A tu per tu con…Christian Pastore

018978889342HIG_227X349_exactOggi esce in tutte le librerie Senza andare amare sul mare di Christian Pastore, un romanzo che ci ha davvero colpito moltissimo, e che siamo sicuri non lascerà indifferente nessun lettore. Abbiamo fatto qualche domanda all’autore.

“Senza amare andare sul mare” racconta la storia, e le storie, di 40 persone che si trovano – senza sapere né come ci sono arrivate, né perché – a bordo di una gigantesca nave da crociera, la “Tituba”, che vaga per un mare infinito apparentemente senza meta. Non ci sono telefoni, non c’è internet, solo carta e penna per tenere un diario. In tempi di “connessione perenne” come i nostri, una dimensione ai limiti del surreale, che obbligherà i personaggi di questa grande commedia (o tragedia) umana a misurarsi con la propria dimensione interiore e con la materialità dei rapporti personali.” Nella tua breve biografia c’è scritto che, come il tuo romanzo, sei difficilmente classificabile. E in effetti Senza amare andare sul mare è un romanzo che si fatica a collocare in un genere, o un filone. Ci sono dei romanzi del passato ai quali pensi lo si possa paragonare, o dei romanzieri ai quali ti sei in qualche modo “ispirato”?

Ancor prima che ispirato, in realtà tutti gli scrittori, i romanzi e i racconti che ho letto mi hanno influenzato moltissimo, nessuno escluso, quindi a proprio modo anche quelli pessimi. Quanto all’essere una fonte di ispirazione vera e propria, i libri che invece ho amato particolarmente, e per fortuna sono moltissimi, attraverso la loro lettura mi hanno suggerito fra mille altre cose di non cercare d’imitarli. Ovvio, niente nasce dal niente, ma al di là dell’oggetto e dello stile della loro narrazione, ciò che certi autori inestimabili continuano a comunicare, immagino non solo a me, è che ogni libro deve essere il più possibile proprio, in tutti i sensi. Altrimenti è inutile, se non altro a chi lo scrive e a chi lo legge.

Leggendo Senza amare andare sul mare, che è un’opera vastissima, da tutti i punti di vista, a un certo punto si ha l’impressione che persino le singole parole siano tutte collegate tra loro. E viene da chiedersi come hai fatto a “concepire” un romanzo così: hai avuto in testa un “piano dell’opera” dall’inizio, o la trama si è dipanata anche mentre scrivevi? 

All’inizio, prima di scriverlo, il libro era simile più a un presentimento che a un intreccio. In testa in fondo non avevo che un palcoscenico a forma di nave sospeso nel vuoto, una fetta di realtà, immaginazione compresa, e dei contenuti in divenire che nelle mie intenzioni avrebbero dovuto rifarsi alle strutture di certa musica, più che a delle strutture letterarie. C’erano poi dei personaggi, dei passeggeri, dei trascorsi, che avrebbero dovuto esprimere sensibilità ed esperienze diverse, e paradossalmente, spesso, attraverso registri del tutto simili fino a formare un corpo unico. Per il resto diciamo che mi sono voluto fidare di Flannery O’Connor, che con migliori parole consigliava di non pianificare troppo, perché si scrive parola dopo parola, e la parola successiva è spesso inevitabile. Ora, in che modo la trama abbia avuto modo di dipanarsi mentre scrivevo (e vivevo), temo che sarebbe davvero troppo lungo spiegarlo.

 I 40 protagonisti del romanzo, nonché narratori, sulla Tituba, la nave in cui sono precipitati a loro insaputa, sono totalmente sconnessi dal resto del mondo: niente internet, niente telefoni, televisioni, radio. È una condizione di isolamento in qualche modo positivo, o di solitudine infelice?

