A tu per tu con… Jørgen Brekke

Dopo la pubblicazione del suo romanzo “La biblioteca dell’anatomista”, uscito in Italia il 29 marzo, gli amanti dei libri hanno deciso di intervistare l’autore, ponendogli cinque domande alle quali lui ha risposto con piacere.

Signor Brekke, il suo libro non ha nulla a che fare con il tipico thriller scandinavo: ha un ritmo piuttosto veloce e molti personaggi. Da dove le arriva questa idea?

Questa è una buona domanda. Mi piace leggere i nostri thriller scandinavi, ma quando ho iniziato a scrivere il mio libro volevo davvero creare uno stile che fosse ispirato da qualcosa di più che i thriller locali. Ho sempre letto molti libri americani. Penso che il mio libro sia ispirato dalla tradizione locale della satira americana (Joseph Heller, Kurt Vonnegut), la tradizionale meta-fiction (Paul Auster) e, naturalmente, i romanzi gialli e horror americani fino ad Edgar Allan Poe. Volevo che il mio romanzo fosse un libro sui libri e un thriller sui thriller, ma allo stesso tempo, che stesse in piedi anche da solo come una storia di suspense.

Il diario di Johannes esiste davvero?

Mi dispiace dire di no. Il diario è finto, ma ho fatto del mio meglio per farlo apparire come reale. Se il romanzo pensa che sia un libro reale, penso di aver fatto un buon lavoro. Ho deciso subito che di impostare la mia storia su uno sfondo storico che fosse autentico, ma fittizio. Si trovano davvero poche figure storiche nella mia storia,come ad esempio Alessandro Benedetti, ma i protagonisti sono tutti un prodotto della mia immaginazione. Penso che sia una delle cose che rendono la mia scrittura differente da, ad esempio, quella di Dan Brown.

Personalmente penso che la collaborazione tra Stati Uniti e Norvegia sia un’ottima idea. E’ stato difficile scrivere un libro i cui protagonisti vivono in due paesi così diversi e lontani tra loro?

C’erano diversi motivi per le diverse ambientazioni del libro. Prima di tutto, ciò di cui ho già parlato. Il romanzo è ispirato sia dalla letteratura americana sia da quella scandinava.Ma, in concreto, volevo avere due diverse scene del crimine separate da una distanza piuttosto grande e, dato che Edgar Allan Poe è importante nella mia storia, l’Edgar Allan Poe Museum di Richmond, in Virginia era una location perfetta per il secondo omicidio. Fortunatamente sono stato al museo qualche anno fa. Quando ero giovane ho vissuto per un anno in uno degli stati vicini alla Virginia, il Kentucky. Lì ho imparato qualcosa a proposito della cultura prima di imparare a scrivere e questo mi ha aiutato. Penso che un misto della cultura americana e di quella scandinava nel libro faccia un buon contrasto. E’ stato interessante da scrivere e, almeno secondo me, ha arricchito la storia.

Nel libro ci sono molte descrizioni dei diversi usi della pergamena. Ha studiato molto per apprendere tutte queste antiche tecniche?

Devo ammettere che ho scritto un libro su argomenti che mi interessavano da parecchio tempo. Questo ha reso le ricerche per il romanzo più facili e piacevoli. Quando sono arrivato ai diversi utilizzi della pergamena ho avuto un ottimo aiuto da un mio amico rilegatore.

C’è qualcosa di autobiografico in qualcuno dei suoi personaggi?

Sì, penso ci sia qualcosa di me in molti dei miei personaggi, non in uno solo. Sento di essere un poco simile alla guardia di sicurezza Jon Vatten prima che la tragedia lo colpisse, facendolo diventare un uomo depresso e solitario. Condivido anche il senso del dark-humor di Felicia Stone e la memoria corta di Odd Singsacker. In qualche modo posso dire che i miei personaggi lasciano una traccia di briciole di pane lungo tutta la trama.

Leggi anche la recensione de “La biblioteca dell’anatomista”

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