A tu per tu con… Kevin Brooks

image1Nato e cresciuto a Exeter, Kevin Brooks è uno dei più apprezzati scrittori inglesi di libri per adolescenti, e dal 2014 il suo nome ha varcato i confini della Gran Bretagna ed è passato di bocca in bocca nel settore editoriale internazionale grazie alla conquista della Carnegie Medal, il più prestigioso riconoscimento nel settore della letteratura per ragazzi, con il suo ultimo romanzo “Bunker Diary”, cruda cronaca di una prigionia registrata in prima persona dal giovane Linus, sedici anni, precipitato nel giro di una notte dalla vita di strada ad un sotterraneo oscuro insieme a quattro adulti e una bambina di nove anni. Tra i protagonisti degli incontri di Blurandevù del Festivaletteratura di Mantova, durante i quali alcuni scrittori sono stati intervistati dai giovanissimi volontari del Festival, Brooks ha fatto due chiacchiere anche con noi, rivelandosi da subito una persona squisita ed estremamente disponibile.

Grazie alla Carnegie Medal di cui è stato insignito l’anno scorso il suo libro è stato scoperto anche in Italia: ha percepito delle differenze tra l’accoglienza di “Bunker Diary” in Italia rispetto al suo paese?

In realtà così come in tutti i paesi in cui è stato pubblicato il libro anche in Italia si è scatenato un forte dibattimento. Molti dei feedback che ho ricevuto erano estremamente positivi, specialmente da parte dei giovani, ma ci sono state un paio di recensioni molto negative nel Regno Unito che mi hanno deluso: le avevo comunque messe in conto in realtà dato l’argomento, ma ci si rimane comunque male, e sfortunatamente sono diventate più conosciute rispetto a quelle buone. Alcuni giornali sono diventati anche piuttosto offensivi, e dicevano che il mio libro non era affatto buono, il che è assai deludente, perché io penso che sia davvero un buon libro: ma queste sono cose che ti devi aspettare quando scrivi un libro, non può piacere a tutti. Tuttavia il dibattito che si è creato intorno a “Bunker Diary” ha coinvolto un gran numero di persone, portandolo a conoscenza anche di persone che prima lo ignoravano: finché crea una reazione questa è la cosa più importante, e anche le reazioni negative sono pur sempre migliori dell’essere completamente ignorato.

Quello che suona molto strano è che le reazioni negative sono giunte più che altro da persone adulte, ma questo è pur sempre un libro per adolescenti: come hanno reagito loro?

Per la maggior parte, decisamente molto bene. Alcuni l’hanno trovato piuttosto disturbante, inquietante e spaventoso, ma va bene: è comunque un libro che racconta un’esperienza terribile. Le reazioni degli adolescenti sono state molto oneste, non sono state influenzate, e mi piace, va bene. In tutti i miei libri le certezze sono messe in dubbio, e per quanto molti dicano che non è la cosa giusta da fare con i ragazzi io invece sostengo che va bene, perché passando molto tempo con loro mi sono reso conto che non hanno assolutamente alcun problema a confrontarsi con realtà diverse, anche se queste sono “fastidiose”. Erano molto felici di parlare di cose così oscure e disperate, amano parlare di ogni aspetto della vita che sia buono o cattivo, bellissimo o orribile. Quello che ha messo in difficoltà molti di loro in realtà è stato il finale, perché di solito i miei libri hanno un finale chiuso, mentre questa volta non è definito, e quando i ragazzi si trovano davanti ad un finale aperto non ci sono abituati. Tuttavia, è proprio questo finale che fa rimanere il libro in mente al lettore, ed è tutto quello che importa, che il libro continui a parlare al lettore. Ho ricevuto anche molte lettere in cui mi veniva chiesto “cosa significa?”, o “cosa simboleggia?”, ma in ogni mio libro, ogni parte significa quello che tu vuoi che significhi: qualsiasi cosa tu veda, senta o percepisca in un libro, è quello che significa per te, perché è tuo.

Forse la questione principale è che a bambini e ragazzi raccontiamo solo favole, ma la vita è fatta anche di cose brutte a cui forse non vengono preparati: pensa che scrivere un libro come “Bunker Diary”, in cui devono confrontarsi con la violenza, con la tortura fisica e psicologica, con il male “gratuito” possa metterli in guardia sulla vita reale di tutti i giorni, che non è solo positiva?bunker diary

Sì, io penso che i ragazzi debbano essere preparati a questa vita, che imparino che il mondo possa effettivamente essere un luogo terribile e pericoloso. Conoscere anche il male aiuta ad imparare a evitarlo: i libri fanno vivere esperienze che probabilmente non si vivranno mai nella vita reale, ma attraverso queste esperienze “virtuali” aiutano i lettori a crescere e a prendere consapevolezza nei confronti di ciò che sta loro intorno. Quando io ero piccolo, intorno ai 10-12 anni, durante le vacanze ero sempre in giro con i miei amici e non tornavo a casa finché non faceva buio: i miei genitori non sapevano dove fossi, ma non è mai stato un problema. A volte eravamo ovviamente spaventati, ma era un ottimo modo di crescere perché affrontavamo da soli il mondo esterno: è questa la cosa fondamentale, perché non importa quanto attento e protettivo sei come genitore, prima o poi arriverà il momento in cui tuo figlio dovrà andare per la sua strada, e avrà bisogno di riconoscere i pericoli prima che sia troppo tardi.

