A tu per tu con… Chiara Gamberale

C’è una scrittrice italiana che si sta affermando non solo per la sua bravura di narratrice, ma anche e soprattutto grazie alla sua abilità nel trattare di sentimenti. Lei è Chiara Gamberale. Da poco è tornata in libreria con un piccolo libricino “L’amore quando c’era”, noi l’abbiamo raggiunta e le abbiamo posto qualche domanda. Leggete un po’ cosa ci ha raccontato.

Il suo ultimo lavoro è da pochi giorni in libreria e s’intitola “L’amore quando c’era”. I protagonisti sono Amanda e Tommaso, due ragazzi molto comuni, che si ritrovano in una brutta circostanza e poi rispolverano il loro rapporto di ex. Come nasce la storia? E’ frutto della sua immaginazione o si è ispirata a un fatto che è realmente accaduto, a lei o a qualche suo conoscente?

Tutte le mie storie nascono da mie ossessioni private, che non riesco neanche a comprendere fino in fondo. Proprio scriverne, trovare loro una forma, mi consente di farlo. Da anni i miei romanzi e i miei pensieri hanno al centro l’incomunicabilità, soprattutto in un territorio amoroso…Perché proprio lì, dove avremmo il privilegio di potere rinunciare al nostro Vecchio Sé e festeggiarne un altro, nato dall’incontro con l’altro, finiamo per ribadire quel Sé, fino a mettere a rischio la relazione? Queste, le mie domande: che Amanda e Tommaso hanno fatto proprie.

Il romanzo è scritto in forma che oserei definire “neo-epistolare”, sono infatti quasi tutte e-mail che i due protagonisti si scambiano nel giro di poco più di due mesi. Come le è venuta l’idea di strutturare così questa storia? A livello comunicativo ha vantaggi questa narrazione, così strutturata, rispetto al romanzo?

In un testo che aveva come presupposto, appunto, l’incomunicabilità amorosa, mi è sembrato doveroso rinunciare alla mia funzione di narratrice e dare la parola, consegnare le pagine a loro, solo a loro, Amanda e Tommaso. Che si scrivano via mail o via sms, che si tuffino in lunghe conversazioni notturne, l’importante è che quello che hanno da darsi e da dirsi sia libero di esprimersi anche grazie a mezzi che di solito nonostante le apparenze soffocano e rischiano di inquinare una pura, reale volontà di comunicare.

Lei sa parlare d’amore con straordinaria abilità, cosa vuole comunicare al lettore?

Non ho mai intenzioni programmatiche su quello che scrivo… E’prima di tutto una forma di autoterapia per me, l’unica, che pratico fin da quando ero bambina. Gli esseri umani e i libri sono i miei unici veri interessi: e l’amore senza dubbio è per entrambi la più straordinaria occasione per tirare fuori il meglio e il peggio dei personaggi. Che così tirano fuori il meglio e il peggio di me: e probabilmente dei lettori…

C’è una frase nel suo libro che mi ha colpito molto e che mi risuona nella testa da quando ho finito di leggerlo: “Magari scoprirà cha a dare un senso alla vita è proprio quello che apparentemente il senso lo toglie.” Cosa ha voluto dirci? Cosa toglie senso alla vita? E cosa, al contrario, dà senso alla vita?

Non sono brava a rispondere a una domanda del genere come lo sono gli alunni di Amanda chiamati a rispondera a un tema che ha questa provocazione come proposta di svolgimento… Però sì: una cosa la credo. Che le nostre insoddisfazioni, i nostri errori, le palle al piede della nostra ansia di volare siano forse i più preziosi indicatori per capire chi siamo.

“Siamo tutti ignari di almeno un particolare che potrebbe sconvolgerci la vita, vale la pena scoprirlo?” Cosa risponde Chiara Gamberale a questa domanda?

Dipende. Anni fa avrei risposto assolutamente sì, dalla control freak che ero. Poi con “Le luci nelle case degli altri” ho fatto la più preziosa delle autoterapie di cui ho già parlato. E finalmente posso rispondere, appunto: dipende. Anzi, probabilmente no, non vale la pena.

Il suo primo libro è stato pubblicato quando aveva 22 anni. Da dove nasce la passione per la scrittura? Come si è resa conto che questa fosse la sua vocazione? Ha avuto difficoltà a confrontarsi con il mondo dell’editoria?

Non avevo libri in casa: mio padre è un ingegnere, mia madre una ragioniera, persone pratiche, con poco tempo per gli aspetti poetici dell’esistenza. Anche per questo forse io li ho sempre cercati istintivamente, quegli aspetti. Prima nei libri che ho cominciato a leggere: e poi, da bambina iperattiva disturbata qual ero, in quelli che ho cominciato a scrivere. Il primo s’intitolava “Clara e Riki”, era la tristissima storia di due montanari innamorati che in “Clara e iki crescono” scoprono di saperlo…Avevo otto anni: ma stare con le mie storie già mi faceva, mannaggia, sentire molto più a mio agio che nel mondo. Devo poi la  mia prima pubblicazione, Una vita sottile”, all’intuito e alla generosità verso gli esordienti che ha sempre caratterizzato Cesare De Michelis, della Marsilio. E’ da lì paradossalmente che, assieme alla più esaltante e meravigliosa avventura della mia vita che ho la fortuna di considerare una professione, sono cominciate anche le vere difficoltà: quando una passione diventa il tuo lavoro devi stare attento a non perderla di vista…

Prendendo spunto dal titolo “L’amore quando c’era”, oggi c’è amore secondo lei?

Sì: nelle esistenze di chi ha prima il coraggio di accoglierlo e poi la cura di mantenerlo vivo. I dedicatari del libro sono Daniela e Luigi Bernabò, i miei agenti letterari. Daniela è mancata un mese fa, dopo una straziante malattia. Ma l’amore loro mi hanno dimostrato non solo che ci sa essere mentre c’è. Ma può continuare anche quando uno dei due non c’è più.

Le ringrazio per la sua disponibilità e… alla prossima intervista!

GRAZIE A TE, A VOI!!

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Riccardo Barbagallo

Lavoro da qualche anno nell'editoria, mi occupo di comunicazione per editori e autori e sono un digital addicted. Al contrario di altri, non mi posso definire un lettore da sempre, 'La coscienza di Zeno' in prima media è stato un trauma troppo forte da superare per proseguire serenamente la relazione con la lettura. Più avanti ho deciso di leggere un libro per piacere, e non per obbligo, ed è stato lì che ho capito quale sia la vera forza della lettura: la capacità di emozionare. Credo che sia questo il segreto, se così possiamo definirlo. Non ho più smesso.

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