizzarla poiché minato da una profonda insicurezza: “non ero sicuro di nulla e ad ogni istante  avevo bisogno di una nuova conferma della mia esistenza, e poiché nulla era in mio possesso, un possesso certo, assoluto, inequivocabilmente determinato da me solo” (pag.52). Si definisce uno studente poco brillante, “ ho studiato poco e non ho imparato nulla” (pag.51), ed in seguito un impiegato con uno scarso rendimento ed è proprio su questo giudizio che si può trovare un riscontro circa la distorta visione che ha di se stesso. Si legge infatti su di lui in ambiente di lavoro: “instancabile, diligente e ambizioso, eccellente utilizzazione, il dottor Kafka è un lavoratore molto zelante, di non comune talento e straordinariamente ligio al dovere” . Ultimo tentativo di cui scrive è quello dei due propositi matrimoniali falliti del cui fallimento si addossa la colpa poiché è lui che si sente inadatto alla vita coniugale, in quanto carente delle qualità sia positive sia negative, necessarie per sposarsi che vede invece incarnate dal padre.

Leggendo quest’ opera si percepisce il forte desiderio di Kafka di essere semplicemente compreso e di divenire finalmente “un figlio libero, riconoscente, incolpevole, sincero” con un padre “ rasserenato, non dispotico, comprensivo, soddisfatto” (pag.65).  L’unica mezza salvezza Kafka la trova nella scrittura che sente osteggiata del genitore come lo era stato nell’età precedente il suo amore per la lettura. “Nei miei scritti parlavo di te , vi esprimevo quanto non riuscivo a sfogare sul tuo cuore, era un congedo da te volutamente dilazionato , un congedo che avevi messo in moto tu , ma che si dipanava lungo un percorso stabilito da me” (pag.50).  Lettera al padre è un’opera che ci consente di penetrare nell’animo di questo tormentato scrittore praghese e di conoscere l’uomo Kafka e grazie a questo di accostarci con maggiore consapevolezza alla lettura dei suoi romanzi.   

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