Tra l’altro di questi tempi viviamo un po’ un paradosso, perché attraverso la televisione i bambini sono costantemente a contatto con violenza, sesso e altre cose cattive, ma lì sembra quasi tutto “normale”: ci sono programmi vietati a spettatori al di sotto di una certa età, ma se uno non gira canale li vede lo stesso. Il tuo libro invece ha destato grande scalpore: pensi che sia la dimostrazione che la parola scritta ha molto più potere rispetto a una televisione che mostra tutto ma non viene percepita come reale?

Esattamente! Penso che la differenza principale tra il mio libro e un film o un videogioco è che quello che si trova lì, semplicemente, non è vero. Quella è tutta violenza favolistica, inventata, completamente diversa da quella realistica: quindi quando io scrivo la violenza, la rendo il più possibile vicina alla realtà. E’ una cosa orribile, disgustosa e terribile, e penso che sia questo il motivo per cui tanta gente ne rimane sconvolta, ma penso che sia semplicemente perché è la realtà. Trovo che sia molto più efficace leggere un libro reale e profondo, piuttosto che guardare un film di James Bond dove è palese che è tutta una finzione, se sparano io che sto guardando il film so che non sparano davvero e che l’attore, finito di girare la scena, si rialzerà sano come prima. Quindi sì, penso che i libri abbiano più potere, il che è un’ottima cosa. Mi ha sopreso notare come molti giovani non vengano più sorpresi o sconvolti dalla violenza nelle serie tv o nel cinema, dove vengono rappresentate cose terribili, ma vengono guardate quasi con tranquillità; ma quando le stesse cose vengono lette in un libro, hanno un impatto molto più forte sui ragazzi, e non viene più ignorato.

Nel libro sono presenti diversi personaggi, ma ha scelto di raccontare la storia dal punto di vista di Linus, ovvero il più piccolo di loro: secondo me è proprio questo che rende il finale più forte, perché il lettore vive in prima persona lo “spegnersi” progressivo di Linus pagina dopo pagina, e subisce un impatto molto più forte che leggendo la storia da esterno. Tuttavia pur essendo il più giovane Linus si dimostra quasi il più maturo, in quanto decide di affrontare la situazione facendo il possibile per tenere vivo il suo senso di umanità. E’ il suo messaggio per i giovani lettori, una sorta di invito a cercare di essere adulti?

No, non è un messaggio, non volontario almeno. Molti libri vengono scritti con l’idea di passare qualcosa, ma io non ero molto consapevole di cosa stessi scrivendo. E’ stata una cosa inconscia, a volte le cose escono e basta, e solo successivamente ti accorgi che hai seminato dei messaggi all’interno del tuo libro. è stato proprio durante un’intervista che mi hanno fatto notare i due lati di Linus, quello infantile e quello adulto, ed è stata quella la prima volta in cui ho effettivamente realizzato che quella era una caratteristica del mio personaggio. Penso che i giovani si accorgano di queste cose più facilmente, perché hanno una mente ancora fresca, poco contaminata. Mi ci è voluto molto tempo per far pubblicare il libro: l’ho scritto molto tempo fa, ma nessuno voleva pubblicarlo perché era un libro che non dava speranza, e mi dicevano che non si può pubblicare un libro per bambini che non dava speranza. Io non ero d’accordo con loro, perché penso che ci fosse speranza nella maniera in cui Linus cerca di aiutare Jenny, e la loro relazione. Sai che sono condannati, perché capisci che la realtà è quella: vivono in quella prigione, e sai che moriranno, quella è la realtà ed è quello che succederà, ma quello che dà speranza è che, in quel frangente di tempo, cerchi semplicemente di fare del tuo meglio. Qualsiasi sia la situazione in cui potrai trovarti, puoi sempre cercare di essere una brava persona, che non vuol dire necessariamente che non farai mai errori, ma di base, semplicemente, cerchi di essere quello che tu pensi di dover essere. Per questo a mio modo trovo che Linus possa essere considerato un eroe.

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Laureata in Scienze dei Beni Culturali, giornalista pubblicista, da sempre grande lettrice: a sei anni prima ancora di andare a scuola grazie alla nonna sapevo già leggere e scrivere, a 8 anni ho scritto il mio primo racconto su un mago che perde il suo libro di incantesimi. Spero un giorno di vedere sugli scaffali il mio libro, nel frattempo cerco di imparare dagli altri il più possibile e spero di consigliare i nostri lettori condividendo con loro le mie sensazioni.

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