A tu per tu con… Dacia Maraini

Abbiamo intervistato per voi Dacia Maraini, ospite del Circolo dei lettori di Torino in occasione dello spettacolo L’amore rubato andato in scena al Teatro Carignano il 19 ottobre scorso. L’incontro con la giornalista Alessandra Comazzi e il direttore del Circolo Antonella Parigi si è concentrato su temi fondamentali per la nostra società: la violenza sulle donne, il femminicidio, il riscatto e la ribellione ai soprusi subiti.

Cosa pensa di termini come “femminicidio” e “omicidio passionale”?

Sono delle parole un po’ ambigue, sopratutto “omicidio passionale” perché fa pensare ad una persona che commette un fatto gravissimo preso da una grande passione, come se fosse giustificabile in qualche maniera. Qui, invece, ci sono dei delitti che riguardano il potere in famiglia e il potere di controllo: omicidi che sono spesso preparati e premeditati. Molti di questi sono addirittura enunciati da minacce continue: ci sono anche donne che denunciano varie volte le angherie subite ma poi, alla fine, finiscono uccise. Come ricordato dal giornalista (presente all’incontro, n.d.r), noi siamo un po’ indietro rispetto al racconto di questi omicidi; forse non abbiamo tempo, forse dobbiamo correre. Il linguaggio però si mette spesso dalla parte del torturatore o dell’assassino e non della vittima che viene presto dimenticata anche linguisticamente.

Come si parla ai giovani d’oggi di questo problema?

Raccontando le storie e, come detto spesso oggi, portando testimonianze dirette. Siccome nei giornali tutto diventa vittima di un tritacarne, bisogna far parlare le persone. Far entrare dentro una storia, secondo me, suscita nei ragazzi una grande indignazione.

Durante l’incontro ha parlato di un tema molto interessante, ossia il fatto che oggi non viviamo una guerra di sessi ma una guerra di culture. Può spiegarcelo?

Io ci credo profondamente. Non credo, invece, che le differenze tra uomini e donne siano spiegabili con la biologia e con la natura perché, per l’appunto, quando si comincia a parlare di biologia e di natura si va a sfociare nel razzismo. Le differenze sono sempre culturali. Non esiste una razza di uomini violenti e una razza di donne vittime ma esiste una cultura, a cui partecipano sia uomini che donne, che si riferisce ad un antico modo di vedere la famiglia e l’amore come proprietà, come possesso, come dominio, come controllo. Quegli uomini lì, che sono per me anche i più deboli perché non riescono a capire o ad accettare il cambiamento, sono poi quelli che diventano carnefici perché gli crolla addosso tutto. Nel momento in cui una donna dice “io non ti amo più, me ne vado”, invece di dire “va beh.. soffrirò ma poi passerà”, vengono travolti dal mondo intero e viene fuori in loro una tale disperazione che a volte uccidono la donna che dicono di amare e poi uccidono anche se stessi. Perciò per me è una guerra tra culture, non fra i sessi. Ed è pericolosissimo pensare che sia il contrario. Gli uomini e le donne insieme devono combattere quella cultura arcaica del possesso e dell’idea che siccome “io l’amo è mia e per questo la devo anche controllare”. Questo non sta né in cielo né in terra ed è un fatto culturale e non naturale.

Cosa ne pensa del Nobel assegnato ad Alice Munro? Le fa piacere?

Sì! Sono contenta quando una donna viene riconosciuta per quel che merita. Sono poche quelle che hanno ottenuto tale onorificenza: quattordici in cento anni è un po’ poco. Si tratta di una brava scrittrice che stimo. Mi fa piacere quando c’è di mezzo una donna visto che da noi, dopo Grazia Deledda, non ne abbiamo ricevuto altri.

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