A tu per tu con…Sandrone Dazieri

«A Colomba ne sono successe tante, ma adesso è una persona migliore anche perché la vita è stata dura con lei. Credo sia un percorso necessario: diventare qualcos’altro è un processo doloroso».

Il secondo “capitolo” della trilogia iniziata con “Uccidi il padre” si intitola “L’Angelo”, è uscito il mese scorso pubblicato di Mondadori, e a parlarne è il suo autore, Sandrone Dazieri. Che in questo thriller emozionante e al cardiopalma, dove la morte arriva fin dalle prime pagine nella stazione di Roma Termini a mezzanotte meno dieci a bordo di un treno alta velocità partito da Milano, ci fa ritrovare la poliziotta Colomba Caselli e l’esperto di persone scomparse Dante Torre. «La cui identità – spiega Dazieri riferendosi proprio a quest’ultimo personaggio – è il filo portante della trilogia». E aggiunge: «Tutti i personaggi si modificano, li vedi cambiare da quello che sono nel libro precedente. Colomba qui torna in servizio e si rende conto che non è più adatta a un lavoro dove deve obbedire alle gerarchie e si fa domande che non si dovrebbe fare, non gliene frega più niente delle gerarchie: è successo un attentato, in questo momento post-traumatico vede il mondo che ha sfumature, ha conosciuto Dante. La rottura, il trauma avuto l’hanno portata a vedere le cose in maniera diversa».

Personaggio, come Dante, come quel Santo Denti di “È stato un attimo”, come il Gorilla, scissi. «Con questi personaggi mi sento più a mio agio – ammette lo scrittore -: penso che personaggi feriti, con traumi, hanno la possibilità di vedere quelle cose che noi non notiamo più. I miei personaggi hanno sempre queste fratture, queste ferite che li portano a vedere le cose con maggiore sensibilità».

Perché la domanda, in questo thriller, non è chi è l’assassino, ma perché è successo quello che è successo. «Voglio che i lettori diventino i personaggi, li butto nella situazione. Perché mi piacciono i personaggi veri, che ci accompagnano. E la cosa che cerco di fare è questa: chiedermi come reagiranno i personaggi di fronte all’accaduto, agli avvenimenti».

E in questo “L’angelo” ancora una volta Dazieri lascia con il fiato sospeso, ad attendere il terzo libro, verso il quale questo secondo è un passaggio, per capire chi ritroveremo e come lo ritroveremo, per sapere dove saranno i personaggi, che cosa sarà loro accaduto, che cosa gli avranno fatto. E, appunto, come si saranno modificati a fronte di quanto hanno vissuto.

In una “serialità” che non è ripetere un modello precostituito, ma entrare nella storia. «Non mi piacciono le storie uguali – sottolinea ancora Dazieri -: faccio un viaggio in un mondo che devo scoprire strada facendo, mi devo emozionare. La sceneggiatura tv ha un suo format veloce: il romanzo è una sorpresa, ha un grado di complessità maggiore. Io sono un giallista, creo un thriller: non cerco di raccontare la cronaca, ma la mia visione del mondo».

Non nasconde di tagliare anche pezzi di storia, scrivendola. Azione che, gli si fa notare, di solito fa soffrire sempre uno scrittore. E allora gli si chiede secondo quali criteri sceglie che cosa eliminare di quanto già scritto. «Per una questione di ritmo – risponde -. Alcune cose sono belle scene, ma rileggendole a mente fresca capisco che non servono, interrompono il percorso. Il ritmo della scrittura lo trovi man mano che vai avanti, il flusso non è immediato. Ma quando lo trovi, scrivi molto meglio, sei nella testa del lettore.

Non bisogna mai innamorarsi delle proprie cose, io non ho mai avuto problemi a tagliare. E poi, ciò che taglio posso utilizzarlo da altre parti».

Basta non interrompere quel ritmo. E non solo. «Io mi sento libero di inventare il mio universo. L’importante è restarci coerente».

 

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Prendete racconti per bambini e ragazzi, unitevi romanzi gialli, shakerate ed ecco che salto fuori io: letteratura per ragazzi e thriller sono passioni che mi accompagnano da sempre, insieme comunque alla condivisione del decalogo di Daniel Pennac con i suoi dieci imprescrittibili diritti del lettore. Che prevedono anche quello di “leggere qualsiasi cosa”, pur avendo una spiccata passione per quanto enunciato in apertura di presentazione. Pensando in ogni caso che nelle pagine, non sempre, ma in molti, moltissimi casi, uno scrittore ci sta donando qualcosa di profondamente suo: non per forza un ricordo, ma anche solo un modo di esprimersi, un ritmo narrativo, e ogni volta una creazione. E dunque una forza che va almeno conosciuta. Se poi questa forza avvolge fin da piccoli e aiuta a diventare lettori, oppure dissemina le pagine di indizi che trascinano chi legge in un’inchiesta al cardiopalma… allora conoscerla mi piace ancora di più.

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