A tu per tu con… Alessandro Bertante

Titolo: Gli ultimi ragazzi del secolo
Data di pubbl.: 2016
Genere: Romanzo
Pagine: 224
Prezzo: 16.00

In occasione dell’uscita degli Ultimi ragazzi del secolo, appena pubblicato da Giunti, abbiamo incontrato Alessandro Bertante per parlare di alcuni aspetti di questo suo nuovo romanzo.

Gli ultimi ragazzi del secolo è un libro nel quale l’idea di romanzo cerca di ampliare la prospettiva della finzione, attraverso l’intreccio di più percorsi. Intanto l’idea di viaggio è sia letterale sia metaforica. Accanto al viaggio in Bosnia e a quelli nella “Milano Metropoli degli anni Ottanta”, ce ne sono altri percettivi e riflessivi: la memoria, il ricordo, la guerra e la trasformazione, individuale e collettiva, di un modo di essere e di rappresentarsi. Come nasce la scrittura di questo libro così particolare?

Nasce dall’esigenza mia personale di elaborare il lutto, ovvero fare i conti con la storia della mia generazione negli anni Ottanta. Ma soprattutto vuole essere un’operazione di rielaborazione della memoria, intesa nel senso più ingannevole del termine. Noi, in quanto esseri umani fragili e portati allo smarrimento, manipoliamo i nostri ricordi e più il tempo passa più questi diventano inaffidabili. Un lavoro narrativo basato sulla memoria quindi di per sé è già un’opera di finzione e io credo che il termine romanzo autobiografico racchiuda in sé questa contraddizione. La biografia è comunemente intesa come garanzia di autenticità, di estremo realismo, ma la forma romanzo rifiuta ogni limite e ogni categorizzazione, specie per quanto riguarda il rapporto fra vero e verosimile. Credo che su questa ambiguità si sviluppi Gli ultimi ragazzi del secolo.

Il sociologo inglese Paul Connerton si è recentemente occupato di come la modernità dimentica, sottolineando che l’istituzionalizzazione di date e simboli contribuisca a facilitare un progressivo oblio da parte delle società occidentali nei confronti delle loro memorie. Leggendo il libro, anche lei rileva come la mancanza e la lontananza di esperienza diretta di un evento causino, col tempo, una certa spersonalizzazione del ricordo, quasi una sua mistificazione. La retorica della memoria è ingannevole?

Certo che lo è. Per i motivi che dicevo prima. Noi tendiamo a crearci dei ricordi consolatori, specie per quanto riguarda la gioventù che per chi la racconta è sempre unica e invece è solo irripetibile. E su larga scala questo fenomeno diventa ancora più significativo, tanto che oramai abbiamo bisogno di date che ci riportino agli eventi topici della nostra storia come una sorta di memoria a comando che comprende la Festa della mamma quanto il Giorno della memoria.

A proposito di simboli, eventi e mistificazioni, a un certo punto lei scrive che il tricolore italiano è “un simbolo vuoto, privo di epica”. Perché?

Perché è troppo recente, perché è stato vilipeso dalla dittatura fascista – e quindi da sempre simbolo dei nazionalisti di destra – e soprattutto perché non possiamo aver un orgoglio nazionale, come quello inglese, ad esempio. Come nazione siamo piuttosto portati al tradimento.

Lei è molto critico nei confronti degli anni Ottanta. Per me che sono un classe ’76, quegli anni hanno ancora un sapore di spontaneità e di aggregazione notevole rispetto al presente. Anche se mi rendo conto che sono gli stessi anni in cui sono state costruite le basi per il passaggio da cittadini a “spettatori”…

Io sono critico ma sono anche consapevole che furono anni fondamentali dal punto di vista economico, sociale e culturale. Il passaggio dalla postmodernità a quello che è venuto dopo (che stiamo vivendo e che non abbiamo ancora capito) avviene nel corso di quel decennio. C’era una grande energia, molte possibilità di crescita e sperimentazione, ma nacquero anche narrazioni ingannevoli che sono diventate nel corso dei decenni successivi modello sociale, escludendo ogni altra possibilità di sviluppo economico e sostituendo l’idea stessa di comunità novecentesca. Noi ci siamo trovati nel mezzo di queste trasformazioni, privi degli strumenti per poterle interpretare mentre la generazione precedente – i sessantottini – aveva già da tempo abdicato a ogni volontà di opposizione, svelando la truffa della loro rivolta.

La guerra in Bosnia, come lei evidenzia, è stata spesso trattata dai media e dall’opinione pubblica come un episodio a sé stante, figlia di annosi problemi etnici e religiosi che non ci appartenevano mentre, in realtà, dietro quegli atroci avvenimenti si nascondevano precise motivazioni politiche ed economiche. Nel meccanismo di autodeterminazione mediatica di un “noi”, evidentemente in contrasto con un “loro” cui sottrarsi, non crede che oggi si sia facendo la stessa cosa con la parte più estrema dell’Islam, che finisce per coincidere con la generalizzazione?

Nei confronti dell’Islam le generalizzazioni mediatiche sono la norma e più sono grossolane più funzionano bene. Credo che però il timore del “nemico alle porte” abbia sempre funzionato come strategia di controllo sociale interno, quindi non mi stupisco affatto che avvenga anche stavolta.

Nel libro, lei fa esplicitamente riferimento al “trauma” subito dagli abitanti di Sarajevo durante l’assedio e non può fare a meno di confrontarlo con una speciale vitalità postuma. Crede che anche in letteratura l’esperienza del trauma sia necessaria?

Non credo sia necessaria, credo sia inevitabile. Il trauma della mia generazione è stato l’eroina. E infatti per riuscire a parlarne sono dovuti passare trent’anni. Avevo bisogno di uno sguardo che mi allontanasse dal punto di vista emotivo e non è stato facile comunque.

La ringrazio davvero infinitamente per la sua disponibilità e le faccio i miei migliori auguri per il libro.

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