La vedo come una condizione e basta, una condizione data, poco importa se a me un po’ d’isolamento sembri qualcosa di auspicabile o d’infelice. Posso dirti che io stesso nel periodo in cui ho scritto il libro, un periodo piuttosto lungo, non avevo un cellulare e solo saltuariamente potevo usare internet. Stavo vivendo altrove, in un autentico e diversissimo laggiù, con buona pace della globalizzazione, e da quelle parti era un dato di fatto: certe cose o non c’erano o funzionavano a malapena. Eppure non è stato per niente difficile farsene una ragione. Credo che da questo punto di vista l’essere umano tenda a sottovalutarsi, che sappia rinunciare agevolmente a moltissime cose di cui suppone di non poter fare a meno. Se poi, potendo scegliere, sia il caso o meno di rinunciare a certe cose, questo è tutt’altro discorso.

 Il romanzo è ricchissimo di frasi memorabili. Una delle prime recita: “La letteratura è letteratura e basta, non c’è volta che non parli di tutto”. Non abbiamo dubbi che la tua sia letteratura. Ci spieghi in che modo hai “parlato di tutto”?

Quanto all’essere sicuri che la mia sia letteratura, naturalmente vi ringrazio moltissimo, ma se è vero che per certe faccende l’ardua sentenza spetta soprattutto ai posteri, io non avrei così fretta di darlo per assodato. Per quanto riguarda la frase che hai citato, la pronuncia un personaggio, non io, e non è quindi esattamente il mio pensiero, però in questo caso ci si avvicina. Ci tengo a rimarcarla, questa differenza fra autore e personaggi, perché in gran parte dei casi i personaggi affermano invece cose che non condivido affatto. Esprimere delle mie opinioni attraverso le loro bocche, o per meglio dire le loro penne, non era quello che mi proponevo. Comunque, una letteratura che parli di tutto non significa per me che un libro debba approcciare qualsiasi argomento. Mi riferisco piuttosto alla sua potenzialità di trasformare un microcosmo in un più vasto universo, apparentemente completo, e gli universi non sono fatti solo di ordine, ma anche di caos, così come tutte le vite non sono fatte solo di risposte, ma quasi sempre anche di domande inevase, di mistero. Sebbene alcuni autori ci abbiano provato, parlare letteralmente di tutto attraverso una qualsiasi forma d’arte sarebbe davvero impossibile, non ci è riuscito nemmeno Flaubert con Bouvard et Pécuchet, che infatti è rimasto incompleto. Pretendere una cosa simile equivarrebbe in aggiunta a prendere per buono ciò che disse una volta Orson Welles, ovvero che un vero intellettuale deve sapere tutto. Probabilmente sarebbe stato più corretto dire “un po’ di tutto”, ma sarebbe suonato decisamente peggio, e Orson Welles di frasi memorabili se ne intendeva, non avrebbe mai permesso a una verità così piatta di rovinare la profondità di certe mistificazioni.

 Se diciamo che la Tituba è una metafora della società occidentale, diciamo una enorme banalità?

Non necessariamente, ma il senso che posso aver attribuito io a tutta una serie di cose, Tituba compresa, non è così rilevante. Mi farebbe anzi piacere che chi decidesse di leggere questo libro, si tramutasse via via in uno dei protagonisti dell’intreccio, un protagonista diverso rispetto ai quaranta già presenti, e che al pari degli altri fosse libero di interpretare a piacimento il mistero che sta vivendo.

 Ci racconti da dove viene il titolo del romanzo?

È una frase che appare nel libro, e che le prime volte, peraltro, appare in cirillico. Si tratterebbe di un tipico tatuaggio russo “da galera”, ma è anche, inspiegabilmente, una frase che compare in un racconto, Marin Faliero, scritto secoli orsono nientemeno che da E.T.A. Hoffmann, uno dei padri del grottesco e più in generale uno dei maggiori esponenti della letteratura fantastica europea. All’interno di quel racconto, che pur essendo ambientato a Venezia è naturalmente scritto in tedesco, la frase Senza amare andare sul mare spicca a un certo punto in italiano, ed è inserita in un dipinto, ad evocare una certa atmosfera straniante. È una frase composta da parole semplicissime, che dovrebbero quindi essere di comprensione immediata, e che invece così immediate non sono. Ancora una volta, dunque, l’interpretazione ha un ruolo fondamentale, e attraverso un titolo simile il mistero diviene parte integrante del libro ancora prima d’iniziarne la lettura, in modo diverso a seconda di chi ne sarà il lettore.

 

 

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