De Gregori a Mantova

Uno degli incontri più attesi di Festivaletteratura 2016 ha visto protagonista nella mattinata di sabato Francesco De Gregori, ospite di un affollato cortile di Palazzo Ducale il cui pubblico, diverse centinaia di persone, era in fila all’ingresso già un’ora prima dell’incontro.
A conversare con il cantautore romano era presente il giornalista Antonio Gnoli, autore insieme a De Gregori del libro Passo d’uomo edito da Laterza, presentato durante l’incontro condotto da Stefano Salis. “Il titolo è lo stesso di un mio brano, ho voluto chiamare così questo libro perché la vita va affrontata con mezzi umani, accettando i propri limiti e confrontandosi con gli altri, consapevoli dell’impossibilità di essere perfetti” ha spiegato l’autore.
Frutto di una serie di lunghe conversazioni svoltesi, come racconta lo stesso De Gregori, un po’ a casa di uno, un po’ a casa dell’altro, ma soprattutto in viaggio durante la tournée del musicista, il libro non è una biografia propriamente detta, quanto, piuttosto, una raccolta di riflessioni sui temi più disparati, dalla storia alla politica, senza ovviamente tralasciare la musica. Ma ampio spazio è dedicato soprattutto alla letteratura, “perché ci siamo accorti che spesso per spiegare meglio un concetto facevamo entrambi riferimenti letterari, e ci capivamo al volo”.
Fu lo stesso De Gregori a indicare come sua controparte Antonio Gnoli, dopo che l’editore Laterza gli aveva proposto un libro-intervista: e il giornalista ha rivelato di aver avuto alcuni timori all’inizio. “Pensavo fosse un interlocutore difficile, anche perché avevo capito che si sarebbe trattato di un libro sulle sue canzoni e non mi ritenevo all’altezza. Invece la cosa che più mi è piaciuta dei nostri incontri è stata l’assoluta libertà che ci siamo regalati: ogni volta sceglievamo di cosa parlare senza schemi rigidi, e quasi sempre dall’idea iniziale si finiva subito  parlare d’altro.”
Non pensate tuttavia che sia stato tutto rose e fiori: a quanto pare ci sono stati anche momenti di confronto e addirittura di aperto contrasto, uno dei quali, raccontano i due protagonisti, è stato sul concetto di Arte. “Per me – ha spiegato De Gregori – l’Arte deve colpire senza troppe mediazioni culturali, dev’essere diretta, immediata. Quando guardo la Gioconda, o Guernica, cerco di dimenticare l’apparato culturale che sta loro intorno, voglio solo essere colpito dall’emozione, anzi molto spesso preferirei non sapere niente del quadro che sto guardando. Il bello di quando ho detto a Gnoli questa cosa è che lui non si è limitato a trascrivere la mia risposta, anzi ha cercato quasi di convincermi della sua tesi, ha instaurato un dialogo e un confronto attivo.”
Inevitabile, parlando di un libro durante un festival di letteratura, che si finisca a parlare di letture personali, e si scopre così un De Gregori schietto e onesto nell’ammettere che se un libro non gli piace, non ne porta a termine la lettura, come gli è capitato con “Cent’anni di solitudine” di Marquez. D’altro canto, però, ci stupisce affermando che le prime pagine di “Il Castello” di Kafka, uno scrittore cupo e angosciante ai più, gli dona un gran senso di pace e di oblio: “è il bello di un libro, che ognuno ne trae qualcosa di personale, perché l’emozione non ha regole.” E arricchisce l’incontro con una lettura di un brano tratto dal finale di “Moby Dick”, libro a lui molto gradito.
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